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Borgogna 2016: dopo la tempesta

ClosMeno di tre settimane fa si concludeva la grande Asta dei vini degli Hospices di Beaune, la 156ª.Era atteso, forse anche auspicato, pur se non dell’entità poi riscontrata, un ribasso dei prezzi, dopo un’ascesa, ininterrotta dal 2010,che aveva portato, nonostante tre annate consecutive funestate dalla grandine, il ricavo dai poco meno di 4 milioni di euro del 2005 agli oltre 10 della fortunata vendemmia del 2015: 7.753.986 euro, comunque la seconda della storia delle vendite gestite da Christie’s, superiore a quella di due anni fa. Una vendemmia, questa del 2016, che sarebbe difficile definire diversamente: miracolata, dopo le vicissitudini affrontate nella primavera scorsa.  (Nella foto accanto: uno scorcio della splendida vigna del Clos de Vougeot).

Alla fine del maggio scorso eravamo in Borgogna, a Vosne-Romanée , presso il Domaine Confuron-Cotedidot : impossibile non cogliere la preoccupazione dei vignerons, mentre si esaminavano ancora uno ad uno nelle vigne i ceppi per fare un bilancio di ciò che si era potuto salvare o sperare di salvare dopo la micidiale gelata del 26-27 aprile, la peggiore dal 1985. Ma, diversamente da quella di trent’anni prima, questa volta il gelo non aveva colpito le vigne più basse e meno pregiate, ma assai più in alto, falcidiando molti premier e grand cru. Davvero a macchia di leopardo: nella Côte de Nuits, a Marsannay, almeno il 90% della vendemmia era perduto. A poca distanza, a Fixin, si festeggiava per lo scampato pericolo. A Chambolle-Musigny (ahi, les Amoureuses!) e Nuits Saint Georges il raccolto sarebbe stato all’incirca la metà di quella dell’anno prima. Appena un po’ meglio la situazione a Vosne-Romanée , ma vi erano stati danni importanti a Vougeot e nei grandi cru di Flagey-Echezeaux, mentre la vicina Morey-Saint-Denis era rimasta miracolosamente immune,tanto che al Clos de Tart si sarebbe festeggiato un aumento del vendemmiato di circa un terzo rispetto all’anno precedente. A Gevrey-Chambertin ad essere risparmiate sono state le vigne del quartiere più settentrionale, in territorio di Brochon, mentre era stata falcidiata l’area intorno alla Combe St. Jacques, infierendo su alcuni dei grands crus.

Quello che non era riuscito a fare la gelata avrebbero fatto poi le grandinate di maggio.

A nord, a Chablis, è andata anche peggio, e in questo caso più uniformemente: il vignoble di questo territorio è stato in pratica spogliato di tutto, similmente a quanto avvenne in occasione dell’altra grande gelata “storica”, quella del 1981. A sud (Côte de Beaune, Côte Chalonnaise, Maçonnais) la situazione si è presentata fortunatamente un po’ più frastagliata, pur se tra colpi durissimi. Nei territori dei grandi bianchi, ad esempio, si sono riscontrate grandi difficoltà a Meursault, molto peggio, se possibile, è stato a Chassagne, risparmiata in parte invece Puligny: ma a uscirne con le ossa rotte sono stati i grandi cru. Il Clos du Caillerets di Michel Chartron (noto produttore di bianchi della Côte de Beaune) e la sua porzione a Chevalier-Montrachet hanno subito perdite vicine al 70%. Il più grande cru dello Chardonnay borgognone , il Montrachet, ha costretto per la prima volta i maggiori produttori a riunire le loro forze per poter produrre poche bottiglie. I Domaines de la Romanée-Conti, Comtes Lafon, Leflaive, Guy Amiot, Lamy-Pillot e Fleurot-Larose,   hanno deciso di conferire tutto il loro raccolto al Domaine Leflaive, che si occuperà per tutti della loro vinificazione. Il vino prodotto (due pièces da 228 litri, meno di 600 bottiglie) saranno poi distribuite tra le cantine concorrenti. Non è nemmeno certo che esse potranno destinarle alla vendita con la denominazione che compete loro, giacché la leggi fiscali francesi e i regolamenti dell’appellation non permettono la condivisione delle uve. In questo caso esse resteranno a disposizione delle cantine per degustazioni private per clienti e amici. Anche nelle terre del Corton sembra che il caso si sua sbizzarrito a distribuire salvezza e rovine: devastate le vigne di Pernand-Vergelesses, è andata molto meglio quelle a Ladoix-Serrigny e Aloxe-Corton. Perdite ancora maggiori sono state quelle, più a sud, a Beaune e Savigny-lès-Beaune.Il gelo ha poi incrudelito, dopo i disastri degli anni passati, anche a Volnay (particolarmente colpiti i premier cru di Frédéric Lafarge, già falcidiati nelle ultime vendemmie e i climats di Santenots) e Pommard, meglio, quasi si è festeggiato, a Santenay.

Quella del 2016 è stata un’annata particolarmente difficile soprattutto per i vignerons biodinamici, che hanno dovuto affrontare un nemico in più,  quello delle muffe installatesi in vigna dopo le grandinate. Per non parlare dei furti in vigna, a quanto sembra, mai così numerosi come quest’anno, forse conseguenza della scarsità delle uve, che hanno costretto vignaioli e polizia a rafforzare la sorveglianza delle vigne.

L’estate è stata salvifica: la normalità è ritornata a luglio, una stagione finalmente calda e secca ha permesso alle uve di raggiungere una maturità ottimale, e le piogge, fortunatamente lievi, di settembre, hanno protetto le vigne dallo stress idrico.

A discapito di tutto, la qualità di ciò che è restato in piedi si annuncia ottima : certo non dappertutto, ma dove la ruota ha girato favorevolmente, i risultati attesi sono degni di un grande millesimo. Andrew Jefford, su Decanter, preannuncia un’annata di stile più fresco e classico di quella pur eccellente, ma assai più ricca, del 2015. Del resto il trend delle ultime, pur se sfortunate vendemmie dal punto di vista delle quantità di produzione a causa delle intemperie, ha confermato un miglioramento qualitativo costante dei vini borgognoni, soprattutto di quelli delle categorie intermedie e inferiori, dove i margini di miglioramento erano superiori, grazie anche al fatto che il successo internazionale della Borgogna e il conseguente aumento dei prezzi hanno portato più denaro e risorse ai vignerons.

Agli Hospices di Beaune, la nuova reggitrice, Ludivine Griveau, era molto soddisfatta della qualità di quella che è stata la sua seconda vendemmia a Beaune, da quando si è installata al posto di Roland Masse. E i risultati delle vendite delle 47 cuvées bandite quest’anno (32 in rosso e 15 in bianco, per 596 pièces complessive) sono stati più che positivi. Sicuramente ci sono stati dei buoni affari, anche grazie alla diminuzione dei prezzi, che erano praticamente più che raddoppiati nel corso delle ultime annate: meno 23.26% per i vini rossi e 35.94% per i bianchi. Una cuvée eccellente come Porusots (1er cru di Meursault) è stata attribuita a circa 15.000 euro, contro i 25.000 dello scorso anno. Della cuvée Dame des Flandres, grand cru Bâtard-Montrachet, erano disponibili quest’anno solo una pièce (228 litri) e una feuillette (la metà): venduta la prima a 73.000 euro e a 44.000 la seconda. La Pièce du Président, quest’anno, era un prezioso Corton Bressandes: non si sono neppure sfiorati i 480.000 del vino dell’anno scorso (un Corton Renardes), ma si sono comunque raggiunti i 200.000 euro. Ad accaparrarsela, Jean-Claude Bernard e Mme Yan Hong Cao , che già si era aggiudicata la Pièce du Président del 2013 (un tonneau di Meursault Les Genevrières).

Un’altra buona notizia: neppure la Brexit è riuscita a rompere il rapporto degli Hospices con Christie’s: sarà ancora la società londinese a bandire almeno le prossime cinque vendemmie.




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