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drink different

Festa di compleanno

Francesco (De Pascale) , dell’omonima pasticceria-enoteca di Avellino, di cui abbiamo parlato in un servizio di alcuni mesi fa (vedi “La carta dei vini” del 28 dicembre 2010), è abbastanza amico da permettermi di scherzare su di lui senza eccessive preoccupazioni. Ad esempio, quando dico che è il più straordinario venditore di vini che conosca. Che cosa altro pensare di un giovane enotecaro che riesce a vendere senza difficoltà una cassa di Rossese di Dolceacqua da 35 Euro la bottiglia, in una città, come Avellino, che fino a non molti anni fa conosceva (e neppure bene) solo il Fiano, il Greco di Tufo e il Taurasi? Non se ne abbiano gli amici liguri: non c’è alcuna ironia sul Rossese e la sua qualità (vedi in proposito il bel servizio dedicatogli da Bibenda, nel suo ultimo numero), ma indubbiamente non si tratta di un vino proprio conosciutissimo al di fuori dei confini regionali. 

Per non parlare di altri vini altrettanto poco conosciuti e quindi poco o per nulla richiesti dalle nostre parti , se non dai conoscitori, come quelli del Sud della Francia, il Mas de Daumas Gassac o i sorprendenti Collioures rosés de la Rectorie. Bravissimo, perché è curioso, sperimenta lui stesso: i vini li assaggia, prima di venderli, e, pur promuovendo, come è giusto, i grandi vini del meraviglioso territorio irpino, si sforza (riuscendoci) di far conoscere e apprezzare ai suoi clienti grandi e piccoli gioielli dell’enologia nazionale, che siano piemontesi (dal Barolo al Gattinara e al Boca) oppure dell’Etna.

Francesco riesce a vendere perché è entusiasta e perché non si risparmia con i suoi clienti, ai quali non si limita a proporre dei vini, ma si sforza di comprenderne i  gusti e di farli gradualmente crescere: ogni giorno fa ruotare una serie di bottiglie da proporre alla mescita, sicché il cliente curioso, che magari chiede solo un aperitivo di vino, è quasi guidato a fare sempre nuove scoperte. Ormai Francesco può contare su una cerchia di fedelissimi, che tutti gli anni, in occasione del suo compleanno (il calendario è complice, perché cade in pieno periodo natalizio) convoca in enoteca per una degustazione augurale, da farsi a orario di chiusura del locale, nel corso della quale si assaggiano diversi vini importanti. Senza pretendere di fare un resoconto sistematico di tutti gli assaggi fatti, riporto qualche impressione, augurandomi che qualcun altro di coloro che hanno partecipato alla serata possa aggiungere le proprie.

 

Il più puro.

Egon_Muller_kabinettParto dal vino che abbiamo bevuto per ultimo, non perché così richiedesse una sequenza costruita a tavolino, ma perché la compagnia non riusciva a staccarsi e Francesco ha aperto un’ultima bottiglia, e che bottiglia! Parlo di un Riesling di Egon Muller, un Kabinett, del 2008. Egon Muller è- a mio giudizio- uno dei migliori produttori di Riesling della Mosella in assoluto . I suoi Auslese sono leggendari. Il suo Scharzhofberger Kabinett è un gioiello di purezza minerale. Si tratta di un vero e proprio cru prodotto dalla famiglia Muller a Wiltingen, in una vigna di 7 ettari   sulla collina di Scharzhofberg . Il vino spicca per la sua freschezza acida, esibisce note decisamente saline e di agrumi (lime, mandarino un po’ acerbo), elegante , lungo. Nel tempo (si tratta di un Kabinett in grado di invecchiare senza problemi, fino a 10 anni e più) acquisterà ulteriore complessità (92.5/100) . Coup de coeur della degustazione.

 

Il più sorprendente (almeno per me)

PoliphemoLa sorpresa è l’”estraneo” dei vini rossi assaggiati, tutti derivanti da varietà bordolesi, in tutto o in parte. Uno straordinario Poliphemo di Luigi Tecce, di una vendemmia ritenuta “sofferta”, quella del 2005. Un Taurasi per certi versi atipico, ma di grande eleganza contadina. Pur assaggiato a una temperatura più bassa di quella ottimale, e nonostante abbia fatto seguito a grossi calabri come un   Sassicaia 2008 e un San Leonardo 2004, il vino non ha nient’affatto sfigurato. Potente ma non eccessivo, nonostante la sua struttura, ha esibito un bel naso di frutti rossi (ciliegia e mora) maturi, accompagnati da note balsamiche; al palato è caldo e sapido, offre suggestioni di cacao e liquirizia, tannini fitti e setosi (91/100),

 

 

Il più sexy

MonbousquetE’ un Monbousquet 2008, Saint-Emilion grand cru classé . Un risultato sorprendente per una proprietà (32 ettari, di cui 31 in   rosso, 70% Merlot, 20% Cabernet franc e 10% Cabernet Sauvignon), caratterizzata da suoli sabbioso-calcarei, che sembrerebbero non aver nulla da dire più di tanto,letteralmente risvegliata da Gérard Perse, poi divenuto proprietario di Pavie (in effetti tutt’altra classe) e Pavie-Décesse . Vino comunque molto piacevole, già “pronto”, anche se può migliorare ancora e conservarsi benissimo per diversi anni, in cui il Merlot prevale con grande evidenza, come del resto nello Château Pavie , un po’ un’eccezione, rispetto ad altri grandissimi, come Ausone e Cheval Blanc, dove è invece il Cabernet franc a spiccare. Rotondo e opulento, questo Monbousquet esibisce note tostate di caffè, cacao, un frutto lussureggiante di ciliegie scure e ribes nero, tannini assai levigati. Davvero sensuale: un ottimo vino, anche se non un grande vino. 91 punti da Parker e Wine Spectator, io mi fermerei a 90.

 

All’apogeo

Pichon3Un vino che ha raggiunto il suo apogeo è un vino che ha raggiunto la sua migliore espressione. E’ appunto il caso di questo Pauillac di razza, proveniente da una proprietà, poi divisa in più parti, nota già alla fine del seicento:   vicina a Latour, si spinge fin quasi il comune di Saint Julien . Château Pichon-Longueville Comtesse de Lalande si distingue, ancora nel millesimo considerato, per una percentuale piuttosto alta di Merlot :attualmente è al 35%, ma nelle ultime annate si sta puntando di più sul Cabernet Sauvignon , ciò che gli assicura una facilità di approccio e una seduttività insolite in altri grandi Pauillac. Second cru nella classificazione del 1855, Pichon-Longueville è stato acquistato nel 2007 dalla Maison di Champagne Roederer, ed è ora sotto la direzione di Sylvie Cazes, co-proprietaria di Lynch-Bages, un cinquième cru di grandissima reputazione . Questo 1999 è un millesimo più elegante che potente, con un potenziale di nvecchiamento moderato, che conferma in pieno il valore e la piacevolezza immediata, ma niente affatto banale, di questo cru, proponendo un naso balsamico, nel quale si avvertono frutti rossi e note molto piacevoli di menta : al palato è morbido, con una tessitura assai fine, lungo e persistente. 92/100.

 

 

Aspettatemi

Sassicaia 2008

Sassicaia2Secondo vino rosso degustato (tra il Monbousquet e un San Leonardo 2004), ha inizialmente un po’ sofferto, anche per la temperatura, in effetti piuttosto bassa. Sebbene si dica che il Sassicaia può essere apprezzato anche appena immesso sul mercato (cioè a due anni e mezzo dalla vendemmia), io ritengo che abbia bisogno, come tutti i grandi Cabernet, di almeno 6-7 anni per mostrare il suo effettivo valore. L’ impatto iniziale è stato olfattivamente un po’ anonimo (alcool e  ciliegia ),poi ha preso lentamente quota nel bicchiere: naso balsamico, frutti scuri, note complesse di china e grafite, molto elegante sul palato. Da aspettare : la mia forbice è 90 -93 punti , da verificare tra un paio di anni, magari caraffato.

 

 

Silvestre

San_Leonardo_2Elegante come una nobildonna, questo San Leonardo 2004, rosso trentino dei marchesi Guerrieri Gonzaga, da uve Cabernet Sauvignon in prevalenza (60%), Cabernet franc (30%) e saldo di Merlot. Si tratta di un taglio, nel quale le uve sono vinificate separatamente e poi assemblate. Puntuale come sempre , esibisce un naso “alpino”, quasi stordente per balsamicità, nel quale si succedono frutti di bosco, abete bagnato , alloro e note di leggera tostatura. Un po’ più prevedibile al palato, per il prevalere di tocchi decisamente erbacei, di fieno e liquirizia dolce . Bellissimo vino, che a mio giudizio ha però già dato tutto quello che doveva dare. Reggerà ancora senza problemi per alcuni altri anni, ma non occorrerà attendere ancora . 92.5/100.

 

Il più dolce

La_Tour_BlancheNon è il mio Sauternes preferito, lo Château La Tour Blanche, uno degli undici premiers crus del Sauternais (Yquem a parte, che è l’unico premier cru supérieur). La mia preferenza - non è un mistero- è per Climens , grande principe di Barsac. La sua posizione, il suo suolo (terre rosse, molto ferrose, su uno zoccolo calcareo fessurato), che assicura un drenaggio perfetto, il Sémillon in purezza, che sembra fatto apposta per la botrytis, ne fanno un vino di una complessità straordinaria, l’unico che possa guardare da pari a Yquem. Bella riuscita comunque questo 2003 di  La Tour Blanche. Quaranta ettari di terreno (suolo ciottoloso-argilloso-calcareo, ricco di silice),nel comune di Bommes, nel cuore del Sauternais, proprio sul Ciron, affluente della Garonne. 83% Semillon, 12% Sauvignon e saldo (5%) di Muscadelle. Giallo dorato, ha un naso opulento, spiccatamente dolce, nel quale si succedono albicocca, cedro candito , noce di cocco; al palato è egualmente dolce, ma non stucchevole, molto ricco, con accenni di miele, frutta candita, scorza di arancia, e, più leggeri, di zafferano. Un ottimo Sauternes, al quale fa forse manca solo un po’ di acidità in più (93/100)

 

Dolce Mosella

Icewine Dr. Loosen 2007

LoosenSolo sei gradi di alcool per questo affascinante vino “di ghiaccio”, tratto cioè da uve ghiacciate, vendemmiate con una temperatura esterna di 8 gradi sottozero. E’ una tradizione nei paesi che hanno inverni molto freddi: è il caso dell’Ontario, ce ne sono di ottimi nella Franconia, e naturalmente nella regione renana, come questo, e ce n’è pure qualche esperimento italiano (per es. in Alto Adige e in Val d’Aosta). Dr. Loosen è quello che si dice un nome nella Mosella: questa azienda è di proprietà della stessa famiglia da oltre 200 anni;  i suoi sei vigneti più importanti furono designati, nel 1868, come Erste Lage (equivalenti ai grand cru borgognoni) dalla classificazione prussiana dei climats della Mosella; essa ha avuto il merito, quando, alla metà del secolo scorso, molti produttori cedettero alle sirene di una produzione più “quantitativa” (quante splendide vigne di Riesling furono espiantate e sostituite dal più produttivo, e assai più modesto, Müller-Thurgau), di tenere duro, ed anzi incrementare il livello qualitativo dei propri vini sostituendo gradualmente le concimazioni organiche a quelle chimiche. Questo icewine (o meglio Eiswein) proviene da alcune parcelle particolari a Bernkastel e Wehlen, attentamente sorvegliate per proteggere l’uva dai cinghiali. Le uve da cui è stato elaborato questo Eiswein (per la prima volta, dopo la vendemmia del 2004) provengono principalmente dal cru Bernkasteler Matheisbildchen, che si trova più in alto ed è un sito più freddo, particolarmente adatto per questo tipo di vino, con un’aggiunta di uve provenienti da altre parcelle più elevate in Wehlener Sonnenhur. Vendemmiate a metà dicembre inoltrato , hanno dato un vino dolce, ma non mieloso come certi passiti. Sensuale, nel suo giallo dorato pallido, al naso dà albicocca e ananas, roccioso e vibrante di acidità, lunghissimo: 94/100 (punteggio più alto della serata)

 

Il maratoneta

San_GiorgioE’ il caso del San Giorgio Lungarotti 1990, assaggiato come quinto vino rosso, subito dopo il Poliphemo. Ottimo, sorprendente vino, se si pensa al suo stato di conservazione , davvero eccellente, ma in decisa sofferenza dopo tanta qualità. Avevo già parlato di questo vino, di questa stessa vendemmia, nella rubrica “La bottiglia dell’antiquario” ( il 20 febbraio 2011), rivalutandolo rispetto alle valutazioni piuttosto modeste che ne erano state fatte . A dieci mesi di distanza non posso che confermare la mia impressione di allora: un eccellente maratoneta , degno di fare da ospite di onore in una cena importante, ma evidentemente di livello inferiore rispetto ad alcuni dei vini già descritti. Oggi limerei la mia valutazione di allora, correggendola a 88/100.

 

Bollicine

Abbiamo assaggiato, in apertura, per predisporre il palato, due Champagnes assai interessanti.

CloserieSorprendente Les Béguines extra-brut di Jérome Prévost (La Closerie), Champagne premier cru, insolitamente 100% Pinot Meunier. Il Pinot Meunier é di norma un vitigno complementare dello Chardonnay e del Pinot Noir, negli champagnes più classici, ma amato dalla vitivinicultura biodinamica, che ha contribuito a rivalutarlo : per esempio Françoise Bedel, che impiega percentuali importanti di Pinot Meunier (86% nel suo Dis vin secret e 88% nel suo millesimato Robert Winer). Il Pinot “mugnaio”, detto così perché ricoperto da una leggera pruina che lo protegge dalle gelate, è di solito impiegato in percentuali raramente superiori al 30%, ed ha la funzione di accrescere la bevibilità dello champagne aggiungendo una nota di freschezza vegetale.. Naso assai complesso, nel quale si succedono note fruttate (di ciliegia e prugna) e di fiori rossi (rosa e viola, soprattutto), in bocca è sapido e minerale, con sfumature lievemente tostate e chiusura nocciolata. Se si tratta di un allievo di Selosse, è quasi il caso di dire che talvolta gli allievi superano i maestri: 92/100.

LavalNotevole (personalmente l’ho addirittura preferito) anche il Nature di Georges Laval (dove il Pinot Meunier “ritorna” al 10%, in un uvaggio in cui predomina lo Chardonnay), di straordinaria profondità, denso e minerale, dalla ricca trama speziata , appena infusa da note di vecchio cognac: 93/100.

 

 

 

La delusione

Disappointing è un vino verso il quale si avevano aspettative che non sono state soddisfatte, e purtroppo questo è il caso del vino più prestigioso della serata, nientemeno che uno Château Latour del 1981. LatourCerto, il 1981 non è stato il 1982 (annata memorabile nel Medoc ), anzi, per la verità è stato un millesimo piuttosto modesto, in cui anche i maggiori cru hanno faticato a raggiungere i 90 punti. Poi bisogna vedere: non sono certo pochi i casi in cui grandi promesse non sono state rispettate e annate considerate “piccole” hanno invece restituito, col passare degli anni, vini molto interessanti. Nel nostro caso però, più che l’annata, a tradire le nostre attese è stata l’ossidazione; subdola (il tappo non mostrava infatti nessuna perdita di liquido, né cali significativi del suo livello o, almeno per quanto era visibile dall’esterno, segni di decolorazione ), ma spietata. Una volta estratto il sughero, le tracce della “risalita” del vino sono apparse subito evidenti . Versato nel bicchiere, il vino appariva ancora molto scuro, ma olfattivamente piuttosto sgradevole, quasi pungente. Dopo qualche minuto il fenomeno si è attenuato, ma  l’ossidazione non ha dato scampo. Peccato: acidità e tannini testimoniavano che il vino era tutt’altro che morto.S.V.

 

 

Grillo parlante

Non ho parlato del Tordiruta , dorato Verdicchio passito di Moncaro, né di altre bontà che abbiamo assaggiato, riservandomi di riprendere l’argomento in altra occasione. In chiusura un ringraziamento al nostro amico e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere la serata piacevole non solo per i vini assaggiati, ma per i loro commenti e le loro battute. A Francesco mi permetto, da vero “grillo parlante”, di dare un suggerimento: invitaci ancora, naturalmente, ma offrici meno vini stellari. E’ un peccato non potersi soffermare su ciascuno di essi come meriterebbero, e dover rapidamente resettare le sensazioni suscitate da un grande vino per predisporsi a quello che gli succede. E poi bisogna tornare a casa: 12 vini uno dietro l’altro sono davvero una sfida. Non vorrai che qualcuno dei tuoi amici debba passare la notte in guardina perché ha (abbondantemente) superato i valori limite del test dell’alcool? (Pubblicato il 29.12.2011)

 

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