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drink different

Duet: Sassicaia 2003 e Château Montrose 2001

In questa nuova rubrica parleremo di due grandi vini in parallelo. Confronteremo cioè due modi di interpretare i loro territori, realizzando ciascuno un prodotto unico a partire da uvaggi e da filosofie molto simili . Questa volta abbiamo bevuto insieme un grande vino del Medoc, second cru a St. Estèphe, Château Montrose (www.chateau-montrose.com), della vendemmia 2001, e un Sassicaia (www.sassicaia.com) del 2003.

Quella del 2001 è stata un’annata generalmente buona per il bordolese , eccezionale per i bianchi liquorosi (Sauternes e Barsac), comunque ottima anche per i vini rossi, un po’ meglio per quelli della rive gauche: un’annata oggi rivalutata, dopo essere stata messa in ombra da un grande 2000.. Una annata, soprattutto, che gli anni hanno confermato essere di “longue garde”, come dicono i francesi. A dieci anni dalla vendemmia, infatti, soprattutto i grandi cru, appaiono in ottima forma, e, come vedremo, lo è anche il nostro Montrose.

SassicaiaChe dire di nuovo sul Sassicaia, il vino più famoso d’Italia all’estero? Una cosa per la verità forse anche un po’ ingiusta, perché il nostro paese ha certo altri vini grandissimi, non meno degni forse di fare da bandiera della nostra enologia.. Ma che il Sassicaia sia un grandissimo vino, nessun dubbio. E’ stato proprio il Sassicaia, agli inizi degli anni 70, a ridefinire il mio prototipo di grande vino, fino ad allora ancorato al Chianti classico. E il Sassicaia è stato il primo vino italiano da Cabernet con il quale ho stupito i miei amici francesi, per i quali il grande vino cominciava a Bordeaux e finiva a Bordeaux. Come dimenticare a questo proposito un altro duetto “alla cieca”, fatto a metà anni ’80, tra un Sassicaia e un Lafleur, grande vino di Pomerol, conclusosi senza vinti né vincitori? E’ di appena un anno fa la bellissima verticale di Sassicaia, organizzata da Ian D’Agata, che ha visto succedersi 10 annate diverse dal 1998 al 2007, allora bevuta in anteprima, dieci gioielli dai quali ho visto confermata la straordinaria continuità qualitativa di questo vino.

Montrose: Il fatto che sia “solo” un deuxième cru del Medoc, non deve far commettere l’errore di sottovalutarlo. Montrose ha un terroir straordinario, con i suoi 70 (oggi diventati 90 ettari, con l’acquisizione di una parcella attigua a Phélan Ségur) di vigne che dominano l’estuario della Gironde, una massa enorme d’acqua che gli assicura un microclima davvero unico, mai troppo freddo, né troppo caldo, paragonabile solo a quelli di Latour e Léoville Las Cases. Talvolta – ad es. negli anni ’70-80- la sua potenza non riesce a nascondere una certa rusticità, propria di St. Estèphe, ma, nelle annate migliori, come lo sono state soprattutto il 2003 e il 2009, Montrose diventa un grandioso monumento, secondo a nessun vino. La fama del vino di Montrose è relativamente recente, rispetto ad altri grandi dell’aristocrazia enologica francese: fino alla fine del ‘700 era ancora poco più di una brughiera un po’ desolata, finché non fu acquisita da Alexandre de Ségur, che fu anche proprietario di Mouton, Latour e Lafite, e da lui data al figlio, Nicolas Alexandre, che la cedette a Etienne Dumoulin. In pochi decenni la fama di Montrose crebbe rapidamente, tanto da valergli la classificazione come secondo grand cru nel 1855. Fu lo stesso Dumoulin a dargli il nome Montrose, che, secondo la leggenda, gli derivava dal colore rosato delle colline che si affacciavano sul fiume , o almeno apparivano di questo colore al tempo della fioritura delle eriche. Montrose ha anche un’altra particolarità, alquanto inconsueta nel Mèdoc, e cioè il fatto di costituire un vigneto enorme (si è detto , di 70 ettari), che costituiscono un sol blocco, su un suolo profondo, costituito in maggioranza da ghaia grossa, sabbia e una quantità minore di argilla. Un suolo che assorbe il calore di giorno e lo cede di notte, quando l’aria si raffresca, ciò che consente una maturazione ottimale delle uve. Le vigne, 65% Cabernet sauvignon, 25% Merlot e 10% Cabernet franc, di età media di circa 40 anni, sono ad alta densità, con circa 9000 ceppi per ettaro, la resa è controllata e non supera mai i 45 ettolitri per ettaro, la selezione , effettuata dopo la fioritura, è severissima, in modo da assicurare sempre una qualità molto elevata. Montrose, oggi di proprietà de Bouygues (proprietari anche di Chateau Tronquoy-Lalande) , è affidata dal 2006 a Bernard Delmas, già responsabile della cantina per Haut-Brion. Dopo la pigiatura, l’uva viene lasciata a fermentare in tini d’acciaio termocondizionati per 3-4 . settimane . Il vino viene poi fatto maturare per circa 18 mesi in barriques nuove per il 60%. Il restante 40% va invece in botti di un anno.

Montrose è il grand vin, La Dame di Montrose il secondo vino, Montrose dà di norma un vino potente, ricco, con un frutto di grandissima eleganza e tannini fitti, che nel tempo si fondono meravigliosamente (di norma occorrono almeno 15 anni per fare un grande Montrose), dando l’impatto di un vino di grande razza.

Questo 2001, bevuto in parallelo con il Sassicaia 2003 (aggiungo che la sera era stata aperta da un Gatinois millesimé del 2002 e poi da un Batard-Montrachet grand cru di O.Leflaive del 2005), si mostrava ancora piuttosto chiuso e ruvido in bocca. Dopo un’ora di caraffatura , forse anche perché un po’ freddo (la temperatura esterna era sui 19°, e il vino era stato portato su dai 12.5° della cantina solo 6-7 ore prima) , confrontato con il Sassicaia, pure più giovane di due anni, sembrava lui il vino di vendemmia più recente. Dopo due ore dalla caraffatura c’era già un maggiore equilibrio. Dapprima “tutto Sassicaia”, dopo è uscito anche Montrose: il Sassicaia mostrava una maggiore armonia e una grandissima finezza, Montrose una potenza enorme che domandava solo di distendersi un po’. Alcune ore dopo era un gran pareggio, come tra due squadre di calcio che giocano aperto e si segnano goal a ripetizione.

Parliamo ora però anche del Sassicaia. . Alla verticale di Ian D’Agata avevo annotato 92/100. Mi era sembrato un bel Sassicaia, già abbastanza pronto, sicuramente assai più delle annate successive .Mi aveva però colpito un po’ meno del 1998 (già perfetto) e del 2001.

 

Di un bel rubino profondo, naso avvolgente di frutti rossi, in bocca si rivela di grande armonia, con tannini setosi, con note intensamente balsamiche, restituisce ancora bacche selvatiche (ribes), prugne nere, cuoio e tabacco . Confermo il mio 92, che mi pare ben meritato, ma decido di arrivare a 93. Vino già molto godibile, ma che potrà reggere senza difficoltà altri 5-6 anni e forse più.

Montrose

 

Ora il Montrose. Più un duello che un duetto. Due modi diversissimi di leggere il Cabernet. Colpisce la grande potenza. Dà l’impressione che gli occorrano ancora 10 anni per distendersi e raggiungere il meglio. Naso dapprima un po’ chiuso, poi si apre , esprimendo note molto avvolgenti di frutti rossi. In bocca ancora frutti di bosco, ciliegia, grafite, sentori anche un po’ terrosi. Si era detto pareggio e pareggio è: 93 anche a lui (Pubblicato il 27.1.2011).

 

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