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drink different

La bottiglia dell'antiquario: Gattinara Molsino Nervi 1970

Nervi 1Apro la bottiglia con una certa apprensione. E’ naturale, quando si tratta di una bottiglia molto vecchia (annata 1970: sono quindi passati 9 lustri dalla vendemmia) non risommata. Il Gattinara, si sa, è vino che resiste molto bene all’attacco degli anni, ma il tallone di Achille è sempre il maledetto tappo. E di fatti non è stato affatto facile toglierlo evitando che si sbriciolasse completamente, o-peggio-sprofondasse nel vino. Sono riuscito ad estrarlo senza danni, intero, e confesso che, dopo, mi sono sentito un chirurgo.

Da fuori, a parte l’etichetta un po’ mangiucchiata dagli anni (apparteneva al lotto della mia prima cantina, nella quale non avvertivo il bisogno di proteggerla con il cellophane), la bottiglia si presentava molto bene: sia nel colore, sia nel livello del liquido, ancora sorprendentemente, sopra la spalla della bottiglia. Decido, come quasi sempre in questi casi, di non caraffare il vino: lascio però aerare per una mezz’ora. In realtà non riesco a trattenere la curiosità: ho ancora una decina di bottiglie di questo Molsino del 1970, e sono ansioso di sapere se vale la pena di aprirle ancora. Verso un paio di dita in un ampio calice di Riedel e mi conforto subito anche ad un primo veloce esame visivo. Il vino appare sano e per nulla decrepito.

Nervi 2Granata con ampie striature aranciate, ma ancora molto in sé. L’impressione è stata confermata anche dalla prima olfazione a bicchiere fermo. Ovviamente il vino appare ancora chiuso, ma il naso non rileva note penalizzanti. Aspetto dunque con fiducia. Il colore resta sorprendentemente stabile, senza annerimenti ossidativi, e mi confermo sull’ottimo stato di salute del vino. Ora posso annusarlo con più concentrazione. Il naso è tipicamente terziario, con fiori secchi (viola e rosa) in evidenza, radici, note lievi di terra e tartufo. I tannini appaiono ovviamente addomesticati, delicati, ma l’acidità è ancora viva e ben avvertibile, con evocazioni di scorze di arance rosse. Sul palato è vivo e sorprendentemente fresco. L’impressione non è certo quella di un ragazzino, piuttosto quella di un anziano molto ben curato e in ottima salute, ancora in grado di fare delle conquiste. Una bella bottiglia, che testimonia la grande vitalità dei vini della cantina fondata ormai quasi 110 anni fa, nel 1906 a Gattinara, da Guido Ferretti, cognato di Luigi Nervi, che le ha dato il nome. Nel 2009 è divenuta di proprietà di una coppia norvegese, Kathrine e Erling Astrup , che l’hanno acquistata in partenariato con le famiglie Moestue, Wicklund e Skjelbred e ne possiedono la maggior parte. Le quattro famiglie hanno così permesso a questa storica cantina di continuare la sua attività nei suoi oltre 24 ettari di vigna . Enrico Fileppo è l’enologo che segue la vinificazione, già dal 1982 e a cui gli Astrup hanno opportunamente rinnovato la loro fiducia . La storia del salvataggio di Nervi è simile a quella della cantina Le Piane e del suo Boca ad opera dell’imprenditore svizzero Christof Kunzli. Molto simile è anche il terroir di Gattinara. Non siamo infatti molto distanti da Boca. Sullo sfondo è il Monte Rosa, l’ambiente è collinare e i suoli sono tipicamente vulcanici, ricchi di porfido, adattissimi alla vite e alla produzione di vini dalla elevata acidità, destinati ad un lungo invecchiamento. La vocazione della cantina Nervi è ovviamente per la produzione di grandi vini rossi.

Oltre al Molsino, una selezione di Gattinara , di cui quella del 1970 è la prima versione, i suoi prodotti di punta sono il Gattinara, che sarebbe limitativo definire di base , l’altra selezione della casa, il cru Valferana: una vigna di grandissima qualità, e un nome antichissimo, risalendo al 1242. Molto buono anche il fratellino minore dei tre Gattinara, il Podere dei Ginepri, un bel Nebbiolo da bere più giovane, con un 10% di Vespolina, vitigno autoctono che accompagna spesso lo Spanna (come chiamano il Nebbiolo in questa parte del Piemonte) . E’ invece Nebbiolo in purezza il Molsino: viene da una vigna di 10 ettari posta a 350-420 metri sul livello del mare, con una densità di 4.000 ceppi per ettaro. Le uve sono raccolte a mano: la selezione è severa, in quanto si producono appena 32hl. di vino per ettaro. La fermentazione avviene, come una volta, in tini di legno tronco-conici e vasche di cemento. Il vino affina poi per almeno cinque anni in fusti di quercia da 10-20 hl. e poi ancora in cemento. E’ un vino da aspettare con pazienza, ma, come questa bottiglia ha confermato, non vi tradirà.

(Pubblicato il 4.5.2014).




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