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Duet: Angeli e cavalli, Château Cheval Blanc e Château Angélus a confronto

 "Angeli e demoni" è il titolo di un noto romanzo di Dan Brown. L’angelo di cui però parliamo in questo duet/duel è Château Angélus, premier grand cru di Saint-Emilion classé B, mentre la parte del demone (il cavallo) è di Château Cheval Blanc, premier grand cru della stessa appellation, classé A, il solo a condividere questa posizione di vertice nel territorio di Saint Emilion con Château Ausone.

Due parole soltanto sulla classificazione dei Saint Emilion, una appellation relativamente recente, essendo stata istituita nel 1938.Come è noto, Saint Emilion è , con quello di Pomerol, uno dei due grandi territori della cosiddetta rive droite di Bordeaux, ossia posti a destra della Garonna. Sia Saint Emilion che Pomerol non hanno fatto parte della classificazione primigenia dei vini di Bordeaux, quella che potremmo chiamare la madre di tutte le classificazioni enologiche, e cioè la classificazione napoleonica del 1855. In quella napoleonica, i vini di Bordeaux furono ordinati in cinque livelli, dal primo, il più importante, al quinto. Due dei premiers crus erano di Pauillac (Chateau Lafite-Rotschild e Chateau Latour), uno del territorio di Margaux (Chateau Margaux) e uno delle Graves (Chateau Haut Brion a Pessac-Léognan). Il quinto premier cru attuale, terzo della regione di Pauillac, Chateau Mouton Rotschild fu “promosso” premier cru soltanto nel 1973. Dopo di allora, benché vi siano alcuni vini considerati ormai come dei “supersecond”, ossia di livello riconosciuto come superiore a quello degli altri second cru (penso a Chateau Cos d’Estournel a Saint Estèphe e Chateau Léoville-las-Cases a Saint Julien) , questa classificazione non è mai stata modificata. Per i vini bianchi, già nella classificazione del 1855, fu invece tutt’un’altra storia: i premier cru furono 9, dai territori di Sauternes e di Barsac, ma di questi 9 uno solo, Chateau d’Yquem poté fregiarsi della denominazione di “premier cru supérieur”.

E Pomerol e Saint-Emilion? Mentre dei Pomerol, pur essendo ben nota la gerarchia dei diversi crus, non se ne è mai fatta una classificazione ufficiale, a Saint Emilion, poco più di 50 anni fa, si è elaborato un sistema proprio di classificazione che, diversamente da quella del 1855, viene aggiornata all’incirca ogni dieci anni. A Saint Emilion si sono infatti distinti 15 vini come premier cru, dei quali due, appunto Cheval Blanc e Ausone possono fregiarsi dell’etichetta di Premier cru classé A, e tutti gli altri (tra cui Angélus), quella di premier cru classé B. C’è poi un elenco più lungo, di 55 vini, che sono semplicemente denominati grand cru classé. Bisogna dire subito che quest’ultima denominazione è alquanto confondente: non ha nulla, ad esempio, di paragonabile con quella del sistema borgognone, dove questa denominazione indica il vertice qualitativo della produzione, quale espressione della distintività dei climats. In effetti a Saint Emilion essa indica assai poco, essendo basata su criteri alquanto deboli (una resa massima di 40 q.li per ha. o della gradazione alcoolica minima, 11%, peraltro divenuta del tutto insignificante nel contesto dei cambiamenti climatici attuali), sicché il vero salto qualitativo lo si ha passando dai grand cru ai premier cru.

Ma se le cose stanno così, perché ha senso confrontare  un mito come Cheval Blanc (ricordate Sideways, con Paul Giamatti, il protagonista, che dà sfogo al suo desiderio di autodistruzione, profanando una grande bottiglia di Cheval Blanc in un MacDonald mangiando jump food?), con un vino che ha una classificazione inferiore?

Chavel_Blanc_2Il fatto è che Cheval Blanc, forse uno dei migliori vini del mondo in assoluto, ha avuto una fase di appannamento, che ha spinto alcuni autorevoli critici (tra cui il trio Poussier-Gerbelle-Poels della Revue du Vin de France) a ridurne il rating, forse anche un po’ provocatoriamente, mentre Angélus, proprietà caratterizzata da una storia indubbiamente minore, ha infilato una serie incredibile di vendemmie esaltanti, che hanno modificato la percezione comune del suo status . Un po’ come è successo a Château Pavie e a Château Figeac, per restare a Saint Emilion, promossi recentemente alla terza stella, che, secondo il su nominato trio, sarebbero oggi più affidabili dello stesso Cheval Blanc. WOW ha avuto occasione di assaggiare recentemente la vendemmia 2006 di Cheval Blanc e Angélus, insieme con alcuni altri millesimi (il 1998 e il 1999 di Cheval Blanc e il 2007 di Angélus) e vi riporta le sue impressioni, naturalmente suggerendo la massima cautela nel fare facili generalizzazioni, specie quando si valutano singole bottiglie in contesti simili, ma non identici.

Innanzitutto Cheval Blanc. Le origini di Cheval Blanc risalgono al 1832, allorquando la famiglia Ducasse acquistò una parte di Figeac (altro grande cru di Saint-Emilion) dalla contessa Felicité de Carle-Trajet.Questa proprietà fu poi allargata da ulteriori acquisti di terreni di altissima qualità tra Figeac e Cheval Blanc, con il matrimonio di Henriette Ducasse con Jean Lussac-Fourcaud, fino a raggiungere nel 1871 le attuali dimensioni, di circa 40 ettari. Il vino di Cheval Blanc , inizialmente ancora venduto come Figeac, cominciò a essere immesso sul mercato con il nome di Cheval Blanc, e fu subito un trionfo, facendo messe di medaglie alle grandi esposizioni internazionali di Londra e Parigi nel 1862 e nel 1867. Furono poi le vendemmie del 1899, del 1900 e del 1921 a consacrare definitivamente il mito di Cheval Blanc.

Cheval blanc (www.chateau-cheval-blanc.com) si trova praticamente al confine con il territorio di Pomerol, molto vicino a Château L’Evangile, uno dei cru più reputati di quella appellation. I suoli di proprietà sono molto differenziati. La maggior parte è costituita da ghiaia e sabbia; una seconda porzione , abbastanza ampia, è di tipo sabbioso-argilloso, su una base di argilla blu (la stessa che ha fatto grande Pétrus); infine, una parte più piccola è costituita da sabbia e argilla con depositi ferrosi. La diversità dei suoli fa sì che l’azienda vinifichi separatamente le diverse parcelle. Ogni anno delle piccole partite di Merlot e Cabernet franc vengono vinificate separatamente, non per essere destinate alla vendita, ma per un monitoraggio della qualità e delle caratteristiche di quelli che sono gli ingredienti principali del blend. Cheval Blanc si distingue infatti dagli altri grandi cru di Saint-Emilion anche per un’altra peculiarità, ossia la presenza importante di Cabernet Franc (57%), mentre il Merlot, vitigno principe del Libournais, copre la parte residua (circa il 40%), fatta eccezione per piccole percentuali di Cabernet Sauvignon (fino al 3%) e Malbec (1%), Si tratta di una composizione inusuale per i vini di Saint Emilion, nei quali il Merlot può raggiungere il 90%, nella ricerca di una maggiore rotondità del vino. Il Cabernet franc è un vitigno di grande personalità, che si esalta su terreni, come quelli di Cheval Blanc, a prevalenza ghiaiosi-argillosi, assorbe molto bene lo stress idrico, che, quando non è violento o estremo, conferisce una maggiore complessità al vino. Da queste vigne, di età media di 30-40 anni, con una densità di 8.000 ceppi per ha., si ricava il Grand vin, lo Château Cheval Blanc (circa 6.000 casse l’anno) e un quantitativo minore (meno della metà) di un secondo vino (le Petit Cheval), che è però un vino del tutto diverso e tutt’altro che un “secondo”, essendo sempre di altissima qualità. Le uve, dopo una rigorosa selezione (le rese sono di circa 35 q.li per ha.), sono vinificate separatamente per ciascuna vigna in vasi di acciaio, poi pressate delicatamente; dopo la malo-lattica il vino è immesso in barriques di legno nuovo al 100%, dove matura per 18 mesi, per poi affinarsi in bottiglia.

Oggi Cheval Blanc è di proprietà di Bernard Arnault, e di un ricco uomo d’affari belga, Albert Frère, che hanno da qualche anno affidato la direzione tecnica dell’azienda a Pierre Lurton, già a capo di Yquem , un nome di grande prestigio e tradizione a Bordeaux.

 

Veniamo ad Angélus (www.angelus.com) . Le sue origini sono più recenti. Risalgono infatti all’acquisto, da parte della famiglia de Boüard de Laforest, di un piccolo appezzamento di terreno, poi accresciuto dall’acquisto, nel 1924, di una vigna di soli 3 ettari, Clos de l’Angélus, che poi ha dato il nome a tutta la proprietà, dalla quale è possibile sentire le campane di Saint Emilion, della cappella di Mazerat e della vecchia chiesa di St-Martin de Mazerat. L’attuale proprietà è di poco più di 20 ha. (precisamente 23.4), di vigne, mediamente di 30 anni, piantate in leggera prevalenza a Merlot (50-51%), ma con una presenza importante, anche in questo caso, di Cabernet franc (47%) e il resto di Cabernet Sauvignon, con una densità di 7.000 ceppi per ha. I suoli sono in parte di tipo argilloso-calcareo, in parte costituti da argilla, sabbia e ghiaia. Angélus produce circa 100.000 mila bottiglie del suo grand vin e una ventina di migliaia del suo secondo vino, Carillon d’Angélus.

AngelusAnche Angélus, dopo una rigorosa selezione delle uve (le rese annue sono tra i 35 e i 40 q.li per ha.), e dopo la pigiatura, fa fermentare il suo vino in legno o acciaio, con una macerazione a freddo per alcuni giorni. Completata la malo-lattica, completa la sua maturazione in barriques per 18-22 mesi, prima dell’affinamento in bottiglia. Angélus è legata al nome di Hubert de Boüard de Laforest, che ne ha assunto la direzione tecnica del 1985, al quale si deve anche una radicale ristrutturazione delle parcelle aziendali, che ha posto le premesse per una enorme ascesa qualitativa del vino, specie nelle ultime dieci vendemmie, che ne fanno oggi uno dei principali candidati alla promozione nella classe A. Dagli anni ’80 collabora ad Angélus un altro grande nome di Bordeaux , Michel Rolland, il cui apporto non è stato certo irrilevante.

Assaggiamo ora questi due 2006.

Cheval Blanc: non ha certo la grandezza del 1998, forse la sua migliore vendemmia “recente”, un vino sontuoso, caratterizzato da una presenza maggiore di Merlot (56%), ma sempre con un apporto importante del Cabernet franc (44%). Versato da una magnum, il vino del 1998 appariva molto scuro, un naso intensamente balsamico, con un tripudio di frutti neri elegantissimi, che ritornavano al palato insieme con sentori speziati, di cacao e di tartufo, tannini dolcissimi e vellutati, di eccezionale lunghezza. In definitiva, un grandissimo vino, al quale oggi attribuire 97, forse anche 98 punti su 100. Eppure, un anno fa, avevo bevuto un altro 1998, in bottiglia da 0,75 cl., che, pur buonissimo in bocca, era parso olfattivamente un po’ velato da un inizio di ossidazione, con sentori eccessivamente tostati.

Buonissimo anche il Petit Cheval di quell’anno. Quella volta fu fatto con una percentuale altissima di Cabernet franc (86%) e solo il 14% di Merlot. Anch’esso assaggiato da una magnum, di colore un po’ meno scuro, con una presenza molto fresca di frutti rossi (ciliegia rossa, soprattutto), e di sentori di bacche rosse, leggermente macerati nell’alcool, di corpo un po’ più leggero, con tannini dolci e setosi (90/100).

Ma dimentichiamo il 1998, che fu una grandissima annata nel Libournais e naturalmente a Cheval Blanc . Il 2006 non è stato un’annata maggiore a Bordeaux. Venuto dopo un grande 2005, è stato forse anche leggermente sottovalutato, considerato più o meno sullo stesso livello del 2004: impressione non del tutto esatta, perché il 2006, più chiuso e con tannini più serrati, oggi , con un anno in più, mostra una buona personalità e una grande inclinazione all’invecchiamento. 2006, dunque: 54% Merlot, 45% Cabernet franc, 1% Cabernet Sauvignon. Bel colore rosso scuro, naso leggermente boisé, caratterizzato da una prevalenza di frutti neri, con fresche note balsamiche; in bocca conferma la presenza di frutti rossi e neri, con note più speziate, di cacao, chiodo di garofano e lievissime, di alloro; tannini abbastanza dolci, ma che conservano ancora una lieve asperità. Il vino appare ancora molto giovane, in evoluzione, ha bisogno di almeno altri 4-5 anni per poter essere apprezzato come dovrebbe, con la possibilità di evolvere ulteriormente e conservarsi (se in luoghi idonei) almeno altri dieci-quindici anni. Giudizio: 92/100.

Veniamo all’Angelo. Mi manca il riferimento del 1998. Recentemente ho bevuto l’annata 2007, un’annata considerata sicuramente minore, anche del 2006, ma che ha il vantaggio di poter essere già oggi apprezzata per la grande piacevolezza e freschezza di frutto dei vini migliori. Ma il 2007 di Angélus sembra fare accezione. E’stata una delle migliori riuscite dell’annata nel Libournais. Un bellissimo Saint-Emilion, opulento, di grande potenza, e concentrazione, dal frutto seducente e fresco (93/100). Il 2006 (62% Merlot e 38% Cabernet franc) é anch’esso ricco e polputo, con un naso intenso di frutti neri , tra i quali la ciliegia nera, caffè e leggera grafite. Al palato si propone setoso, con note dolci di vaniglia, di cioccolato amaro e liquirizia, molto lungo. Splendido vino (93/100), per il quale è facile prevedere una lunga evoluzione. Per dire: nella stessa giornata ho assaggiato anche un buonissimo Figeac della stessa annata, che però mi ha fatto minore impressione.

 

Angelo o cavallo? La mia impressione è che possa parlarsi di una ascesa di Angélus, più che di un declino di Cheval Blanc. Il blasone (ma non solo) di quest’ultimo é indiscutibile. Il declassamento di Poussier e co. appare più una provocazione, o un pungolo, che una condanna. La mano di Lurton comincia già a sentirsi : le annate 2008 e 2009, che purtroppo non ho ancora assaggiato, si preannunciano degne della sua storia e della sua razza. L’ascesa di Angélus è indiscutibile. I vini di questo Château appaiono completi, opulenti, ma non eccessivi, eleganti, di grande razza e profondità. Una loro promozione alla classe A non apparirebbe affatto ingiustificata.

 

A proposito, per precisione: sul monumentale libro di Parker dedicato ai grandi vini di Francia, si riporta che lo Cheval blanc del 1998 era costituito al 55% da Cabernet franc e al 45% da Merlot. Le proporzioni non sono esatte, si riferiscono alla vigna, ma non al blend effettivo di quella annata (Pubblicato il 17.2.2011).

 

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