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drink different

Il principe e il povero

Finora, nella rubrica dedicata alle “Grandi degustazioni” di questo blog sono stati presentati molti vini francesi. E’ il momento di riequilibrare il conto con i nostri vini: non per sciovinismo (o contro-sciovinismo, visto che in questo non abbiamo nulla da insegnare agli amici francesi), ma perché è vero che la nostra vitivinicoltura ha fatto progressi straordinari in questi ultimi trent’anni, sia per quanto riguarda la qualità media dei propri vini, sia per quanto riguarda i vini di eccellenza. Dunque spazio ai vini italiani: cominciamo con i vini di due regioni molto distanti, non solo geograficamente, tra loro, l’Alto Adige e la Puglia,  e con due vitigni, il primo di nobiltà antichissima e l’altro di nobiltà più recente.

Cominciamo dall’Alto Adige, terra di grandi vini bianchi . Si è molto parlato (e forse troppo) dei Gewürztraminer e dei Sauvignon di questa regione: buonissimi, ma forse premiati eccessivamente dal grande pubblico per la loro aromaticità che li rende così diversi da altri vini ingiustamente considerati più neutri. Si è finora parlato poco invece del Riesling. Grande vitigno (parlo naturalmente del Riesling renano, non di quello cosiddetto italico, diffuso un po’ in tutta l’Italia settentrionale, tra cui la Lombardia  e il Friuli, che probabilmente non ha nulla a che vedere con il suo omonimo), forse il più grande vitigno a bacca bianca del mondo, certamente il più longevo, che, soprattutto nella Val Venosta e nella Valle Isarco, ha dato risultati molto buoni. Diversi certo da quelli del Reno e della Mosella, più simili forse a quelli austriaci della Wachau, del Kampstal e del Kremstal, ma di eccellente livello. Ce ne sono naturalmente parecchi, ma tra quelli che in questi ultimi anni hanno avuto costantemente riuscite molto buone, mi piace citarne tre, di cui abbiamo riassaggiato l’annata 2010.

Il principe…

Falkenstein2Cominciamo da quello di Falkenstein, bella azienda di Naturno , a pochi chilometri da Merano: approfittate delle giornate di ottobre-novembre dedicate al Riesling a Naturno per venirci.

Ha origini antiche (fu fondata nel 1650, anche se imbottiglia i suoi vini solo dal 1995), di proprietà di Franz Pratner, che ne è anche l’enologo,10 ettari vitati di proprietà, distribuiti da 500 a  quasi 900 metri  di altitudine, produce, come tutte le aziende del luogo, anche altri buoni vini da vitigni classici del luogo, nell’ambito della DOC Val Venosta (Pinot bianco, innanzitutto, Sauvignon e Gewürztraminer) e un discreto Pinot nero, ma sopratttutto il suo Riesling. Da uve Riesling renano 100%, è un Riesling di buona personalità ed anche ottima resistenza (ho ribevuto da poco bottiglie del 2009, del 2008 e del 2007, in   magnifica forma). Alla vista mostra un color giallo paglierino di buona intensità, olfattivamente dà le note tipiche del Riesling, agrumi, foglie verdi ed idrocarburi (che si accentuano  dopo qualche anno), secco e sapido, di grande precisione. Lungo. Circa 18 euro la bottiglia . 91/100.

Il secondo Riesling , sempre della Val Venosta, è quello della Tenuta Unterortl, Castel Juval, di Castelbello (Kastelbell). Siamo in un luogo molto suggestivo e ricco di storia (ve ne sono tracce nella seconda metà del XIII secolo) , all’imbocco della Val Senales nella Val Venosta, proprio sopra l’abitato di Naturno, a 1000 metri  di altezza. Si tratta dell’azienda che fu acquistata da Reinhold Messner, che ne ha fatto anche la sua residenza estiva, ma l’artefice di questo vino è il bravissimo Martin Aurich, tedesco di Germania, già ricercatore dell’Istituto Agrario di Laimburg.

JuvalDa vigneti tra i 600 e gli 850 metri, che si inerpicano su terrazze verso Castel Juval, molto ben esposti a sud-sudest, su un suolo molto acido.

E’ un Riesling di grande purezza ed eleganza, a partire dal colore, al naso si avvertono note fruttate di agrumi e lieve albicocca e , più sottili, di pierre à fusil, in bocca è deciso, si avverte una fresca innervazione acida, molto sapido, minerale. Una ventina di euro la bottiglia, 92/100.

 

KofererhofIl terzo Riesling è invece della Valle Isarco, di Kofererhof. Siamo vicini a Novacella. Si tratta di una azienda più giovane (Gunther Kerschbaumer ha cominciato a imbottigliare i suoi vini da una quindicina di anni), che produce alcuni dei bianchi più affascinanti dell’Alto Adige: uno splendido Silvaner, accompagnato da altri compagni di qualità altrettanto eccellente: Veltliner, Kerner e naturalmente Gewurztraminer, i gioielli della Valle Isarco.Vigne esposte a sud a 6-700 metri di altitudine, su suoli leggeri di origine morenica.

Questo Riesling ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, offre note floreali e piacevolmente agrumate, è assai fresco, leggermente acidulo sul palato, ha buona intensità e persistenza.90.5/100.

 

 

… e il povero

Ci spostiamo a sud, in Puglia, per assaggiare alcuni dei suoi migliori vini da uve Primitivo. Vitigno ritenuto autoctono, ma quasi sicuramente di origine dalmata: si tratta molto probabilmente del Crljenak Kastelanski, che è poi anche lo stesso dello Zinfandel californiano. Quali che siano le sue origini effettive, era noto in Puglia sicuramente già dalla fine del ‘700, mentre in America è arrivato più tardi, alle soglie degli anni ’30 dell’800. Secondo una tradizione, lo Zinfandel sarebbe arrivato in America dall’impero austro-ungarico, dove il Primitivo, data la sua precocità, veniva consumato come uva da tavola, e fu inizialmente scambiato con il Sylvaner, che in Ungheria era noto come Zinfardel.

Il Primitivo pugliese si trova praticamente un po’ dappertutto nella regione , ma è diffuso soprattutto nella provincia di Taranto, dove, con i suoi quasi 6500 ettari  .di vigna, rappresenta oltre il 60% della produzione vinicola totale. Il Primitivo pugliese più noto è sicuramente quello di Manduria, ma in Puglia esiste almeno una seconda sottozona con una grande vocazione qualitativa, ed è il comprensorio di Gioia del Colle, più a nord, in provincia di Bari. Buoni vini da uve Primitivo si trovano però anche in altre zone (per es. nelle Murge), anche se non di pari valore, e spesso in uvaggio, con altre uve locali (come il Negroamaro e la Malvasia nera), o, talvolta, anche con uve internazionali. Diciamolo subito: molti ancora storcono il naso davanti al Primitivo . “E’ troppo alcoolico” (ma le stesse persone trangugiano senza problemi un Cabernet californiano di quasi 15 gradi o una Grenache iberica di pari gradazione). “E’ troppo rustico” (però vanno in brodo di giuggiole per un vino biodinamico del Sud-Ovest della Francia o uno Cheverny rosso, che non sono proprio il massimo dell’eleganza) e così via. In effetti il Primitivo paga l’ancora (immeritato) scarso prestigio dell’enologia pugliese , per troppi decenni umiliata dalla vendita in cisterne per l’arricchimento di vini a scarsa gradazione alcolica del Nord, o dalla distillazione agevolata. Confesso di amare il Primitivo. Il Primitivo , quello della Campania, dove cinquant’anni fa era molto più diffuso di ora , nel Massico e sui colli cilentani, è stato forse il primo vino che ho assaggiato. Quando, negli anni ’80, ho cominciato a recarmi più spesso in Puglia,  e il Primitivo era completamente oscurato dall’ascesa del Negroamaro, ormai certificata dalle Guide più diffuse, continuavo ad amarlo e a preferirlo, anche se gli esempi disponibili non erano sempre all’altezza. Ma bisogna riconoscere che quando le uve sono di qualità eccezionale (e qui spesso lo sono) , come possono darle le vigne più vecchie (che in Puglia non mancano: ve ne sono alcune addirittura quasi centenarie), coltivate su suoli appropriati, ben drenati, nei quali le radici possono andare in profondità a prendere il nutrimento necessario, magari un po’ in collina (come quello di Gioia), e se non ci si fa prendere la mano dalla grande generosità del sole pugliese, può dare vini davvero affascinanti, anche se talvolta estremi, dal frutto più straordinario che si possa immaginare.

EsParliamo innanzitutto di due ottimi Primitivi di Manduria. Il primo non può che essere l’Es (nome di evidente ispirazione freudiana) di Gianfranco Fino, recentemente portato sugli scudi anche da un po’ tutte le Guide nazionali. Conosco questo vino dalla sua prima vendemmia in commercio, quella del 2004. Lo assaggiai in un piccolo bar à vin di Bari, dal nome luxembourghiano, “Il pane e le rose”. Era una bottiglia di prova. Ne rimasi sinceramente sconvolto. Si trattava di un vino al di fuori di ogni categoria, con i suoi oltre 18 gradi e mezzo di alcol svolto, e pur tuttavia incredibilmente, direi miracolosamente, armonico: normalmente l’olfatto avrebbe dovuto restare completamente saturato dall’alcol, da sentori, non necessariamente gradevoli, di frutta sotto spirito. Invece era un trionfo di sensazioni, in cui c’era naturalmente anche la ciliegia sotto spirito , ma poi cioccolato, prugna nera, caffè, mirto, e mille altre evocazioni . Ho bevuto poi il 2005, pur buono, ma meno dirompente. Assaggiati insieme, quasi scompariva di fronte a quel 2004 scorrettissimo, assolutamente fuori dalle regole. Poi sono venute le annate successive, via via sempre più affinate da Fino. Ho bevuto ora l’annata 2009 .Siamo comunque sui 16 gradi e mezzo di alcol. Un vino di una ricchezza incredibile. Al naso e in bocca è un’esplosione di note fruttate, prugna, giuggiole, ma anche erbe officinali. Corpo robusto, ma niente affatto rustico, molto velvety sul palato, di incredibile persistenza. E’ un vino che durerà, se si è capaci di conservarlo (93/100). Può forse apparire una bestemmia pagare oltre 35 euro un vino che proviene da un vitigno e da una zona di cui è possibile trovare nei supermercati bottiglie a 1 euro e 29 centesimi , ma un vero amatore non esiterà a farlo suo e. potendo, a farne scorta. Un grande vino di vigna, più che di cantina.

Lo fa Gianfranco Fino, giovane ed appassionato enologo coadiuvato dalla moglie Simona, in piccoli appezzamenti di terra tra Manduria e Sava: si tratta di vigne vecchie in media di 40 anni, ma talvolta anche più, con il tradizionale alberello, sui suoli tipici della zona (terre rosse argillose, con affioramenti rocciosi). In più un vigneto sperimentale di impianto più recente, con 12.000 piante per ettaro, con cloni selezionati.

SessantanniA San Marzano, in provincia di Taranto, si produce da alcuni anni un altro Primitivo di Manduria di grande qualità. Il Sessant’anni 2008 dei Feudi di San Marzano. Intendiamoci, il passaggio di scala è notevole. Qui passiamo dalle 12.000 bottiglie dell’Es alle 200.000 di questo vino (su un volume di oltre sei milioni di bottiglie complessive prodotte in azienda). Primitivo 100%, con un tenore di alcol , come sempre, non lieve (14°5), ma di un paio di gradi inferiore. Colore tipico del Primitivo, un rubino intenso, quasi nerastro, molto cacao e spezie (pepe nero e tabacco in primis) , frutti scuri. In bocca è potente, con una sfumatura leggermente dolce, caldo e molto morbido. Da vigne vecchie di sessant’anni nel comune di San Marzano, in località Noviera e Casa Rossa, con una densità di 5.000 piante per ettaro ad alberello; terre rosse argillose a tessitura fine, sature di ossidi di ferro, su substrato calcareo. Affinato per quasi un anno in barrique di rovere francese. Costa comunque i suoi 25 euro (90.5/100) .

Si torna più a nord, nel comprensorio di Gioia del Colle, in provincia di Bari, per assaggiare “l’altro” Primitivo. Un Primitivo che, a parte l’ovvia somiglianza di famiglia è tuttavia diversissimo. Diverso il paesaggio, diverso il clima, meno arido, sicuramente diversa anche l’uva :si tratta infatti di un biotipo che presenta diverse particolarità morfologiche, che si avvertono anche in bocca. Quando si parla di Primitivo, si pensa di solito a quello tarantino, di Manduria. Quella di Gioia è ingiustamente trascurata: una DOC assai più ristretta, ma con punte di qualità davvero elevate. Qui negli ultimi anni ci sono stati progressi straordinari, anche per la nascita di nuove aziende, che hanno mostrato di voler cercare la qualità. A Gioia , di Primitivo davvero eccellente, ce n’è ormai parecchio. L’altitudine, i suoli più acidi, le escursioni termiche permettono vini più freschi , minerali e dinamici.

ChiaromonteScelgo due vini che mi sono apparsi, pur tra valori medi abbastanza alti, degni dell’attenzione anche di intenditori molto esigenti. Il primo è di Nicola Chiaramonte, subentrato nel 1998 alla guida della cantina, tra le più antiche del territorio , nata nel 1826. Fino ad allora si era venduto vino sfuso, poi la scelta di fare vino di alta qualità e imbottigliarlo. La cantina Chiaromonte è a qualche chilometro da Gioia, ad Acquaviva delle Fonti: alcuni ettari di proprietà (meno di una decina, e il doppio in fitto), a 300-350 metri di altitudine, su suoli calcarei, ricchi di fossili marini. Produce, diciamolo subito, un buonissimo Primitivo di base, l’Elé, e un fuoriclasse, la sua costosissima Riserva (più di 80 euro la bottiglia). Ma sono eccellenti e assai più accessibili anche le sue due selezioni, il Muro Sant’Angelo e il Contrada Barbatto, che è quello che scegliamo per questo servizio. Quest’ultimo proviene da una vigna vecchia, di 60 anni: rubino scuro, è assai intenso al naso , al quale emergono note di frutti scuri e leggere di humus; al palato è di notevole freschezza,avvolgente, offre tocchi di cacao e liquerizia.92/100.

PolvaneraL’ultimo vino di questo servizio è il 17 (sta per 17°, in verità un nome non felicissimo) dell’Azienda Polvanera, da un’ antica masseria ottocentesca, nella quale il Primitivo era coltivato da molto tempo. Ora la dirige Filippo Cassano ed é stata riconvertita al biologico . I volumi di produzione sono decisamente più elevati, rispetto alle 25.000 bottiglie di Chiaromonte, ma comunque contenuti (circa 200.000, per 25 ettari  vitati di proprietà e una quindicina in affitto). Gli impianti più recenti (una decina di anni), a cordone speronato, sono nel territorio di Gioia, a 350 metri  di altitudine, ma le vigne più pregiate, ad alberello, vecchie di sessant’anni sono ad Acquaviva. Il 17 proviene da un vecchio vigneto, appunto di 60 anni, in località Montevalle ad Acquaviva delle Fonti, su suolo argilloso-calcareo, a medio impasto, molto profondo, 8000 ceppi ad alberello per ettaro, per una resa bassissima per il luogo, di 30 q.li per ettaro. La versione del 2008 non ha proprio 17 gradi di alcol, ma c’è vicina (16.5°). La cosa miracolosa di questi vini è che l’alcol, davvero elevato, non si avverte, o almeno non lo si avverte nella misura attesa, tale è l’equilibrio tra dolcezza, alcol e acidità che li caratterizza. Rubino cupo, davvero intenso, al naso offre una palette aromatica di grande suggestione, con note di frutti scuri e sentori di macchia mediterranea. Sul palato è incredibilmente fresco , con una trama tannica molto fine, con evocazioni di cacao e caffè nero. Oltre 18 mesi in acciaio inox e almeno un anno in bottiglia. 91,5/100.

L’uno e l’altro all’incirca a 25 euro la bottiglia.

 

(Pubblicato il 31.1.12)

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