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drink different

La bottiglia dell’antiquario: Chardonnay Linticlarus 1989

 Uno dei tanti luoghi comuni che accompagnano il mondo del vino, al pari di quello per il quale i formaggi richiedono “un grande vino rosso”, è che i vini bianchi non siano capaci di invecchiare, e che sia meglio berli entro un anno dalla vendemmia o al massimo due o tre.

Che questo sia del tutto infondato è dimostrato certo da autorevolissimi esempi, come certi Riesling della Mosella, a proposito dei quali si racconta di bottiglie dei primi decenni del secolo scorso e ancor prima tuttora in vita, o i grandi Montrachet borgognoni, che hanno resistenze talvolta superiori ai 20 anni, ma anche da vini, forse meno famosi ed aristocratici di casa nostra: basti pensare allo Chardonnay della Cantina di Terlano (è da poco stato messo in commercio il 1996), o a certi Fiano di Avellino, specie di quello straordinario terroir di Montefredane, che hanno una notevole resistenza, oppure a certi Verdicchio o Soave che , in vendemmie favorevoli , passano tranquillamente i 7-8 anni.

Detto ciò, a scanso di equivoci, occorre aggiungere che i vini-tutti- andrebbero bevuti quando sono maturi, né prima né dopo, e che se è un peccato berli quando sono ancora acerbi, é altrettanto sciocco attendere che diventino decrepiti. Chi abbia conosciuto, anche una sola volta, la delusione di assaggiare un grande vino, atteso troppo a lungo, e ormai irrimediabilmente ossidato ed esausto, sa di che cosa parlo. Nonostante ciò ci sono anche le sorprese e, quando si verificano, sono davvero entusiasmanti. Chi scrive ha già avuto molte occasioni per verificare che un vino, qualsiasi tipo di vino, se proveniente da uve sane, se ben vinificato, di annata favorevole e naturalmente ben conservato (tranquillo, al buio, senza eccessive escursioni termiche e sbalzi di umidità), ha la capacità di vivere molto più a lungo di quanto si creda comunemente. Anche i bianchi.

LinticlarusOggi parleremo di una bottiglia di uno Chardonnay dell’Alto Adige, il Linticlarus di Tiefenbrunner, dell’annata 1989, ossia un vino che ha raggiunto ormai i 22 anni dalla vendemmia. Un vino peraltro a mio parere sottovalutato dalla critica : Wine Spectator , nel 1992, gli assegnò solo 81 punti su 100, cosa che fa un certo effetto, visti i punteggi che generalmente vengono attribuiti a certi Chardonnay californiani, che superano spesso i 93-97/100, e di fronte ai quali si potrebbe davvero discutere a lungo.

La bottiglia appare perfettamente integra, il livello del vino è ottimo (assai vicino all’estremità inferiore del tappo) ed anche il colore, almeno a giudicare dall’esterno, appare privo di anomalie (eccessivamente scuro oppure tendente all’ incolore). Solo l’etichetta appare un po’ sciupata dal tempo e dall’umidità, ma il nome del vino e del produttore e l’anno della vendemmia sono perfettamente leggibili. Al momento della stappatura, il sughero appare in buonissime condizioni, decisamente migliori di quanto normalmente mi sarei aspettato.

Il vino si propone nel bicchiere con un bel colore giallo camomilla, con un bouquet delicato, nel quale affiorano note di brioche e cera d’api, insieme con toni più freschi di lavanda e fiori spontanei di campo. In bocca appare sorprendentemente fresco, con l’acidità ancora avvertibile sul palato: di grande grazia e purezza, con accenni di tè , cedro e. lievissimi, di salvia. Lo abbiamo tentato su un taleggio, con un risultato decisamente apprezzabile.

Non ricordo come avessi valutato questo vino , quando l’ho bevuto per la prima volta (probabilmente nel 1991): a quell’epoca avevo l’abitudine di annotare solo qualche impressione e un giudizio schematico. Oggi, ritengo che potrebbe sfiorare il 90 punti (Pubblicato il 20.4.2011).

 

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