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drink different

Ristorante Le Giare a Bari

Non è sul lungomare di Bari, né in un palazzo di antica tradizione del borgo, ma l’accogliente sala bene illuminata e sapientemente climatizzata, le pareti tappezzate di etichette di vini, la Divina Commedia appoggiata a mò di libro da messa su una stuzzicante piramide di cassette da vino, i pochi tavoli ben distanziati tra loro, e soprattutto la contagiosa simpatia del patron, Massimo Lanini, “fiorentino in terra di Bari” , come lui stesso ama definirsi , rendono il ristorante “Le Giare” (viale De Gasperi 308/F; tel. 080 501 13 83, http://www.legiareristorante.it) un piacevole rifugio, soprattutto ora che fuori imperversa Caronte.

Questo è uno dei pochi locali di Bari, città dinamica e orientata al business, ma alquanto sonnacchiosa dal punto di vista dell’offerta enogastronomica, in cui è possibile trovare una proposta giustamente essenziale e molto equilibrata di piatti, variata stagionalmente, e una encomiabile attenzione al vino, che è ciò che più ci interessa nella nostra rubrica “La carta dei vini”. Una carta ricca, nella quale sono rappresentate tutte le regioni d’Italia, con una scorta (fuori carta), da scoprire, di vini di oltre frontiera, coraggiosamente messa on line sul sito del ristorante, che include anche una stuzzicante offerta di vini al bicchiere:una chance in più per i clienti accompagnati da partners che non bevono, oppure semplicemente arrivati a fine bottiglia e che desiderino ancora un sorso di vino senza eccedere.

Ovviamente i rossi toscani hanno la loro parte, con una bella selezione di Chianti classico, Brunello, Bolgheri e Maremma, e i migliori Sangiovese 100% di Toscana; interessante la gamma di piemontesi, tra i quali, oltre a una valida proposta dei grandi langhigiani, è piacevole sorpresa trovare in carta i Nebbiolo del Nord Piemonte (Novara e Vercelli); va anche lodata l’ampia scelta di alcuni dei più bei rossi dell’Etna. La Puglia ovviamente non manca (noto il sorpasso del Primitivo di Gioia su quello di Manduria). Non solo rossi. Il menu si divide tra terra e mare : per quanto riguarda i vini bianchi, qui abbiamo trovato etichette friulane e dell’Alto Adige finalmente non scontate, anche da vitigni relativamente poco noti al di fuori del territorio di origine , anziché la solita sfilata di Sauvignon e Gewűrztraminer. E che dire della scelta del grande Fiano irpino? Non è facile trovare fuori Campania in carta insieme Vadiaperti, Marsella, Picariello e Pietracupa. Occorre aggiungere ancora: ricariche oneste sul prezzo delle bottiglie, temperature di servizio adeguate (forse, in questa stagione, appena un soffio più basse del necessario , almeno per quanto riguarda i bianchi con lunghe macerazioni sulle bucce, ma questa è la richiesta di molti clienti), del resto rese possibili da un imponente armoir à vin a vista in fondo alla sala. In sala Massimo gira tra i tavoli, intrattendendosi con i clienti, spesso provocandoli con qualche bottiglia nuova. Gli piacciono i vini di Thierry Germain e questo mi ispira fiducia. Insomma un indirizzo molto interessante per coloro che amano assaggiare cose nuove in un ambiente amichevole.

In chiusura di questa scheda, parliamo dei vini assaggiati durante la nostra ultima visita.

Abbiamo cominciato con un bicchiere di un insolito spumante friulano : un rosé di Edi Kante, il Brut KK, che non conoscevo. Un metodo classico elaborato a partire da un uvaggio anch’esso insolito : Pinot nero e Terrano, in parti uguali. Al primo assaggio avevo pensato ad un rosé di assemblage ,   e francamente non avevo pensato al Terrano, vitigno a bacca rossa tipico del Carso (forse della famiglia dei Refosco), ma ancora più rustico , che, in purezza dà vini piuttosto colorati, molto vinosi e un po’ tannici. Da uve rosse, dunque, vinificate in bianco, fermentato e affinato in legno non nuovo per un anno, non filtrato e non dosato. Un rosé abbastanza vinoso, un po’ vegetale, ma piacevole per accompagnare antipasti e primi saporiti.

vitovska-zidarich_1Non ha sofferto la sequenza (peraltro non programmata) la sapida Vitovska di Zidarich , che ha accompagnato i nostri piatti di entrata. Altro vino del Carso, questa volta da un’uva a bacca bianca, la Vitovska, piuttosto comune sulle caratteristiche terre rosse del Carso triestino e sloveno: una varietà abbastanza precoce, che , vinificata in purezza , dà vini piacevolmente delicati e floreali al naso e freschi e aciduli al palato. Quella che abbiamo bevuto è una Vitovska del 2009 di Prepotto (vicino Duino), fermentata e affinata lungamente in grandi botti di rovere di Slavonia, praticamente vinificata in rosso, con lunghe macerazioni sulle bucce con frequenti follature giornaliere. Colore molto carico, non perfettamente limpido perché non filtrato, quasi con riflessi ramati, all’olfatto è inizialmente un po’ pungente (probabilmente a causa della temperatura un po’ bassa), poi evidenzia note più fruttate (di nespole e mele cotte) e un po’ salmastre; in bocca è fresco, piacevolmente acidulo e dal sapore deciso.

Ci mancava un bicchiere di rosso per i piatti di carne e la Vitovska era ormai finita. Il “soccorso rosso” ha assunto le sembianze di un Merlot di Bressan. Non siamo andati lontanissimo, a Farra d’Isonzo. Di Bressan avevo il ricordo di uno spiazzante Pinot nero, molto intenso e speziato, di un’annata molto calda, la 2003. Anche questo Merlot, opportunamente servito un po’ più fresco , è del 2003. Un bel Merlot friulano, con appena un tocco di alcol in più (la temperatura ha forse aiutato a tenerlo meglio sotto controllo) , ma comunque piacevole, al naso confettura di amarena e una sfumatura lieve di erba, molto balsamico, che ha fatto il suo dovere sul nostro agnello murgiano.

Avremmo finito, ma come resistere a un assaggio della nuova Nosiola “anforata” di Elisabetta Foradori, che ci è stato gentilmente offerto dal patron che ne aveva appena aperto una bottiglia?

La Nosiola, con il Terrano e la Vitovska , di cui abbiamo parlato prima, è un altro esempio di quello straordinario patrimonio ampelologico, che tutto il mondo giustamente ci invidia. Pur senza essere un fustigatore di coloro che adottano le grandi varietà internazionali (il Sassicaia non sarebbe mai nato), come non chiedersi che bisogno ci sia, in un paese come il nostro, che possiede un numero impressionante di autoctoni, che solo ora stiamo lentamente riscoprendo, di importare, talvolta anche un po’ alla cieca, altre varietà ?

Nosiola_ForadoriLa Nosiola non è generalmente considerata un’uva importante. E’ l’uva da cui ,specie nella Valle dei Laghi , ma un po’ in tutto il Trentino, si fa il vino per tutti i giorni: vini freschi e profumati di mele e nocciole , anche un po’ semplici, adatti a essere bevuti sempre . Questa è diversa. Parliamo della Nosiola Fontanasanta della vendemmia 2009 di Elisabetta Foradori, già signora del Teroldego e alfiera del metodo biodinamico , che crede molto in questa varietà e ricorda che, non molto tempo fa, prima che venissero adottati stili di vinificazione volti a produrre vini più leggeri e da bere giovani, la Nosiola era lasciata fermentare a lungo sulle bucce e dava vini più complessi e capaci di sfidare gli anni. Da uve Nosiola in purezza , coltivate su suoli argilloso-calcarei in località Fontanasanta , due parcelle di due ettari complessivi, con 6000 ceppi per ettaro impiantati a guyot semplice , questo vino fermenta e viene lasciato a macerare lungamente sulle bucce, per otto mesi , in anfore da 430 litri , e poi ad affinare per altri due in botti di rovere e acacia. Bello il colore, paglierino-dorato, naso molto intrigante, con un ventaglio di sensazioni fruttate (mele, frutta esotica, melone) e leggermente verdi e agrumate (ci senti il cedro e l’ erba limoncella), con un bell’attacco sul palato, ha polpa , è fresco e persistente. Una bella sorpresa (Pubblicato il 30.6.2012).

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