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drink different

Questo crème de tête fa davvero perdere la testa: Château Gilette

I Gonet-Médeville, proprietari di Château Gilette, meriterebbero davvero la qualifica di antiquari del vino. Come parlare altrimenti di vini che vengono messi in commercio non meno di 20 anni dopo la vendemmia, come lo sono tutti gli Château Gilette?

Eppure, come talvolta capita, la nascita di questo vino e del suo inconfondibile stile, fu effetto del caso, o meglio della compresenza di numerose coincidenze esterne. Ormai 77 anni, fa, nel 1934,a Preignac non c’era di che imbottigliare il vino, né botti per conservarlo, per cui non vi fu altra scelta che lasciare il vino nella vasca di cemento. Passata la guerra, si vide che il vino era evoluto meravigliosamente : aveva l’ aroma di un grande Sauternes, ma più fruttato, incredibilmente fresco e giovane nonostante il tempo trascorso.

Si decise di ripetere la stessa procedura , questa volta per scelta e non per necessità, e da allora Gilette resta nella cuve per molti e molti anni, anche più di venti, e viene messo in commercio solo nelle annate migliori, e quando viene ritenuto pronto.

Ho avuto il mio primo contatto con questo vino solo cinque anni fa. Lo assaggiai al primo Grand Salon du Vin de France, organizzato dalla RVF nel magnifico Palais Brogniart, l’antico palazzo della Borsa di Parigi, e ne rimasi folgorato. Assaggiai le vendemmie del 1983 e del 1985, allora in uscita, ma fu soprattutto la prima a colpirmi. Insistei inutilmente con i proprietari di vendermene una cassa. Mi dissero che avevano un importatore italiano e non potevano in alcun modo spedirmi del vino in Italia. Ma ero deciso ad avere il mio Gilette e, tornato in Italia, fatta tutta la trafila necessaria, finalmente lo ebbi. Averlo non fu facile (non è che si trovi facilmente) e mi costò una piccola fortuna , ma li considerai tra i soldi meglio spesi per la mia cantina. In cassetta di legno individuale, stampate a fuoco, le mie preziose bottiglie riposano proprio accanto a quelle di Yquem e di Climens.

Eppure, paradossalmente, non si tratta di un premier cru e neppure di un deuxième cru. Semplicemente Gilette è fuori classificazione. Ma questo non gli impedisce di essere ritenuto uno dei Sauternes più grandi e inconfondibili, venduto ad un livello di prezzi appena inferiore a quelli di Yquem.

Gilette si trova al centro del piccolo borgo di Preignac, tra Barsac e Sauternes, appena un po’ più a sud di Sainte-Croix du Mont, famoso solo per due avvenimenti: la vittoria di Louis le Débonnaire sui normanni nell’826, e la distruzione della chiesa e del ponte sul Ciron nel 1568 ad opera delle truppe del protestante Montgomery. Posto tra la scuola e il cimitero, questo lieu-dit   è cinto di mura come un clos borgognone; il suo suolo è costituito da graves bordolesi e sabbia su fondo calcareo. Il blend del vino è costituito per il 90% di Sémillon, 8% di Sauvignon e 2% di Muscadelle , con rese bassissime (tra 3000 e 6000 bottiglie in tutto), più o meno un anno su due, perché se la botrytis arriva a Sauternes tutti gli anni, più raramente arriva ai livelli richiesti per elaborare una “crême de tête” come Château Gilette. L’uva viene vendemmiata praticamente chicco per chicco, attaraverso più triages (da 3 a 8), e termina a fine settembre nelle annate molto precoci (come la 2003) e a metà novembre in quelle più tardive. Il mosto viene pressato molto dolcemente con una pressa pneumatica, e il succo, con un grado di alcol potenziale compreso tra i 19 e i 22 gradi, viene fatto fermentare a temperatura controllata (mai superiore a 17°) in un vaso vinario di acciaio, dove può restare per diversi mesi (in taluni casi fino al luglio successivo alla vendemmia. L’élevage avviene invece in una vasca di cemento piena, chiusa ermeticamente. Qui resta da 15 a  18 anni, quando ne viene estratto per l’imbottigliamento, dove il vino permane ad affinarsi per almeno altri due anni.

Il “segreto” di Gilette è che la lenta maturazione del vino avviene per riduzione, senza ossidazione, ciò che gli permette di mantenere una freschezza assolutamente unica. Il vino sembra quindi incredibilmente giovane, non ha alcuna nota legnosa, dal momento che non vede mai legno. GiletteAssaggiamo questo 1983, aperto alla fine di una cena nella quale avevamo già bevuto un altro grande vino di Bordeaux, un Léoville-las-Cases del 2001: il vino è giallo ambra, con sfumature dorate, naso estremamente complesso, nel quale si alternano toni dolci (di ananas, pera e albicocca), e più secchi (confettura di arance amare); sul palato è incredibilmente vivo e intenso; una freschezza incredibile per un vino che ha ormai quasi trent’anni. Lunghissimo. E’ consigliabile decantarlo almeno un’ora prima per apprezzarlo al meglio. Grande bottiglia, da 95/100.

 

Sollecitato dai “buchi” della classificazione napoleonica del 1855, ancora valida nella sostanza, ma che ovviamente non è perfetta, anche perché rifletteva lo stato delle proprietà a quel tempo, e non poteva tener conto completamente della loro evoluzione successiva , voglio ora parlare di un altro straordinario Sauternes, anzi di un Barsac:  anch’esso non compreso nell’elenco numeroso dei premiers crus (a Barsac sono solo due, Climens e Coutet), ma davvero degno della massima considerazione, che in alcune annate è davvero ai vertici.

Parlo dello Château Doisy-Daëne di Denis Dubourdieu. Il Sauternes nasce dalle terrazze più alte (solo comparativamente, l’altitudine a Bordeaux si misura nell’ambito di pochi metri, non è certo quella della Valle d’Aosta!) a nord-est della Garonne, sul lato sinistro del fiume, fino alle foreste delle Landes. Il Ciron, un piccolo affluente della Garonne, separa il Sauternais dal cugino Barsac. Le vigne di Barsac si trovano sulla terrazza più bassa, ad appena 15 metri. La vicinanza della Garonne e della foresta delle Landes e il Ciron rappresentano elementi essenziali del microclima di Barsac, più che mai favorevole allo sviluppo della Botrytis cinerea (la cosiddetta pourritoure noble): l’umidità non manca , in quanto le acque del Ciron, che discendendo dalle Landes, si gettano nella Garonne, sono più fredde : ciò provoca specie nel periodo della vendemmia, delle frequenti nebbioline mattutine, ma queste sono bilanciate dalla ventilazione e dall’ abbondanza di sole. Il suolo argilloso, dal caratteristico colore rosso, poggia su uno zoccolo calcareo. I vini di Barsac sono di norma meno concentrati di quelli di Sauternes , ma più freschi: la maturazione delle uve è più tardiva e i livelli di acidità sono più elevati.

Agli inizi dell’800 Doisy-Daëne costituiva una unica proprietà indivisa con Doisy-Védrines (la porzione più grande) e Doisy-Dubroca, da cui fu poi divisa al tempo di Napoleone . Situata tra Climens e Coutet, alla fine del ‘700 aveva acquistato anche un pezzo di quest’ultimo, preziosissimo cru, quando il suo proprietario, Gabriel-Barthélémy-Romain de Filhot fu-ahimé-ghigliottinato (1794). Acquistata da Emmanuel Daëne (donde il nome), apparteneva alla famiglia Daëne ancora nel 1855, allorquando ricevette la classificazione di deuxième cru , poi passò di mano ed ebbe alterne fortune finché non fu acquistata , nel 1924, dal nonno degli attuali proprietari, Georges Dubourdieu. E’ ora il nipote di Georges , Denis, enologo di fama internazionale e professore di enologia all’Università di Bordeaux, a condurre questa magnifica proprietà, finalmente riportata ai livelli che le competono.

DoisyE davvero Doisy-Daene è un cru degno della massima considerazione, ad onta della classificazione del 1855, oggi certamente al livello di molti premier cru di Sauternes. E’ un Barsac molto puro, molto ben bilanciato tra dolcezza e acidità, con una piacevolissima freschezza fruttata, che è in grado di mantenere per molti anni. Grazie a Dubourdieu , il vino ha progressivamente trovato una continuità e una identità via via più precise, inanellando una serie di millesimi costantemente tra i migliori dell’appellation. Costituito da un blend di Sémillon e Sauvignon, nel quale il Sémillon è nettamente predominante (circa l’80%). Dal 1990 (grande annata), lo Château Doisy-Daëne produce anche un altro straordinario vino liquoroso, solo nelle annate ritenute straordinarie: L’Extravagant di Doisy-Daëne, da uve Sauvignon in purezza, in parte attaccate dalla botrytis in parte appassite. Da allora, nelle annate in cui è stato prodotto, l’Extravagant è sempre stato prodotto solo con uve Sauvignon, ad eccezione del 1997, anno in cui fu fatto esclusivamente con Sémillon.

Noi abbiamo avuto modo di assaggiare diverse annate, ancora giovani o giovanissime (2006, 2007 e 2008) e più vecchie (1989 e 1997) del vino che sarebbe stolto chiamare di base, lo Château Doisy-Daëne.

Queste ultime , magari anche un po’ sottovalutate nelle degustazioni meno recenti, oggi appaiono, nella loro maturità, assai più convincenti e di livello più che buono, specie quella del 1997. Naso molto fine ed elegante, con note di frutta bianca (pera) ed esotica (soprattutto banana e mango), sul palato la dolcezza, notevole, è contrastata, o meglio equilibrata da una acidità sostenuta, un buonissimo Barsac , da 91/100. Forse appena un soffio al di sotto l’annata 1989, giallo dorato profondo, naso dolcemente vanigliato con note agrumate molto fresche, eleganti sfumature di arance amare in chiusura (90/100).

Tra le annate più giovani, la migliore appare (e lo è sicuramente al momento) quella intermedia, la 2007: intenso, vibrante di acidità come sono i Barsac di Dubourdieu, di grande purezza, con note floreali e di miele (94/100). Ancora un po’ chiuso il 2008 , da attendere, comunque un vino puro, con un frutto molto piacevole (89/100) il 2006 é una bella riuscita per un’annata non grandissima per il Sauternais e per Barsac, marcato di frutta tropicale e miele, con la caratteristica acidità che caratterizza questo terroir (89/100).

 

Chateau Gilette è importato in Italia dalla Sagna (www.sagna.it)

 

Chateau Doisy-Daene è importato da Sarzi- Amadé (www.sarziamade.it)

 

Un ringraziamento a Gianni Galantino, della Sagna, che mi ha aiutato nella mia ricerca dell’introvabile Chateau Gilette e mi ha reso un uomo felice.

 

(Pubblicato l’8.2.2012)

 

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