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drink different

Libri: Varietà native di uva da vino d'Italia

D’Agata, I. (2014) Native Wine Grapes of Italy.Berkeley-Los Angeles- London: California University Press, 620 pp., $ 50,00

Native grapesSapete che cos’è lo Scimiscià?E’ una varietà di uva bianca del Tigullio: se ne ricava un vino che è una vera rarità, dall’aroma intenso di pera e banana, fresco e quasi salino. E la Francavidda? E’ uno dei tanti vitigni della Puglia, sconosciuto forse anche a quanti frequentano abitualmente enoteche e cantine.

Si chiama così perché cresce a Francavilla Fontana, nel Brindisino, e in pochi comuni vicini, come Carovigno, Ostuni,San Michele Salentino e San Vito dei Normanni:ha grappoli di media grandezza, dalla forma piramidale-cilindrica, chicchi rotondi, dalla buccia spessa, bianca-verdolina. E’ praticamente scomparsa, perché vulnerabile ai freddi primaverili e alle malattie, ma se ne trova ancora qualche filare: con altre uve locali, come l’Impigno, dà vini semplici, ma freschi e gradevoli d’estate su piatti di pesce e verdure.Lo Scimiscià, il Francavidda e l’Impigno solo alcune delle varietà autoctone del nostro paese: più numerose di quelle di Francia, Spagna e Grecia, che la seguono in questa speciale graduatoria, messe insieme. Ora Ian D’Agata,che ha dedicato trent’anni e la sua immensa passione per studiarle, ha scritto su di esse un bel volume, da poco pubblicato dall’Univ. of California Press. D’Agata, che è anche medico e ha quindi confidenza con i procedimenti scientifici, è un esperto raffinato, che scrive per l’ International Wine Cellar newsletter di Stephen Tanzer, e Decanter, oltre a far parte dell’esclusivo staff de Le Figaro. Il libro colma una vera lacuna della letteratura sulle uve da vino. Non che manchino altri libri sull’argomento, ma nessuno con la sua completezza. A colpire non è solo la grande mole di informazioni che è possibile ritrovarvi, anche sulle varietà di uva più sconosciute: è l’approccio adottato, ad essere molto efficace, a metà strada tra il volume scientifico e la guida per gli amatori, in cui, accanto agli studi ampelologici e ai dati delle indagini più sofisticate sul DNA, è dedicato ampio spazio alle testimonianze dei vignaioli che hanno accumulato, nel corso degli anni, una conoscenza insostituibile di esperienza lavorando sulle diverse varietà. E’ questa integrazione di dati scientifici (preziosi, ma incompleti) ed esperienziali che rendono questo libro davvero unico. Ma quando una varietà di uva può dirsi nativa? A questa domanda non è facile rispondere, visto che , nella storia umana, le uve da vino hanno praticamente seguito l’uomo (soldati, mercanti o religiosi che fossero) in tutti i suoi spostamenti, scomparendo magari dai luoghi di origine, per riapparire rigogliose in altri parti del mondo. I Romani piantarono la vite dappertutto, Greci e Fenici non furono da meno, sicché la cautela è d’obbligo su questo tema.

D’Agata distingue le uve native dalle internazionali e quelle che chiama locali tradizionali. Le varietà internazionali per antonomasia sono le grandi varietà francesi, come il Cabernet Sauvignon, il Merlot o il Pinot noir, che, specie nel corso dell’ultimo secolo, sono state piantate un po’ dappertutto nel mondo. Le native sono varietà originarie di un dato luogo che sono rimaste associate in modo pressoché esclusivo ad esso: Si pensi al Nebbiolo: ora se ne produce anche in Australia e in America, ovviamente diversissimo, e in quantità così ridotte da non sfiorare neppure la forza dell’associazione tra questo vitigno con la sua terra d’origine. In un senso più ampio possono essere considerate native anche varietà nate altrove, ma presenti da moltissimo tempo (secoli) in un determinato paese, nel quale hanno dato origine a vini fortemente radicati nella tradizione locale. Come il Primitivo, probabilmente nato in Croazia, ma sbarcato da secoli in Puglia, dove dà origine a vini fortemente caratteristici. In mezzo tra le native e le internazionali sono le varietà tradizionali: originarie di altri luoghi, sono state trapiantate in un dato paese da almeno 300 anni, diventando parte della tradizione locale (è il caso del Pinot bianco o del Merlot nel Triveneto).

Lo schema del libro è presto descritto. La prima parte introduce al concetto di varietà native e a come determinarle, per poi centrarsi su quelle italiane. La seconda, più estesa, illustra le varietà native del nostro paese, raggruppate in quattro diverse sezioni: le famiglie o gruppi, come quello delle Malvasie (dalla bianca alla rosa); le varietà native e tradizionali più importanti ; quelle più rare e meno conosciute, e gli incroci. Una tabella elenca le diverse varietà raggruppate per regione; in appendice, gli ettari coltivati per ciascuna varietà regione per regione, e le loro variazioni per decennio (dal 1970 al 2010), un utile glossario, l’ampia bibliografia. Un libro che non può mancare nella biblioteca di un vero wine lover e che piacerà soprattutto a coloro, per usare un’espressione di D’Agata, per i quali i vini non sono solo “mango-banana-papaya, papaya-mango-banana”!

(Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 12.7.2014)




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