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drink different

La grande notte delle magnum

Titoli come questo evocano in genere cose terribili: la notte dei cristalli, la notte dei lunghi coltelli, la notte dei morti viventi, e così via. Questa volta la notte viene inserita nel titolo solo per marcare l’eccezionalità di una bella serata (che a buon diritto può fregiarsi del nome di “notte”, visto che abbiamo finito alle due e mezza), nella quale abbiamo bevuto ben 10 magnum di grandi vini, più altri che proprio non potrebbero definirsi dei semplici satelliti.

Qualunque amante del buon vino sa che la dimensione del recipiente nel quale un vino viene fatto affinare non è un dato neutro o indifferente. Certo un grande recipiente non trasforma un vino mediocre (quello che veniva messo nei classici “bottiglioni”) in un grande vino, così come la bacchetta della fata trasformava  le zucche in cocchi regali e i topi in cavalli scalpitanti, ma non vi è dubbio che, nel confronto tra vini dello stesso tipo e annata conservati in magnum (o bottiglie di formato ancora più grande) e nella classica bottiglia da 75 cl., è sempre la magnum a prevalere.

Come si diceva nel vecchio west: un uomo armato di pistola che incontra un uomo armato di fucile è un uomo morto.

Rieccoci dunque festosi e pimpanti ad accompagnare Francesco al traguardo dei suoi primi quarant’anni. Non lo dice, ma ne è un po’ turbato: in effetti è vero che oggi quarant’anni non significano più nulla, visto che l’aspettativa media di vita è ben diversa da quella dei poveri monaci cistercensi del XII secolo (solo 28 anni!), che disegnarono nei loro monasteri la geografia delle più grandi vigne  d’Europa. Oggi quarant’anni sono una specie di post-adolescenza,  di ingresso nell’età adulta, ma nell’immaginario di chi prima era il “piccolo” di casa o il sommelier più giovane del corso, e così via, fa una certa impressione. Poi, una volta che si è andati oltre, scopriamo che non ne vale la pena e che la vita continua come prima.

Francesco è Francesco (De) Pascale, titolare dell’omonima Enoteca di Avellino, che chi segue questo blog già conosce: un giovane e appassionato sommelier che  ha fatto della sua enoteca un punto di riferimento obbligato per gli appassionati della città ed anche di fuori. Un’enoteca che non si limita a registrare ed assecondare le preferenze, talvolta piuttosto stazionarie, di visitatori saltuari, ma che ama la scoperta e il piacere di condividerla con suoi amici e clienti. Ha certo le sue preferenze, e non le nasconde, ma non le impone,  ed è molto attento a interpretare quelle di coloro che si rivolgono a lui perché abbiano sempre il meglio e non vadano troppo oltre le loro previsioni di spesa.

AmiciFondatore e animatore del LASP (i Liberi Assaggiatori Senza Pregiudizi), una sorta di piccolo club di appassionate ed appassionati che periodicamente si ritrovano davanti a qualche buona bottiglia per scambiarsi le proprie impressioni (Nella foto accanto ecco i "liberi assaggiatori senza pregiudizi").

La “notte” di cui parliamo, così come le altre che l’hanno preceduta, ha poche e semplici regole.

1.Si bevono solo grandi bottiglie

2.Si beve rigorosamente alla cieca, con le bottiglie coperte

3.E’ assolutamente bandito il crachoir (bisogna ammetterlo: suona più fine di sputacchiera)

F.preparaNaturalmente non si può non essere d’accordo sulla prima regola; sulla seconda sono talvolta perplesso, visto che generalmente non viene proposto un tema (una varietà, un territorio, un’annata): si passa così da un vino ad un altro che raramente è in qualche modo apparentato con quello precedente, per cui si rende necessario un  continuo resettaggio delle nostre aspettative palatali, ma va bene così. (Nella foto sopra, Francesco copre le magnum che assaggeremo alla cieca)

Circa la terza, prevedendo la degustazione di  non meno di 10 vini diversi (talvolta con ‘richiami’ dello stesso vino, se ne resta un po’), sono  più che altro preoccupato per il ritorno (dei miei compagni di degustazione e mio, naturalmente), ma mi adeguo. Soprattutto però tengo d’occhio, anche se lui non se ne accorge, l’amico Pietro, che gentilmente mi dà un passaggio fino a casa. La compagnia è la solita: da Mario ad Antonella, da Silvestro a Paolo : insomma, siamo una dozzina , a cui questa volta si aggiungono per un tratto i due fratelli di Francesco e la moglie, cooptata per gli accompagnamenti gastronomici.

Franck Pascal2Si comincia dunque con un bello champagne dell’omonimo/sosia (gli somiglia davvero: giudicate voi) di Francesco, il Reliance sans année extra-brut di Franck Pascal (nella foto qui accanto: Franck Pascal), per poi passare ad uno champagne di Aÿ elevato in piccoli fusti di legno dell’Argonne, la Grande Cuvée brut Grand cru  di Henri Giraud. Due champagnes molto diversi. Nonostante le differenze di pedigree - di cru (Ay è un grand cru, mentre le cuvées di Pascal vengono da piccoli crus péripheriques con classificazioni inferiori al 90%) e  di varietà (il nobile Pinot noir  contro il più rustico Pinot meunier, prevalente nell’uvaggio del Reliance) – il Reliance si fa apprezzare.Qualche nota lievemente ossidativa in apertura, poi emergono toni più minerali e una bella vena acida, che gli conferisce molta freschezza. Anche lo Champagne di Giraud appare scontroso all’inizio, per la presenza di una   lieve riduzione,  poi disvela una bella materia, molto elegante, un naso complesso con note di mandorle tostate, frutta gialla, albicocca essiccata e , lievi, di miele. Lo immagino , più che come aperitivo, a tavola, su un piatto di carni bianche della grande cucina.Insomma, due ottimi apripista per una degustazione nella quale, come sempre,  faranno la parte del leone  dei grandi rossi.

Le danze si aprono  con tre vini di territori molto lontani e diversi tra loro, un Faro, un Gattinara e un Nuits-Saint-Georges: un valido esempio di come si debba rinunciare a tutti gli schemi faticosamente costruiti nel corso degli assaggi, adattando continuamente le proprie aspettative a sollecitazioni estremamente diverse.  . Molto buoni naturalmente il Faro Palari 2007 e il Gattinara di Paride Iaretti del 2005, che ci sono stati proposti.(Nella foto accanto: questo é invece Francesco De Pascale)

Il Faro è un bel vino rosso da varietà autoctone della provincia di Messina, in cui prevale il nerello mascalese: non è il mio preferito tra i vini di questa tipologia, ma resta uno dei gioielli indiscutibili della costa orientale siciliana. E’ un vino che si esprime al meglio sul cibo, più che da solo,  e l’essere bevuto per primo è forse un po’ spiazzante. Il Gattinara di Iaretti è un bell’esempio di Nebbiolo della provincia di Vercelli, di autentica eredità  contadina, con tannini ancora un po’ spigolosi.Non un mostro di eleganza, ma un ottimo vino, che mi piacerebbe assaporare su qualche bel piatto del luogo.

Ma il massimo della goduria l’ho provato con il Clos  de la Maréchale di Fréderic Magnien 2008: chi segue questo blog conosce bene la mia passione per i vini borgognoni e per il Pinot nero in particolare, e ricorderà forse un precedente servizio, nel quale si parlava del Clos de la Maréchale del 2000, quando era ancora in affitto al Domaine Faiveley (per leggerlo, clicca qui). Tutt’altro stile, più leggero ed elegante, questo di Mugnier: sembra un altro vino, per quanto anche quello assaggiato allora fosse tutt’altro che male. Il Clos è un Nuits-Saint-Georges monopole , come lo sono molti (ben sette) tra i premier cru di Prémeaux-Prissey, come il Clos Arlot e il Clos des Forêts Saint-Georges (entrambi di proprietà  del Domaine d l’Ariot) o il Clos des Corvées (del Domaine  Prieuré Roch). Di fatto anche il climat  Aux Perdrix è  un quasi monopole, dal momento che 83 delle 84 ouvrées di questo climat sono di proprietà del Domaine des Perdrix.E’, questa, una  condizione abbastanza insolita, invece,  nei Nuits-Saint-Georges prodotti  nel territorio del  comune omonimo , nel quale i vari climats sono più spesso frammentati tra diversi exploitants (si pensi ai 15 di Les Saint-Georges, vera tête de cuvée di Nuits-Saint-Georges, di Aux Boudots,  Les Damodes o Les Pruliers o anche ai 12 del climat Aux Murgers).Il Clos de la Maréchale è situato proprio all’uscita da Prémeaux-Prissey, al confine con Comblanchien: è dunque il più meridionale dei climats premier cru, ed è, con i suoi quasi dieci ettari, anche il più grande di Prémeaux-Prissey, oltre che il più grande monopole dell’intera Côte-d’Or.. Di proprietà della famiglia Mugnier dal 1902, è stato per ben 53 anni in affitto, e infine restituito dal Domaine Faiveley. Il Domaine Jacques-Frédéric Mugnier si trova a Chambolle-Musigny, ed è noto per la produzione di uno dei più grandi Musigny grand cru, oltre che di uno straordinario Les Amoureuses premier cru: vini più di eleganza che di forza, e quindi diversi dai possenti Nuits di Prémeaux, più frutti neri che rossi, tannini robusti e grande concentrazione, come è in fondo anche La Maréchale. L’impronta di Mugnier si avverte nettamente, e il risultato è davvero un godimento.Al naso sentori di ciliegie selvatiche,mirtilli, note di sottobosco, lievemente terrose , sul palato è delicato, molto fine e lungo.Da qualche anno Mugnier ha cominciato a produrre un vino bianco (un Nuits-Saint-Georges premier cru) da uve Chardonnay al Clos de la Maréchale. Per ora si tratta appena di poco più di mezzo ettaro, ma anche altri proprietari di Prémaux stanno per imitarlo. Il Nuits blanc non è privo di interesse,è un bianco vigoroso molto adatto ad accompagnare formaggi dal sapore deciso. Da provare.

(Nella foto sotto : le dieci magnum assaggiate, finalmente nude)

Le bottiglieUn’altra piroetta e si cambia genere. Eccoci infatti  ai vini da varietà bordolesi. Si comincia con uno Château Cantemerle 2009, un rispettabile Haut-Médoc di bella regolarità di un’annata felice per Bordeaux: un vino molto buono, di quelli che si vorrebbe bere più spesso: in Francia lo chiamerebbero chiamerebbero un  valeur sure,anche se oggettivamente non al livello dei grossi calibri della Toscana, che lo seguono immediatamente dopo: Ornellaia 2009 e L’Apparita Merlot di Ama, di una bella annata, la 2004.Dei due, pur penalizzato dall’assaggio necessariamente un po’ precario (già settimo di una serie alquanto eterogenea, aperto solo da qualche minuto, ancora troppo giovane per un grande vino in maggioranza da uve Cabernet, con una lunga evoluzione davanti a sé), mi è sembrato più in forma il primo: un grande rosso di Bolgheri, potente e concentrato, di grande intensità olfattiva e con una trama tannica fine ed elegante, che ha però bisogno di tempo per distendersi.  Lievemente meno  convincente il Merlot L’Apparita, un po’ appannato  dagli anni e forse anche schiacciato dalla potenza dell’Ornellaia . Riconoscibile però la marcatura toscana di questo  rosso carnoso, molto balsamico, dalle note di tabacco dolce e spezie fini, vellutato sul palato. In ogni caso una grande bottiglia.

L’ultimo vino italiano da varietà bordolesi non è toscano, ma trentino, il San Leonardo dei Guerrieri Gonzaga, proposto in una bella (e rara) magnum del 2000. Perfettamente in forma tredici anni dopo la vendemmia, che non è poco per un pur eccellente cabernet di questa zona, il più “francese” tra quelli italiani. Colto nel suo apogeo, lo assaggiamo probabilmente al suo meglio, il  che attenua i nostri scrupoli.Un vino di una finezza senza pari, frutti rossi e un soffio di erba lievemente affumicata al naso, pura seta sul palato.Un grande rosso da varietà bordolesi di grandissima eleganza. Non mi piace fare gerarchie  e meno ancora in una così straordinaria  serie di vini, ma mi è sembrato il vino (attualmente) migliore della serata.

MoutonE riesce a far sfigurare (si fa per dire, naturalmente) persino il grande vecchio che chiude (fuori serie, perché non in magnum) la degustazione, uno Château Mouton-Rotschild del 1981 (Nella foto accanto: il grande vecchio). Certo 32 anni sono molti , specie se affrontati in una semplice bottiglia da 0.75 , ma anche l’annata non è stata la più felice per i premier cru di Pauillac: certamente non al livello di 1982 e 1985 e non tra  quelle destinate a durare moltissimi decenni come le migliori annate.Un’annata in stile inglese, che certamente sarà piaciuta agli appassionati britannici , ma le quattro stelle assegnate ai rossi di Bordeaux dell’81 non mi convincono del tutto.  Le migliori riuscite, quell’anno, per unanime riconoscimento,si ebbero a  Saint-Julien. A Pauillac nessuno dei premier cru  fu valutato ai vertici delle degustazioni , e fecero assai meglio  di loro Pichon Lalande e Lynch-Bages. Comunque una bottiglia emozionante, ancora perfettamente vitale, di cui si avverte però  l’incipiente declino.

Prima di questi ultimi due vini , quasi a riproporre l’eterno duello tra supetuscan e Sangiovese irriducibili, abbiamo assaggiato due grandi vini chiantigiani da uve Sangiovese in purezza:  un  Pergole Torte 2004 e  un  Lamole di Lamole vigneto di Campolongo del 2008, un’annata più fresca e nervosa di quelle del 2007 e del 2009, ma che sta dando alcune  belle sorprese in Chianti . Intendiamoci, il Pergole Torte è sempre lui, ma questa volta non mi ha folgorato come la magnum del 2001 che Francesco ci propose lo scorso anno: allora lo definii un Sangiovese con la tripla A, che avrebbe potuto infischiarsene di Standard & Poor e delle altre agenzie di valutazione che ogni tanto declassano stati e banche.Questione di annata, di bottiglia, oppure semplicemente di prontezza del vino al momento dell’assaggio (un tema sul quale ci sono molte convinzioni date per scontate, ma  tutto da discutere, è quello di quanto tempo, prima di assaggiarlo, debba essere aperta una bottiglia, e se vada eventualmente caraffata): non saprei. Questa bottiglia del 2004 , insomma, mi è sembrata di un vino certamente molto buono , dal naso intenso di frutti rossi , con note mentolate, tabacco e spezie dolci, bell’equilibrio tra frutto e struttura,  tannini ben levigati,  ma  senza quel tocco di magia a cui Manetti ci ha abituato.Quanto al Chianti di Lamole non ha certamente la personalità del Pergole Torte, ma ha una bella materia , con ottime possibilità evolutive: al naso bei frutti scuri,un accenno di rosmarino ed humus, ha polpa e buona persistenza,

Con il dolce (una monumentale torta che aumenterà a dismisura il nostro tasso di colesterolo) è proposto un magnifico vecchio Calvados di Domfront millesimato del Comte Louis de Lauriston del 1973, ossia coetaneo del nostro anfitrione.Questo Calvados, prodotto con mele di varietà diverse provenienti da frutteti situati in prossimità di Domfront,  è in parte diverso da quello che si produce nella Bassa Normandia, distinguendosi  per il suo carattere molto floreale e fruttato.Qui  i  suoli sono di tipo granitico e  più umidi; per la sua produzione è consentito, oltre al sidro di mele,  l’impiego di almeno il 30% di pere. Nei Calvados di Domfront, il succo della frutta  é fatto fermentare in fusti di legno e distillato un’unica volta in alambicco a colonna: l’ invecchiamento minimo, in legno, è  di 3 anni , un anno in più dei Calvados della Bassa Normandia. Caldo e avvolgente, ma non bruciante, un distillato di grande forza  e sapienza contadina, degno della serata che volge alla fine.

 

(Pubblicato il 28.01.2014)




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