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drink different

Più Merlot nello Château Léoville- Poyferré

TuttiSono state sei le annate assaggiate alla verticale di Château Léoville- Poyferré effettuata a Merano in occasione del XXIV Wine Festival. Come sempre ottimamente organizzata, si è svolta  in una delle salette al piano terra dell’Hotel delle Terme. Come già illustrato in  due articoli di qualche tempo fa, su questo blog, riguardanti gli altri due Châteaux nati dalla divisione della storica proprietà Léoville, Poyferré faceva infatti parte, come Léoville-Barton e Léoville-Las- Cases, di un unico grande possedimento, il più grande del Medoc, le cui origini sono fatte risalire al 1638.

Nel 1769, alla morte del suo proprietario, Alexandre de Gasq, Léoville era ancora interamente nelle mani della sua famiglia, con oltre 120 ettari di vigna. Tuttavia i suoi vini venivano venduti dagli eredi sotto quattro marchi diversi, quelli d’Abadie, Lacaze, Chevalier e Monbalon. All’epoca della rivoluzione francese, il Marchese di Las-Cases, uno dei quattro eredi, dovette fuggire dal Paese,e Léoville fu sottoposta a sequestro e destinata alla vendita. Fu così che un pezzo di esso fu acquistato nel 1826 dalla famiglia Barton, che ne è ancora, dopo quasi 190 anni la proprietaria, dando origine allo Château Léoville- Barton. La parte restante (circa i tre quarti della proprietà originaria) rimaneva nelle mani della famiglia Lacaze. Nel 1840 del marchio Lacaze, che divenne Château Léoville Las Cases ,divenne proprietario il maggiore degli eredi, Adolphe, mentre il marchio d’Abadie toccò alla sorella Jeanne de Lascase. Quest’ultima cedette poi i suoi diritti alla figlia, che aveva sposato il barone Jean-Marie Poyferré de Cerès: nacque così il terzo Château, Château Léoville- Poyferré.

Poyferré aveva naturalmente tutte le carte in regola per dare vini dello stesso livello degli altri due Châteaux fratelli , e di fatti, quando nel 1855 fu effettuata la classificazione napoleonica dei grandi crus del Médoc, fu inserito tra i second grand cru di Saint-Julien.

Falcidiata dall’oidio (la lotta contro la quale durò fino al 1863), il barone di Poyferré , nel 1865, dovette vendere la sua proprietà alle famiglie Lalande et Erlanger, grandi négociants di vino e banchieri. Alla morte del suocero, prese la guida dello Château Armand Lalande, imparentato con i Lawton, una famiglia di famosi courtiers vinicoli da secoli. Lalande restò al timone per circa vent’anni superando i flagelli della fillossera e della peronospora. Tuttavia la sua famiglia dovette vendere a sua volta Poyferré, nel 1920, alla famiglia Cuvelier, che la salvò dalla rovina nella quale la proprietà era precipitata durante la guerra mondiale, riportandola gradatamente al posto che gli competeva. I Cuvelier possedevano a quel tempo una maison de négoce, fondata oltre un secolo prima (nel 1804), a Haubourdin, e si interessavano alla compra-vendita dei grandi vini del Mèdoc. Nel 1903 i Cuvelier divennero proprietari a St. Estèphe dello Chateau Le Crock, situato sulla piattaforma di Marbuzet, tra Montrose e Cos d’Estournel. 32 ettari di vigne pregiate, che ottennero la qualifica di cru bourgeois nel 1932, così come quelle dello Château Moulin Riche, che i Cuvelier acquisirono nel 1920 insieme con lo Château Poyferré, entrambi nel territorio di St. Julien. La famiglia trasferì il suo polo di interessi a Bordeaux. La Maison de négoce di famiglia, ormai a Bordeaux, venne affidata a Olivier, mentre Didier assunse la direzione delle proprietà vinicole a St. Julien e St. Estèphe.L’espansione della famiglia Cuvelier proseguirà poi in Argentina, a Mendoza, dove avvieranno un’altra azienda vitivinicola, la Bodega Cuvelier.

Che cosa era intanto successo nella proprietà maggiore, lo Château Léoville-Poyferrè? Dopo alcuni decenni di mediocrità, nella quale la storica proprietà era precipitata dopo i grandi flagelli che colpirono le vigne francesi nella metà dell’Ottocento e i dusastri del primo conflitto mondiale, nei quali i vini della proprietà furono ben lontani dalla qualità che ci si poteva attendere da essa, venne finalmente la risalita. La consulenza del grande Émile Peynaud, e poi, quella più recente (dal 1995), di Michel Rolland, diedero l’avvio ad una rapida ascesa qualitativa. Negli anni ‘90 fu costruita una nuova barricaia e poi fu interamente rinnovata l’antica tinaia. Terminati i lavori alle cantine nel 1996, rese molto più perfromanti , con l’installazione delle nuove (22) vasche tronco-coniche per la macerazione a freddo preferementativa, Poyferré ha dato inizio ad una serie assai felice di vendemmie che l’hanno riportata ai vertici dell’appellation, agli stessi livelli, che sembravano ormai irraggiungibili, degli altri due Châteaux dell’antica proprietà Léoville.

La superficie vitata, su tipiche graves della Garonna,   è nel frattempo progressivamente aumentata, dai circa 48 ettari iniziali agli attuali 80, che ne fanno il secondo in grandezza dopo lo Château Léoville-Las Cases , 97 ettari. Il più piccolo è Léoville-Barton con i suoi 45. La presenza del Merlot, in precedenza più importante, è stata lievemente ridimensionata (oggi costituisce circa il 25%), mentre è stata accresciuta la percentuale del Cabernet Sauvignon (65%). Il proprietario, Didier Cuvelier, intendeva così produrre un grand vin più strutturato e longevo nelle sue parcelle migliori, allineandosi a Léoville Las Cases, mentre a Léoville Barton la percentuale di Cabernet Sauvignon è ancora superiore (72%). Si noti che a Château Ducru-Beaucaillou, l’altro second cru che contende da sempre il primato ai tre “fratelli” Léoville, è addirittura il 90%, con solo il 10% di Merlot.La restante parte è distribuita tra il Petit Verdot (8%) e il Cabernet Franc (2%).

Nonostante questo aumento del Cabernet nelle superfici , la percentuale di questa varietà negli ultimi anni, è andata invece progressivamente diminuendo nel blend adottato per il grand vin , mentre è aumentata corrispondentemente quella del Merlot. Il Cabernet, infatti, era il 70% nel 2003, poi è scesa al 68% nel 2005, al 65 nel 2007, 60 nel 2008 e 58 nel 2011. Unica eccezione, il 2006, nel quale il Cabernet fu del 73%.

Il blend da adottare è scelto in più fasi: tre settimane circa prima della vendemmia viene assaggiata l’uva per valutarne la maturazione, operazione ripetuta nelle settimane successive, parallelamente ai controlli di laboratorio sul tenore zuccherino e l’acidità e dei tannini e degli antociani.

La data effettiva della vendemmia viene stabilita dall’équipe tecnica una settimana prima dell’inizio. Le uve sono vendemmiate manualmente. La selezione dei grappoli viene fatta, in parte ancora manualmente, prima della diraspatura e poi prima del foulage . La messa in cuve viene fatta separatamente per parcella in vasi vinari in acciaio inox.

Le uve fermentano nell’acciaio a temperatura controllata, La macerazione avviene in tre-quattro settimane, prima che il vino venga messo in barriques , nuove nella misura dell’80% dove fa la malo lattica. L’ élevage, in barrique dura18-20 mesi. Poyferré produce un altro vino, lo Château Moulin Riche,   vinificato interamente in acciaio, prima di fare un periodo in barriques in parte nuove e in parte di un anno. Il “secondo vino” della proprietà é Le Pavillon de Poyferré, prodotto con le uve delle vigne più giovani ed è ovviamente un vino assai più facile, ma piacevolmente fruttato, da consumare giovane.

2005I vini degustati. Naturalmente spicca il vino del 2005, l’unica “grande” annata degustata. Le altre del bordolese, negli anni ‘2000, 2000, 2009 e 2010, non erano questa volta presenti. Con il 68% di Cabernet Sauvignon, il 26% di Merlot, e un saldo di Petit Verdot, il vino dell’annata 2005 è un St. Julien di grande eleganza, ha struttura, volume, un magnifico frutto, venato da una finissima speziatura, tannini setosi. Un grande rosso ormai al suo apogeo, e pur tuttavia in grado di resistere all’assalto di molti anni ancora. Rotondo e fruttato, il vino del rovente 2003 é un valido esempio di come sia possibile trarre degli ottimi vini da annate decisamente più deboli. Opulento e quasi voluttuoso , ormai al suo apogeo (inutile attenderlo oltre), viene da una vendemmia molto precoce per la proprietà , effettuata nell seconda metà di settembre (11-26). L’anello più debole della degustazione è stato per me il vino di un’altra annata assai difficile per il bordolese, quella del 2007. Un vino comunque ben fatto,il migliore possibile, nelle condizioni climatiche di quell’anno, ma le note vegetali che vi si avvertono nette testimoniano la difficoltà riscontrate nella maturazione delle uve.

2011La maggiore sorpresa in senso positivo è stato il vino dell’annata 2011, un’altra annata molto calda e secca: qui il Cabernet ha toccato il suo minimo storico di percentuale nel blend (58%), il Merlot sale al 30%, e il vino appare carnoso e seduttivo, pur se non di grande concentrazione e struttura, ma potrà crescere nei prossimi quattro-cinque anni.Non appare comunque un vino da destinare ad una longue garde. Più controverso l’assaggio delle altre due annate, la 2006 e la 2008. Il vino del 2008 appare al momento più pronto di quello del 2006, ancora non del tutto aperto. Il Poyferré del 2008 non è quello delle grandissime annate, ma comunque un vino di tutto rispetto, equilibrato e piacevole; non dà tuttavia l’impressione di un vino   da cui attendersi grandi sorprese nell’ulteriore evoluzione. Il vino del 2006 (qui la percentuale più alta di Cabernet Sauvignon , con il 73%) a me non è dispiaciuto. Molti piccoli frutti, soprattutto ribes nero e cassis, una bella balsamicità, una bella struttura. Ancora un po’ serrato e scontroso, potrebbe non aprirsi mai, ma chissà. Lo riproverei tra qualche anno.

(La degustazione è stata effettuata l’8.11.2015)




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