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drink different

La bottiglia dell'antiquario: Piccolo sogno di una terra promessa 1990

In diverse altre occasioni ho avuto modo di smentire con forza la credenza , ancora radicata in molti consumatori, che i vini bianchi andrebbero sempre bevuti il più possibile giovani, magari entro un anno dalla vendemmia, mentre i vini rossi possono essere apprezzati solo dopo un congruo invecchiamento, talvolta di molti anni . Innanzitutto è falso che i vini bianchi abbiano “necessariamente”minore capacità di durare nel tempo: é vero però che se le persone credono fermamente in qualcosa, non è loro difficile trovare spiegazioni pseudoscientifiche della loro convinzione , ad esempio che i bianchi hanno minore capacità di invecchiare perché separati dalle bucce oppure perché non fanno uso ( o ne fanno in minor misura) di legno, e così via.

Stanno a smentirlo radicalmente i Riesling della Mosella, gli Chardonnay borgognoni (dallo Chablis al Montrachet) , i grandi Sauternes , certi moelleux da Chenin blanc della Loira, che mostrano tutti come vi siano grandi vini bianchi capaci di reggere il peso di molti anni e in taluni casi decenni. Ma sono molti anche i vini bianchi italiani che hanno resistenza, in taluni casi paragonabile a quella dei grandi rossi da invecchiamento. Chi abbia avuto occasione di assaggiare certi Fiano di Montefredane di Vadiaperti, di vendemmie più che decennali, oppure certi bianchi di Terlano (Chardonnay e Pinot bianco, ma anche Sauvignon), o , visto che stiamo per parlare di un bianco friulano, i vini de I Clivi, nei quali è protagonista il Friulano , solo per citarne alcuni, sa di che cosa parlo. Non è infatti certo il colore a determinare la lunghezza della vita di un grande vino, ma il territorio, il clima e in particolare l’annata, il modo con cui le uve sono state selezionate e vinificate, e infine come sono state conservate le bottiglie, in cantine fresche, a temperatura e umidità costante. Se tutte queste condizioni sono rispettate, non è impossibile imbattersi in vini bianchi dalla longevità altrimenti impensabile. E’ quello che mi è capitato di verificare per l’ennesima volta appena qualche giorno fa in occasione di una delle pulizie periodiche della mia cantina (le cantine, ricordiamolo, non sono certo salotti da lucidare a cera, ma hanno bisogno anche loro di pulizia e igiene), imbattendomi in una bottiglia ormai rimasta solitaria , ultima sopravvissuta di un cartone acquistato ormai più di venti anni fa, di “Piccolo sogno di una terra promessa”. Si tratta davvero di una chicca da collezione (so che Christie’s ne ha recentemente aggiudicato un piccolo lotto di sei bottiglie a poco meno di 400 sterline) , un vino bianco friulano di Silvio Jermann, prodotto in una sola vendemmia (quella del 1990). Il piccolo sogno al quale si fa cenno è quello che ispirò il viaggio, fatto 110 anni prima dal bisnonno di Silvio , Anton, di origini austriache, col quale si trasferì da Bilijana, nella parte slovena del Collio, a Villanova di Farra, in provincia di Gorizia. Lì lavorò dapprima come mezzadro, poi , all’inizio del ‘900, come proprietario di quella che è oggi una delle aziende vinicole friulane più dinamiche e più conosciute al mondo. Il Piccolo sogno proviene dalle grandi uve della tradizione friulana, la Ribolla gialla e il Friulano. Con la vendemmia 1991 Jermann lo ha sostituito con una nuova etichetta, il Capo Martino, che prende il nome da una vigna di poco più di sette ettari acquistata sulla collina omonima , nella quale l’uvaggio originario, in cui il Tocai friulano è il vitigno prevalente, è integrato dalla Malvasia istriana e dal Picolit. Imbottigliato come “vino da tavola del Friuli Venezia Giulia”, ha , all’origine, 12 gradi e mezzo di alcol, da uve vendemmiate a metà ottobre e pressate un mese dopo, come riportato in etichetta . Un’etichetta un po’ rovinata dal tempo e dall’umidità, ma ancora molto bella, che rappresenta gli elementi cari al mondo agricolo: il sole, l’acqua, l’uva come frutto della terra e i pesci come segno di religiosità. Il tappo è ancora integro, abbastanza elastico, non mostra tracce evidenti di risalita del vino,che è infatti ben al disopra del livello del collo della bottiglia. Versato nel bicchiere a temperatura di cantina (12°), appare di color giallo oro, ha un profumo intenso , nel quale si avvertono note di cera, cedro, zafferano, sul palato è fresco, sostenuto da una acidità ancora ben avvertibile, con evocazioni di cotogna matura, ha struttura e persistenza. Un vino ancora interessante. La mia valutazione è 89/100 (Pubblicato il 6.3.2012).

 

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