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drink different

La bottiglia dell'antiquario: Castello di Ama L'Apparita 1987

Apparita 1987Prendendo delicatamente la bottiglia dalla scaffalatura della cantina, mi sono tornate in mente la straordinaria magnum di Chianti classico Bellavista 1988 dello stesso produttore, assaggiata alcuni anni fa in una verticale di quel vino, e l’altra, de L’Apparita 1990, proposta da Marco Pallanti in un’altra verticale avvenuta nel 2015: due vini in splendida forma, entrambi vibranti e di grande intensità, nonostante gli oltre vent’anni dalla vendemmia.

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Quel vignaiolo é un drago: Bricco del Drago 1971 di Luciano De Giacomi

Bricco del DragoEccola, l’ultima bottiglia del Bricco del Drago del farmacista-vigneron Luciano De Giacomi. Vendemmia 1971. L’etichetta (anche un po’ storta, perché la colla ha evidentemente ceduto) é rovinatissima, come è anche logico per una bottiglia rimasta quasi mezzo secolo in una cantina umida, senza protezioni di sorta, ma , all’osservazione esterna, il resto sembra in eccellenti condizioni.

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La bottiglia dell'antiquario: un grande Barolo di Vignarionda

42 anni dalla vendemmia rappresentano per un uomo la piena maturità, ma per un vino sono davvero tanti, anche considerando a parte quelli fortificati, e ancor più se si tratta di bottiglie non risommate. Era quindi con una certa apprensione che avevamo prelevato dalla cantina due bottiglie di quell’età (provenienti cioè dalla felice vendemmia del 1974) da assaggiare insieme con altre più recenti nella cena di Capodanno: si trattava di un Barbaresco di Gaja e di un Barolo di Serralunga, il Collina Rionda   di Bruno Giacosa

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Chablis Le Clos Domaine William Fèvre 2004: ancora ottimo, ma meglio non rischiare

chablis closL’ultima bottiglia del 2004 l’avevo assaggiata tre anni fa e avevo stimato una possibilità di conservazione di 12, forse anche qualcuno in più, anni dalla data della vendemmia. Me ne restavano ancora due-tre bottiglie, di quell’annata, più altre tre della 2005. Parlo dello Chablis Le Clos grand cru del Domaine William Fèvre. Poi, a mettermi una pulce nell’orecchio, ci ha pensato qualche settimana fa una nota di Allen Meadows, grandissimo conoscitore dei vini borgognoni, che si asteneva dal valutare nuovamente questo vino (al quale aveva assegnato 95 centesimi nel 2006 ), in quanto aveva trovato inequivocabili segni di premox nelle tre bottiglie (su tre) da lui aperte per l’occasione.

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Quando la memoria fallisce

Il Campo Romano era un interessante esperimento di Luciano Degiacomi risalente alla metà degli anni '70 e  più recentemente ripreso dalla Poderi Colla, che ne ha acquisito le vigne: si trattava di un blend innovativo , da me erroneamente indicato in grignolino + freisa in un mio articolo di un paio di settimane fa  su una bottiglia di Pinot nero della Cascina Drago. Molto cortesemente Federica Colla  corregge la mia memoria : si trattava di freisa sì, ma con il Pinot nero che Degiacomi aveva piantato nei primi anni '70 a San Rocco Seno d'Elvio portandolo dalla Borgogna. La ringrazio della sua precisazione, che mi consente di correggere un ricordo ormai di 40 anni fa.Oggi, però, il Campo Romano é prodotto solo con uve della varietà pinot nero.




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