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Discussioni

A che servono le classifiche dei vini?

Per carità, il talento e la professionalità di Luca Gardini sono fuori discussione, ma devo confessare di aver provato un certo disagio nel leggere il servizio apparso recentemente su Spirito di Vino dal titolo “I magnifici 10 dei primi 100 del mondo”, nel quale si presenta con grande enfasi una classifica dei migliori vini (rossi) del mondo (d’Italia, di Francia e “del resto del mondo”), stilata appunto dal “worldwinehunter”  Luca Gardini .

SdVNon voglio neppure cercare di discutere il  (peraltro discutibilissimo) valore delle misurazioni a cui gli esperti di vino (ed io stesso, sia pure, appunto, con crescente disagio) talvolta  facciamo ricorso. Chiunque si sia occupato un po’ delle misurazioni nelle diverse scienze, sa infatti quante (e onerose) assunzioni si è costretti a fare per poter utilizzare dei valori numerici (che siano ventesimi o centesimi non fa differenza) allo scopo di “misurare” la qualità di un vino.Già un assai più semplice livello di misurazione ordinale (quello che consente soltanto di affermare che A è migliore di B, senza quantificare in alcun modo di quanto gli sia superiore) mi pare che comporti non pochi problemi. Andrebbe già meglio tra vini dello stesso tipo (stessa varietà e stesso territorio) . Ma è difficile non chiedersi se abbia davvero senso  confrontare vini provenienti da varietà e da territori così diversi tra di loro, facendo ricorso ad una unica, semplice  scala  numerica: si pensi ad esempio ad uno straordinario Barolo   e  un altrettanto straordinario  rosso della Côte de Nuits, , o un grande vino di Saint-Émilion.

Nulla da dire sulla classifica in sé, anche se, a parte la “scoperta” del  Bairrada Principal, 10° a sorpresa- che confesso di non conoscere e sul quale sono disposto a  credere ciecamente al giudizio di Gardini e di altri che, eventualmente, abbiano elaborato questa graduatoria con lui, sembra un po’ di   scoprire  l’acqua calda, vedendo che tra i primi  vini del mondo ci sono vini come il  Musigny del Domaine Leroy, lo Château Pétrus, lo Chambertin di Armand  Rousseau, grandi   Brunello (uno di essi nientemeno che al 1° posto), Barolo e Barbaresco. 

A turbarmi è questa nuova mania di classifiche e di voti, che sembra aver contagiato tutti, come se i produttori dovessero costantemente partecipare ad un Grand Prix  e  ostentare atteggiamenti da star, piuttosto che continuare  a fare onestamente il loro lavoro con tutta l’esperienza e la passione di cui sono capaci per raggiungere la migliore qualità possibile in condizioni climaticamente sempre più difficili. Nessuno ne sembra ormai immune.Spiace che le guide ai vini (d’Italia e del mondo: tutte) abbiano progressivamente dimenticato  la loro principale (e insostituibile funzione) di condurre per mano gli appassionati e i consumatori meno esperti alla conoscenza dei grandi (e piccoli) territori del vino, introducendoli in paesaggi e culture diverse. Apritene una , e sarete accolti da una miriade di premi (il rosso dell’anno , il miglior bianco, il vignaiolo emergente, la cantina canguro, il miglior vino biologico, e così via), elenchi di vini dotati del più alto numero di bicchieri, stelle, grappoli e ogni altra cosa abbia pensato la fantasia umana.Ormai ogni anno , come i ristoranti Michelin, i produttori debbono combattere duramente per mantenere più a lungo  il massimo riconoscimento, anche se l’annata è stata difficile, pena la caduta nel dimenticatoio.

Naturalmente anche noi blogger non siamo immuni dal virus. Che dire, ad esempio,  del narcisismo e dell’autoreferenzialità con cui si consacrano come straordinari vini che si sono assaggiati una volta , magari in una serata un po’ particolare?

Certo i campionissimi ci sono, come no, e non è neppure tanto difficile riconoscerli, anche per chi non è un grande esperto : ma chi può permettersi, anche una sola volta nella vita, di assaggiare un Romanée Conti di sessant’anni? Non dimentichiamo (lo ricordava anche Ernesto Abbona in occasione della degustazione dei suoi magnifici Barolo a Merano) che il vino è anche un alimento, un compagno della nostra tavola e che il miglior vino è sempre quello che meglio si adatta a ciò che stiamo mangiando e al nostro stato d’animo. Non parliamo solo di star, ma dei tanti piccoli vini che allietano ogni giorno la nostra tavola e le cene con gli amici, e naturalmente di vigne, di paesaggi, di vignaioli autentici.

(Pubblicato il 18.1.2014)




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