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Libri

 a) The Pearl of the Côte. The great wines of Vosne-Romanée di Allen D. Meadows (2010)

 

Mr_BurghoundE’ finalmente uscito il bel lavoro di Allen D. Meadows, meglio noto come Mr. Burghound, sui vini di Vosne-Romanée, come dire i più grandi crus della Côte d’Or borgognona. Si tratta di un libro ampio (347 pagine), ricco di informazioni , di cartine e di bellissime immagini, nel quale il lettore potrà trovare, raccontati con passione, i  vini  che hanno contribuito a creare il mito del pinot noir borgognone. Fondamentalmente si tratta di una piccola porzione di territorio, compresa tra Nuits-Saint-Georges, da cui provengono alcuni premiers crus, molto apprezzati dagli intenditori, allorquando, specie nelle annate più felici, danno vini robusti, ma nel contempo eleganti e longevi, e Vougeot, sede del famoso Clos, che dà il nome a un altro grand cru di antica nobiltà. Dopo un inquadramento storico  e una presentazione sintetica del territorio di Vosne-Romanée e Flagey-Echezeaux, il libro illustra le  denominazioni dei vini  di Flagey-Echezeaux, con i suoi due grand crus, Echezeaux grand cru e Grands Echezeaux grand cru. Più estesa la prima, che comprende 11 climats , piuttosto eterogenei, per complessivi 36 ettari, più ristretta la seconda , solo 9 ettari, ma molto frammentati, con ben 14 diversi proprietari, tutti di pezzetti non superiori al mezzo ettaro, ad eccezione del Domaine della Romanée-Conti , proprietaria di circa tre ettari e mezzo, e della proprietà Mongeard-Mugneret (1 ettaro e mezzo circa). Di altissima qualità, questi ultimi, secondo Meadows non inferiori, se non superiori ai migliori Vougeot, con un aroma fulminante , paragonabile a quello di un grande La Tâche  o di un Romanée-Saint Vivant,  e suscettibili di un lungo invecchiamento (15-20 anni).Un posto a sé ha un grand cru meno noto, sia perché costituito solo da 1.65 ettari, situato a nord di La Tâche  , tra La Romanée-Conti e Romanée-Saint Vivant, sia perché si tratta di un monopole (termine con cui, in Borgogna, si designano i cru di  proprietà esclusiva), La Grande Rue. Un solo produttore, quindi,  il Domaine François Lamarche; un vino di grande armonia ed eleganza. Scrive Meadows che, se dovesse restringere  solo in due parole le caratteristiche de La Grande Rue, quelle giuste sarebbero finezza e generosità, un vero vino camaleonte, che ha una finezza non inferiore a quelle di un Grands-Echezeaux o anche un Richebourg, e una  generosità talvolta superiore a quella di un Romanée-Conti.

Nei capitoli successivi  è il turno delle altre grandi appellation di Vosne-Romanée: Romanée Saint Vivant, Richebourg, e i tre monopole, La Romanée, la più piccola appellation di Francia (meno di un ettaro, 0.84 ettari, e solo 250-350 casse l’anno, secondo la vendemmia), di proprietà del Groupement Foncier Viticole du Château de Vosne-Romanée,  La Tâche e il più grande e il più famoso, La Romanée-Conti , dell’omonimo Domaine.Vino unico, quest’ultimo,secondo Meadows, all’inizio ritroso, sottile, talvolta austero, forse meno appariscente dei suoi grandi  vicini, La Tâche e Richebourg, ma di incredibile armonia (Zen-like, scrive Meadows). La Tâche (interamente di proprietà della DRC, Domaine de La Romanée-Conti), è quello che maggiormente può competere con il mito de La Romanée-Conti, cosa che è anche il maggior complimento che si possa  fargli. Ma come dimenticare La Romanée-Saint Vivant? Poco più di 9 ettari, capaci di dare poche migliaia di bottiglie, per usare l’espressione di Meadows, dall’incredibile profumo sexy, con un caleidoscopio di frutti rossi e neri, spezie asiatiche, sentori affumicati, di violetta e liquore di mirtilli.Ma che dire anche del Richebourg, il cru, confessa Meadows, che lo stregò , che fu all’origine del suo insight (“aha moment”), che lo legò per sempre alla Borgogna: un Richebourg di un millesimo relativamente modesto del DRC.

Tutti i vini sono descritti con grande precisione di dettaglio , dalle caratteristiche geomorfologiche alle vicissitudini storiche delle proprietà, le diverse parcelle e i singoli proprietari-produttori, e naturalmente le loro caratteristiche organolettiche, anche quelle più distintive. Ogni capitolo è concluso da una ricca appendice di vini di grandi annate storiche per ciascuna denominazione, dei vari produttori. Il volume non poteva chiudersi che con una storica degustazione verticale, avvenuta nel 2007, durata tre giorni,  nel corso della quale furono assaggiate  bottiglie di Romanée-Conti di annate mitiche, alcune delle quali ultracentenarie, dal 1870 (la più antica) , al 1985 (l’annata più recente), e-tra queste- il 1945, secondo Meadows, “il vino perfetto”.

Il libro costa 60 dollari  (esattamente 59.99) e può essere acquistato solo ordinandolo sul sito di Meadows (www.burgound.com), ma il denaro speso non sarà certamente rimpianto dagli appassionati di grandi Bourgogne, che vi troveranno una vera miniera di informazioni e un distillato della passione e dell’esperienza di Allen Meadows.

Giudizio: indispensabile.

 

 b)Vins de Bourgogne. Cote d’Or, Chablisien, Chalonnais et Maconnais, La Revue du Vin de France, seconda edizione, 2010, 288 pp., € 22,00

Non é, come pure potrebbe sembrare, un estratto « colorato » della celebre Guide dei migliori vini di Francia, curata da Olivier Poussier e Antoine Gerbelle per la Revue du Vin de France, pur se la scelta dei Domaines (numero di stelle assegnate ) e le valutazioni delle annate (punteggi in ventesimi) sono naturalmente le stesse . Quasi trecento pagine dedicate alla Bourgogne, con molte belle foto a colori, organizzate in quattro parti, quelle appunto riferite alle zone elencate nella seconda parte del titolo. Escluso il Beaujolais , anche la successione delle diverse sezioni non è tradizionale : di norma, si parte dalla regione più settentrionale, lo Chablisien, per passare poi alla Cote d’Or e alla Cote de Beaune, infine le regioni più meridionali, Chalonnais e Maconnais. Non c’è una presentazione generale che illustri la filosofia del libro e i criteri che hanno orientato le scelte degli autori, che si assumono quindi condivisi dal lettore. Si parte dunque dalla Cote d’Or e si prosegue nell’ordine già indicato nel titolo. Questa prima parte, come quelle successive, dedicate alle altre regioni, si articola in alcune sezioni:a) Déguster. Come servire e degustare i vini della Cote d’Or; l’occhio, il naso e la bocca; b) Découvrir: vi vengono illustrati i climats, i suoli, la storia, il classement dei vini borgognoni e, naturalmente, il vitigno principe, il Pinot Noir, che ne è sovrano assoluto; c) Choisir: la presentazione dei diversi Domaines, a loro volta distinti in Valeurs surs , i produttori affidabili,con un ragionevole rapporto qualità/prezzo; le Grands occasions , produttori di vini eccellenti, ma non quelli che gli autori definiscono “mitici”, ossia che esasperano la qualità ai livelli più estremi e ai livelli più alti- e spesso inaccessibili- dei prezzi, a disponibilità molto limitata; i Domaines atipici, che producono cioè vini eccellenti, ma che escono talvolta dai canoni propri dell’appellation e spesso sorprendenti; infine, appunto i Domaines mitici, che abbiamo già descritto,il vertice.Le ultime sezioni sono costituite da quella dedicata agli acquisti (Acheter), con consigli e indirizzi di produttori che fanno vendita diretta, e di cavistes affidabili , senza trascurare le ultime quotazioni alle aste di vini, e quella dedicata alla conservazione (Garder), con suggerimenti su come creare una cantina, e una selezione di bottiglie raccomandate per la conservazione entro due anni, fino a cinque e fino a dieci anni e più.

Lo schema ora descritto si ripete per le altre zone già enumerate, ovviamente ponendo in primo piano , trattandosi di zone a predominanza di vini bianchi, l’altro vitigno sovrano della Borgogna, lo Chardonnay. Gli autori hanno scelto di non introdurre alcuna sezione a quella, pur importante, dei Crémants de Bourgogne e di non fare cenno a talune appellations più recenti e certo minori : ad es. l’Irancy:sapevate che nello Chablisien si fanno anche dei vini rossi, a base di Pinot Noir, appunto l’Irancy? (Va comunque ricordato, al contrario, che in alcune “grandi” denominazioni celebri per il loro vini rossi, come il Musigny, si producono vini bianchi di notevole personalità). Si tratta certo di scelte, più che di veri e propri limiti. La trattazione dei vari argomenti è ben fatta, precisa, ma non noiosa, accessibile agli entusiasti, non priva di suggerimenti pratici (i Bourgogne vanno caraffati?), con qualche lieve discrepanza (tra le valutazioni riportate a fianco e i vini descritti nel testo illustrativo, nel senso che talvolta non sono riportate le valutazioni numeriche di alcuni vini descritti nella scheda, e al contrario ve ne sono alcune di vini non descritti). Si tratta di piccoli nei che non tolgono valore alla precisione e alla godibilità di questa vera e propria Guida all’acquisto dei vini di Borgogna, che raccomandiamo al lettore che voglia avvicinarsi a questa straordinaria regione vitivinicola..

 

I vini di Radici. Radici Wines.Guide on Apulia wines for experts and wine lovers 2011.Edizioni Romanae, Capurso (Bari), 208 pp., € 15,00.

E’ in libreria la nuova edizione (2011) di “Radici Wines”. Aperto da una introduzione , in italiano e in inglese, di Dario Stefano, Assessore Regionale alle Risorse Agroalimentari della Puglia, una nota editoriale di Nicola Campanile, Presidente dell’Associazione Pro Papilla e curatore della Guida, ed una presentazione generale di Franco Ziliani, giornalista , wine-writer e blogger sui vini, anch’esse bilingui, questo libro appare, più che una vera e propria Guida ai vini di Puglia, piuttosto il catalogo del concorso, che l’ha preceduta, nel quale due distinte giurie (di esperti e di wine lovers) hanno selezionato i due vini migliori nelle varie tipologie considerate. Si tratta in definitiva di circa 180 schede di vini, ripartite in otto diverse sezioni, ciascuna corrispondente ad un vitigno autoctono della Regione (Nero di Troia, Negroamaro, Primitivo) o a vini provenienti da uve diverse, ma sempre autoctone (Bianchi da Bombino e Fiano Minutolo, Rosati vari e Rossi misti , da Malvasia nera, Susumaniello o blend dei vitigni a bacca rossa già presentati singolarmente) , a cui si aggiunge, come sezione satellite, l’Aglianico del Vulture: tutte con l’etichetta a colori, un breve giudizio, e poche informazioni essenziali (produttore, con indirizzo della Cantina e numero di telefono, vendemmia, percentuali dei vitigni, gradi alcolici e prezzo in enoteca).

Il libro, molto elegante graficamente, introduce due novità interessanti, entrambe chiaramente orientate al marketing. La prima è rappresentata dal confronto tra le valutazioni degli esperti e quelle degli amatori, ciò che permette di prendere in considerazione anche le preferenze, spesso trascurate dalle Guide, dei consumatori, l’altra è la introduzione della versione in inglese dei testi, che certamente sarà gradita ai buyers stranieri. Una terza singolarità è inoltre quella, già espressa all’inizio, della forma adottata, cioè di Guida-concorso, che non assegna bicchieri, stelle o punteggi, ma si limita a indicare i vincitori per ciascuna categoria e gli altri vini che hanno coubertianamente partecipato alla selezione: questi ultimi non sono stati premiati ma si assume che la presenza in Guida possa attestare una valutazione positiva, di prodotto tipico di qualità. .

Se considerassimo questo libro davvero come una Guida ai vini di Puglia, dovremmo però lamentare che mancano informazioni essenziali, come una descrizione, sia pure sintetica, dell’azienda e della sua filosofia, della gamma dei suoi prodotti, delle tecniche adottate in vigna e in cantina, della qualità dell’annata rispetto alle precedenti (la mancanza di un giudizio sulle diverse annate suggerisce implicitamente che si tratta di vini da consumare, incapaci di reggere negli anni) . Si comprende bene che tutto ciò viene certamente in qualche modo condensato nel singolo vino e nel suo giudizio, ma dietro ciascuna bottiglia c’è un mondo che è necessario conoscere, che non può essere riassunto in un giudizio gustativo, se si vuole capire meglio quel vino e il progetto che è alla sua origine e non ci si vuole limitare a fissare la gerarchia di un anno .

Un punto di forza del libro è quello di aver puntato decisamente sulla valorizzazione degli autoctoni (dal Negroamaro al Primitivo, dal l Nero di Troia al Minutolo e al Bombino bianco). Si tratta naturalmente di una scelta significativa, che però può essere in parte discutibile. Pur senza essere fautori dei vitigni “foresti” o internazionali (certe Garganeghe e Viognier pugliesi fanno sorridere), bisogna riconoscere che alcuni vitigni, non proprio autoctoni, sono in Puglia ormai da decenni e si sono ambientati abbastanza bene (ad es. lo Chardonnay nel Salentino o nella zona di Casteldelmonte). E perché ignorare del tutto l’Aglianico pugliese, che è all’origine di alcuni ottimi vini, che forse non hanno la personalità dei migliori del Vulture (ma molti di questi ultimi sono così così), ma raggiungono talvolta una qualità di tutto rispetto? E che dire delle altre tipologie di vino, che derivano da uve che, se non sono esclusive della Puglia , sono presenti in regione “ da sempre”? Parlo, ad es. dei vini dolci da une moscato o aleatico. Vorrei aggiungere anche : perché considerare solo i vini fermi,visto che diverse aziende cominciano a presentare gradevoli vini spumanti (in taluni casi molto buoni, come sono quelli di D’Araprì) anche da uve autoctone (in primis il bombino)? Ma la principale perplessità nasce dalla scelta di fare programmaticamente astrazione da qualsiasi determinazione territoriale, limitandosi alla semplice indicazione del vitigno. Paradossalmente l’unico riferimento al territorio è extra-regionale : appunto l’Aglianico del Vulture. D’accordo, come dice anche Ziliani nella sua presentazione, la Puglia, una regione sicuramente in crescita sotto il profilo della qualità, ma ancora alla ricerca di un posizionamento di prestigio nell’enologia italiana, ha fin troppe DOC che ormai dicono poco al consumatore, e forse anche all’esperto, ma…Si può azzerare del tutto la geografia di una regione lunga 400 Km., diversissimi geologicamente e climaticamente, capaci di esprimere vini, al di là delle omologazioni tecnologiche, profondamente diversi dagli stessi vitigni? Un esempio tra tutti, il Primitivo. Al di là del nome, che cosa hanno in comune il Primitivo di Manduria e quello di Gioia del Colle, con le varie modulazioni regionali, della provincia tarantina , della Val d’Itria o della Murgia barese? Quest’autunno ho bevuto dei Primitivi croati ( degli ottimi Dingač da uve Plavač Mali) che assomigliavano ai vini di Gioia del Colle molto di più di quelli di Manduria o del Salento.

D’accordo che la ricchezza e varietà ampelografica di una regione sono una risorsa importante, ma un’altra, assolutamente non trascurabile, è rappresentata dal territorio, o come dicono i borgognoni, i climat. Proprio la Borgogna ha dimostrato che si possono produrre vini estremamente diversi a partire da soltanto due tipi di uva (il pinot noir e lo chardonnay). Certo il Nero di Troia non è il Pinot Noir, ma quello che si fa a Cerignola o a San Severo non è lo stesso di quello di Minervino Murge..Personalmente credo che in Puglia ci siano già dei buoni vini, che quella di puntare sugli autoctoni sia una buona scelta, ma che non basti: il Primitivo di Casamassima o Adelfia non potrà mai avere la stessa personalità dei migliori vini di Gioia del Colle, ma solo, eventualmente, i gradi alcoolici, anche se fanno parte della stessa DOC, e non c’è barrique o procedura tecnologica che possa renderlo uguale. La Puglia dovrebbe esaltare,oltre ai suoi vitigni, che è un primo passo, anche il suo territorio, che è incredibilmente vario e di una bellezza, certo diversa, ma non inferiore a quella delle colline senesi o delle Langhe. In fondo le persone cercano non solo dei prodotti che piacciono, ma anche autentici, che comunicano l’identità di un territorio e della sua cultura.

 Giudizio: libro interessante, da leggere e consultare (Pubblicato il 15.11.2010).

 

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