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drink different

Wine Grapes

Robinson, J.,Harding, J., Vuillamoz, J. (2012). Wine Grapes, A complete guide to 1.368 vine varieties, including their origins and flavours. New York: Harper Collins Publishers, 1.242 pp. , $ 175.00

Come scrivono gli autori nell’introduzione, l’importanza della conoscenza, per i consumatori, soprattutto del Nuovo Mondo, delle varietà di uva da vino, ha origine alla metà del XX secolo , allorquando i nomi dei vitigni utilizzati hanno cominciato ad apparire in etichetta, con maggiore evidenza (oppure addirittura senza) le denominazioni regionali, fino a quel momento assolutamente prevalenti.

RobinsonCiò che prima contava, infatti, era che il vino fosse “un Bordeaux” e non che fosse un blend di uve diverse, come il  Cabernet Sauvignon, il Cabernet franc o il Merlot (o il Petit Verdot, o il Malbec o il Carmenère).

Più che un libro, questo Wine Grapes , dedicato a tutte le varietà di uva da vino del mondo, è un monumento. E non solo per le sue oltre 1.200 pagine , per non parlare delle innumerevoli tavole a colori  fuori testo, nelle quali sono raffigurate le diverse varietà di uva descritte nel libro. Chi pensa ad una semplice revisione del libro precedente di Jancis Robinson, Guide to Wine Grapes, del 1996, anche tradotto in ialiano da Slow Food editore, con il titolo “Guida ai vitigni del mondo”, è totalmente fuori strada. Si tratta di qualcosa di completamente diverso, che sta a quel libro come la Bibbia al quadernetto del catechismo, che veniva dato ai bimbi in preparazione della prima Comunione.

Dopo un denso capitolo introduttivo, nel quale vengono illustrati i concetti fondamentali di varietà, famiglie di varietà, mutazioni, cloni ,  ibridi,profili del DNA, si illustra l’importanza di una prospettiva storica , che parte dalla domesticazione della vite, per illustrare l’espansione della viticultura nel mondo e  i diversi gruppi ampelografici  . Si passa quindi all’esame delle 1.368 varietà indicate nel titolo, in ordine alfabetico. Di ciascuna  di esse sono indicati il colore, i principali sinonimi, le origini e le parentele, illustrando dapprima le ipotesi maggiormente accreditate dalle  indagini storiografiche e genetiche, poi quelle alternative.Infine, le  caratteristiche della viticultura, ossia la sua diffusione nel mondo , con l’indicazione precisa degli ettari per ciascuna area geografica, in cui  quella data varietà è presente, non senza mancare di indicare anche le produzioni migliori e maggiormente tipiche nelle diverse nazioni. Per le varietà maggiori è riportato anche un Pedigree diagram, nel quale sono rappresentate tutte le derivazioni  e gli incroci  (spesso non privi di sorprese).

Gli autori hanno scelto di selezionare, per ciascuna varietà, spesso denominata in modo diverso nelle varie località, ma con una comune identità genetica, un Prime name, che corrisponde generalmente al nome con il quale è conosciuta nel paese in cui ha avuto origine. Per questa ragione, nel volume, non si troverà il Cannonau, e neppure la Grenache, ma la Garnacha,  avendo essa avuto origine in Spagna. Naturalmente  tutte queste diverse denominazioni sono comunque rappresentate nella trattazione della varietà indicata con il primo nome, e, ciò che è di grande aiuto per il lettore, elencate nell’esaustivo indice analitico, in modo che possano essere agevolmente rintracciate.Essendo il criterio  organizzatore l’identità genetica, sono invece trattate distintamente quelle varietà, che, pur avendo nomi molto simili, siano geneticamente diverse. Un esempio? Il Nebbiolo rosé, simile al Nebbiolo, ma geneticamente diverso. Invece il Pinot nero e il Pinot bianco, pur dando origine a vini molto diversi tra loro,  sono raggruppati , per questo stesso motivo, nell’unica voce “Pinot”.

L’Italia è, di gran lunga, il paese con il maggior numero di varietà: 377. Seguono  la Francia con 204 e la Spagna con 84. Poi la Grecia e il Portogallo, ciascuna con 77, la Germania, con 76. Per quanto possa apparire sorprendente, gli Stati Uniti, con le loro 76 varietà, ben superiori alle 39 della Svizzera, alle 34 dell’Ungheria o alle 27 della Georgia, dove la viticultura è ben più antica, sono il paese del Nuovo Mondo con il maggior numero di varietà.

Consideriamo qualcuna delle nostre principali varietà. Il Nebbiolo è una delle più antiche, essendo stato menzionato per la prima volta nel 1268.Le indagini  sul DNA hanno permesso di confermare che i diversi tipi di Nebbiolo fin qui noti (Lampia, Michet e Bolla), ad eccezione del Nebbiolo Rosè, hanno lo stesso DNA, e che il Nebbiolo è all’origine  di diverse altre varietà, come ad es. la Freisa, anche se non sono note le varietà con cui esso era incrociato, probabilmente oggi estinte. E’ interessante scoprire che, benché la stragrande maggioranza del Nebbiolo nel mondo sia in Piemonte e comunque in Italia , considerando regioni come la Valtellina, esistono numerose isole di Nebbiolo nel mondo: ce ne sono 176 ettari  in Argentina , e sorprendentemente 106 in Australia, peraltro di ottima qualità,  e persino , sia pure pochi filari, in Francia, dove è uno degli ingredienti dell’uvaggio del rosso di Mas de Daumas Gassac.

Sapevate che il Sangiovese è per metà calabrese? Le origini toscane del Sangiovese, dove era noto dal 1600 con il nome di Sangiogheto, sono state messe indiscussione dagli studi sul DNA condotti da Vuillemoz, che mostrano la sua parentela con il ciliegiolo (altro vitigno tipicamente toscano),ma anche con il Calabrese di Montenuovo , dal cui incrocio esso avrebbe avuto origine.Il Calabrese è una varietà misteriosa, rintracciata sulla collina di Montenuovo, nei pressi del Lago d’Averno,nei Campi Flegrei. La famiglia calabrese degli Strigari, che si installò in quel territorio intorno alla metà dell’Ottocento, vi aveva introdotto molte varietà calabresi, tra cui il Magliocco Dolce , e siciliane, come il Nerello Mascalese . Del resto, sempre studi sul DNA hanno mostrato che il Sangiovese aveva una presenza storica  nel Sud d’Italia, naturalmente in Calabria, nella zona di Scalea, dove era chiamato Corinto nero, e nell’isola di Lipari. 

Chi ha finora pensato che il Primitivo (nome apparso  per la prima volta intorno al 1860) sia una varietà autoctona, se non pugliese (Francesco Filippo  Indellicati parlava già nel 1799 del Primativo di Gioia del Colle) , essendo presente, sia pure con minor diffusione , anche in altre regioni (ad es. la Campania), almeno italiana, deve ricredersi, e di fatti lo troverà citato solo come sinonimo del prime name adottato, quello del  croato Tribidrag. Quest’ultima misteriosa varietà è il risultato di una lunga storia di ricerca delle origini dello Zinfandel californiano , la Zinquest, come la chiamano  gli autori, che portò dapprima ad individuare l’identità genetica dello Zinfandel con il Primitivo pugliese, con Carole  Meredith, poi la scoperta delle tracce croate di entrambe queste varietà, dapprima erroneamente indicate nel Plavac Mali, poi nel Crljenak Kastelanski, infine nel Tribidrag, preferito perché questa varietà autoctona della Croazia era stata citata con questo più antico nome già nel XV secolo.Va detto, però, che non tutti sono d’accordo: Fanizza e al. , in un loro studio del 2005, basato su un approccio di tipo diverso dalla ricerca sul DNA, basato sull’AFLP (Amplified Fragment Lenght Polyphormism), hanno sostenuto che il Tribidrag (Primitivo) non sarebbe originario della Croazia, ma  sarebbe nato nell’Italia meridionale. Una curiosità: Tribidrag viene dal greco e significa “che matura presto”, cioè Primitivo. Apprendiamo che, oltre che in Puglia ,  in Campania e in Croazia, il Primitivo è alla base di un vino varietale (la Cuvée Z) del Domaine de l’Arjolle, in Francia, è naturalmente molto diffuso  negli Stati Uniti (California), dove , con i suoi oltre 20.000 ettari, è la seconda varietà, dopo il Cabernet Sauvignon, ma si trova, anche se in piccolissima quantità, anche in altri stati americani, come lo stato di Washington e l’Oregon, nel  Canada occidentale, in Messico e persino in Australia e Sud Africa. Insomma, questa storia delle varietà delle uve da vino è affascinante. Una sola critica, mitigata dalla consapevolezza che gli autori non possono conoscere ovviamente a fondo la realtà enologica di tutti i paesi: vi sono alcune clamorose assenze nella indicazione dei produttori pugliesi “raccomandabili” , che andrebbero davvero emendate nella prossima edizione.

Ma veniamo ad un’altra grande varietà italiana , l’Aglianico (geneticamente differenziata dall’Aglianicone). Chi pensa ancora che si tratti di una varietà di origine greca e che il suo nome derivi da vitis hellenica, sbaglia. La sua origine più probabile è che sia arrivato dalla Spagna con gli Aragonesi tra il XV e il XVI secolo (data di apparizione del nome, che deriverebbe dallo spagnolo llano), dal momento che non vi è alcuna  somiglianza genetica con  nessuna delle varietà attualmente esistenti in Grecia , oppure che si tratti di una varietà autoctona, originaria dell’Italia meridionale.

Potremmo continuare a lungo. Il libro, un elegante volume in tela con titoli in oro, è , data la sua poderosità, ovviamente pesantissimo, e quindi di non facilissima consultazione, i caratteri sono piuttosto piccoli (forse per non superare di troppo il limite, già abbondantemente passato, delle 1.000 pagine) e non facilmente leggibili per  gli occhi di tutti, il costo non è proprio leggero, ma non può assolutamente mancare nella vostra biblioteca enoica.

(Pubblicato il 18.3.2013).




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