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drink different

La bottiglia dell'antiquario: Taurasi ris. Fondatore Mastroberardino 1971

Dire Mastroberardino è come dire la storia del vino campano. Questa azienda ha ormai quasi 150 anni di vita (fu infatti fondata nel 1878) e, fino alla fine degli anni ’80, è stata praticamente la sola azienda dell’Irpinia ad avere notorietà nazionale. Oggi, con i suoi 200 ettari di proprietà, ai quali se ne aggiungono quasi altrettanti in conduzione, che significano due milioni e mezzo di bottiglie di produzione l’anno, è- per le dimensioni medie regionali – un colosso ,il cui marchio è praticamente presente in tutto il mondo.

La qualità dell’ampia gamma dei vini (bianchi e rossi) di Mastroberardino è fuori discussione, ma è indubbio che l’anima di questa casa sia soprattutto rossa. I suoi Taurasi, e specialmente le riserve, sono costantemente tra quelli di vertice, anno dopo anno, e, nelle vendemmie eccezionali, come lo fu il mitico 1968, il primo in cui un Taurasi fu imbottigliato in selezione, con l’indicazione del comune di provenienza, praticamente eterni. Posseggo ancora poche (pochissime) bottiglie di questa annata, oltre a qualcuna della riserva del 1961, anch’essa eccellente annata, che dovrò decidermi a bere.

Intanto comincio ad assaggiare due bottiglie di un’altra riserva, più recente, ma anch’essa di età più che rispettabile: quella del 1971, a suo tempo denominata anche “del Fondatore”, in quanto ne riportava la foto in un medaglioncino in etichetta.

Molto diverso lo stato delle bottiglie. La prima, quella da me scelta, a parte l’etichetta un po’ consunta, era, almeno all’apparenza, in condizioni ineccepibili. Il livello del vino ancora sorprendentemente, vista l’età, ben sopra la spalla della bottiglia, colore buono, tappo senza screpolature e annerimenti derivanti da trasudazioni del sughero. Anche l’apertura del vino è stata, pur con tutte le cautele del caso, abbastanza agevole. Il tappo, ovviamente messo a dura prova dai decenni trascorsi, ha comunque sopportato quello che a tutti è sembrato un intervento chirurgico : alla fine si è fatto estrarre intero. Altra storia per l’altra bottiglia, estratta dal gruppo di quella annata proprio perché le condizioni del tappo erano apparse al check periodico piuttosto allarmanti , e il livello del vino era conseguentemente abbastanza calato, fino alla spalla, anzi un mezzo centimetro sotto. Forse nulla di irrimediabile (ricordo un Brunello di Lisini del 1978 che era in condizioni peggiori e risultò ancora bevibile), ma certo una chiara indicazione che non valeva attendere ancora. E poi cosa? La stappatura di questa seconda bottiglia è stata di ben altra difficoltà, anche perché la parte inferiore del sughero si è subito spezzata ed è affondata nel vino. A scanso di equivoci, dico subito che l’assaggio di questa seconda bottiglia è stato molto meno disastroso di quello che ci si potrebbe attendere:il vino, infatti, benché un po’ sofferente per l’ossidazione, era ancora bevibile . Ma torniamo alla bottiglia “fortunata” , che è quella di cui parleremo in questa degustazione di antiquariato.

Colore granato ancora abbastanza integro, con orlature più aranciate: un bel colore comunque, ben diverso da quella opacità nerastra che si osserva nei vini che hanno sofferto di una ossidazione violenta. All’olfatto appare inizialmente molto reticente, con sentori piuttosto di vecchi cassetti chiusi, poi, man mano, mostra sfumature affumicate, di castagna, fiori secchi, humus, tabacco bruciato, molto cangiante. In bocca il vino mostra una freschezza francamente inattesa, con acidità ancora ben avvertibile, molto leggero, con leggere note di fumo di erba (Pubblicato il 29.6.2012).

 

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