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drink different

La bottiglia dell'antiquario: Chianti classico Machiavelli ris. 1971

Per quanto abbia aumentato il numero dei posti-bottiglia acquistando delle nuove scaffalature, che mi hanno permesso di ottimizzare lo sfruttamento dello spazio in cantina, è sempre emergenza spazi. Dove metterò le casse di Bordeaux e Borgogna appena arrivatemi dalla Francia? Mentre passo in rassegna le varie rastrelliere alla ricerca di qualche buco dove sistemare qualche altra bottiglia, mi imbatto in una vecchia bottiglia di Chianti degli anni ’70, evidentemente sfuggita ai miei monitoraggi. Si tratta di un altro Chianti classico del 1971: una riserva Machiavelli delle cantine Serristori , proveniente dalla Rocca di Castagnoli a Gaiole. Naturalmente 40 anni dalla vendemmia sono un bell’intervallo di tempo, e difficilmente un Chianti potrebbe durare così a lungo, tuttavia…

Il Sangiovese è un vitigno straordinario, che opportunamente selezionato, in annate molto favorevoli , può dare grandi sosprese. Non dimentichiamo che il Brunello di Montalcino, ritenuto dai più il vino italiano più longevo, è interamente (o dovrebbe esserlo) fatto esclusivamente con uve di Sangiovese grosso. Inoltre, appena qualche mese fa avevo degustato dei Torgiano rossi di Lungarotti di annate molto vecchie e sorprendentemente ancora vivi: una riserva del ’71, quando non riportava ancora in etichetta il nome della vigna Monticchio, quella del ’74, e uno stupefacente, emozionante ’69. Lo stato della mia bottiglia faceva sperare. Il colore dei vino , almeno per quanto si poteva intuire nonostante l’affumicatura del vetro e lo strato di polvere che vi si era depositato, sembrava ancora ottimo, e il tappo appariva, almeno esternamente, in buone condizioni. Di più, il livello del vino non scendeva al di sotto della metà del collo della bottiglia (mid shoulder). Si trattava di indizi molto positivi, che naturalmente però non sono decisivi. Non restava che l’assaggio. Memore di precedenti esperienze (un grande Pauillac della fine degli anni ’70 ossidatosi nell’arco di venti minuti, una volta caraffato), decisi di non decantare il vino. Avevo tenuto la bottiglia in piedi per tre giorni e potevo essere fiducioso che i depositi sarebbero restati sul fondo se non avessi scosso troppo la bottiglia nel versare il vino. Certo in questi casi si comprende l’utilità di un cestello da vino, un attrezzo ormai caduto in disuso, ma che può essere molto utile quando si maneggiano bottiglie molto vecchie. Il tappo è stato estratto senza troppi patemi d’animo. Certo quarant’anni fa doveva essere molto più elastico, ma lo era ancora sufficientemente da poter resistere a strappi non troppo violenti. In altri casi ho visto tappi letteralmente sbriciolarsi in mano, semplicemente maneggiandoli per liberarli dal cavatappi.

Già il colore del vino, una volta versato in un bel Riedel , rendeva di colpo più credibile quello che avevo solo osato sperare. Un bel granato ancora vivo, niente affatto opaco, appena orlato di arancione. Naso sorprendentemente pulito, per nulla chiuso, senza alcuna nota evidente di ossidazione o muffata, con sentori di fiori secchi (soprattutto violetta e rosa), chiodo di garofano. In bocca il vino è sicuramente vivo, delicato ma perfettamente integro, attraversato da una lieve vena acida, che gli conferisce una piacevole e sorprendente freschezza, setoso, restituisce sensazioni coerenti con il profilo olfattivo. Che dire di più? A questi livelli non si può neppure parlare di sorpresa, ma di “regalo”. Eppure una bottiglia così potrebbe non valere nulla. Contrariamente a quanto si crede, non tutte le bottiglie aumentano di valore con il tempo. Il mondo dell’antiquariato del vino è molto selettivo, riconosce solo pochi vini, ricercati sui mercati internazionali. Ci pensi chi accumula bottiglie pensando che “sono meglio dei BOT”. Forse sarà vero che, almeno oggi, tutto è meglio dei BOT, ma spesso si tratta solo di un alibi per giustificare la propria passione. Conservare quarant’anni una bottiglia di Chianti non è un investimento, ma una sfida e sicuramente molto azzardata. L’esperienza di cui ho parlato oggi é comunque uno schiaffo a quanti sentenziano con sicurezza sui blog che un Chianti non può vivere oltre i dieci anni. Naturalmente bisogna fare attenzione a non fare una regola di quanto costituisce probabilmente una eccezione. E’ certo però che certi vini , tra cui quelli da uve Sangiovese, di zone vocate come lo é il Chianti classico, in annate molto favorevoli, sapientemente vinificati e conservati in condizioni ottimali , ossia in perfetta immobilità, al buio, in una cantina fresca e termicamente stabile, possono durare molto più a lungo (a proposito: attenzione, temperatura e umidità non sono eguali dappertutto, anche in una cantina non grandissima). Purtroppo le denominazioni , pur prestigiose, ma ancora generiche sulla effettiva provenienza dei vini (quali parcelle?) e circa le caratteristiche dei suoli, sono insufficienti. Spesso si tratta di blend di partite diverse, che cambiano di anno in anno, e, anche quando in etichetta vengono indicate le vigne, questo di per sé dice ancora poco. L’introduzione di denominazioni comunali (Gaiole, Radda.,Greve…), come in Borgogna, certo aiuterebbe. Ma questo è un altro tema, sul quale occorrerà ritornare (Pubblicato il 2.1.2011).

 

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