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drink different

12 vini da provare

 Questa volta il nostro consueto giro d’Italia comincia dal Piemonte. Andiamo dapprima a Neive, comune noto per il suo Barbaresco, da un produttore molto famoso per i suoi rossi importanti, come il Barbaresco Asili e Santo Stefano e il Barolo Falletto di Serralunga, Bruno Giacosa, per assaggiare uno spumante blanc de noir, il suo Extra brut della vendemmia 2006.

Giacosa_brutSi tratta di un buonissimo “metodo classico”, Pinot nero 100%, molto elegante e minerale; fresco e fragrante di note agrumate e floreali, è una alternativa assai valida agli spumanti di Franciacorta, morbidi e cremosi: 23-25 Euro circa in enoteca, ben spesi. 89.5/100. L’azienda di Bruno Giacosa è così nota che non è davvero una espressione retorica dire che non ha bisogno di presentazioni. Il suo nome è ben conosciuto anche all’estero (se ne è occupato di recente Decanter) e fa sicuramente parte dell’élite della vitivinicoltura langarola.22 ettari   di proprietà, dalle cui uve, insieme con quelle acquistate da selezionati conferitori per la sua attività di négoce, le permettono di produrre un quantitativo importante (4-500.000 bottiglie l’anno) ma di grande qualità di vini classici delle Langhe.

 

Andiamo poco distante, al Castello di Verduno, di origine seicentesca, dove Gabriella Burlotto e Franco Bianco, 8 ettari   di vigna di proprietà e altri due in affitto, producono una bella serie di rossi langhigiani (Barolo e Barbaresco, hanno possedimenti a Rabajà e Faset, per il Barbaresco, e a Monvigliero e Massara per il Barolo). Qui producono anche un piacevolissimo e insolito Verduno Pelaverga, dal nome Basadone: da uve Pelaverga “piccolo” 100% (per distinguerlo dall’altro Pelaverga, detto “grosso”, diffuso piuttosto nel saluzzese), è un gioiellino dal colore rubino scarico, dal gusto secco, ma privo di asperità, e profumato di fragoline di bosco, fresco e gioioso, che costa una dozzina di Euro. Si tratta, come è facile immaginare, di un vino proveniente da uno dei tanti vitigni autoctoni semi-sconosciuti al di fuori di un contesto strettamente locale, di cui l’Italia è piena. 87/100.

 

Ci spostiamo ora a est per andare in Alto Adige, e precisamente a Fié allo Sciliar, in provincia di Bolzano, per provare uno dei tanti buoni Pinot nero di questa zona, quello di Gumphof, dove Markus Prackwieser produce una bella gamma di vini altoatesini, bianchi (da Gewurztraminer, Sauvignon e Pinot bianco) e rossi , tra cui questo Pinot nero, da vigne collocate proprio all’ingresso della Valle Isarco . Vinificato in vasche di acciaio e affinato in tonneau da 500 litri,  il vino della  vendemmia del 2009, da noi assaggiata, mostra un colore appena un po’ scarico come è talvolta il Pinot nero dell’Alto Adige, un profumo netto di frutti scuri (soprattutto fragole di montagna), con sentori lievemente affumicati, in bocca è fresco e sapido, con una tannicità fine. Un buon Pinot nero, che costa intorno ai 16 Euro in enoteca. 88/100.

 

Fiore_di_campoAncora più a est, in Friuli, nell’Isonzo, andiamo a San Lorenzo Isontino presso la cantina Lis Neris di Alvaro Pecorari: nei suoi 70 ettari   di proprietà produce una serie molto affidabile di vini soprattutto bianchi dalle uve tradizionali dei luoghi, sia monovarietali (come è in pratica anche il suo vino più famoso, il Tal Luc, praticamente un Verduzzo qusi in purezza, con appena un saldo, il 5%, di Riesling), sia in uvaggio . Il vino da noi prescelto per questa occasione è appunto un vino elaborato con uve diverse. Il Fiore di Campo 2009 proviene da uve Friulano (85%), Sauvignon (solo il 10%, ma che riesce egualmente a marcare olfattivamente il vino) e un saldo del 5% di Riesling. Si tratta di vigne ancora molto giovani (con una età media di 6-7 anni), site nel comune di San Lorenzo, su un altopiano ghiaioso-calcareo a 60 metri  di altitudine . Il vino fermenta in acciaio, dove resta circa 8 mesi sui depositi , con frequenti bâtonnages, fino all’imbottigliamento, per completare il suo affinamento con alcuni mesi di vetro prima di essere messo in commercio. Si tratta di un bel bianco dal colore giallo-paglierino, dal bouquet appena un po’ verde per la presenza del Sauvignon, secco e sapido, non molto complesso, ma assai piacevole per accompagnare un buon prosciutto friulano o minestre saporite. 86/100,

 

VenegazzuScendiamo verso Sud, nel Veneto, nel Montello, a Volpago, dove l’Azienda Conte Loredan Gasparini (due dogi nella storia di famiglia) , oggi guidata da Lorenzo, figlio di Giancarlo Palla, che la rilevò nel 1973, continua a produrre, insieme con altri vini “nuovi”, bianchi (con uve Prosecco e Manzoni) e rossi da uve bordolesi (Merlot e Cabernet Sauvignon) in purezza, i suoi vini storici, che lo resero famoso negli anni ’70: il Venegazzù della Casa e soprattutto il Venegazzù riserva del Presidente, detta così in onore del Presidente Charles De Gaulle, che sembra lo avesse apprezzato molto . Prodotto per la prima volta nel 1964 da un vigneto di più di 60 anni, detto “delle 100 piante”, di Cabernet Sauvignon, Merlot e Malbec, la bottiglia è impreziosita da una etichetta (in versione maschile e femminile) elaborata dall’artista Tono Zancanaro ormai quasi cinquant’anni fa. Si tratta di uno dei vini rossi più eleganti e aristocratici della Marca Trevigiana. La vendemmia del 2006, da noi assaggiata in anteprima al Roma Vino Excellence lo scorso anno, e riassaggiata in novembre al Merano Wine Festival, è uscita con un anno di ritardo per completare la sua maturazione. Ancora un po’ chiuso, questo elegante vino di ispirazione bordolese, crescerà ancora, esprimendo maggiormente il suo grande potenziale. Si distingue nettamente da altri cabernet di questo territorio, mostrando una personalità non comune: un rosso dal bouquet complesso, nel quale si avvertono, oltre ai consueti frutti di bosco note più floreali, più elegante che potente, con una trama tannica fine, Sono curioso di riassaggiarlo insieme a qualcuna delle vecchie grandi annate che lo resero famoso, di cui ancora giace qualche bottiglia in fondo alla mia cantina (91/100).

 

MontefiliOra si va in Chianti , a Greve, per assaggiare il Chianti classico della vendemmia del 2008 prodotto da Vittorio Fiore e Tommaso Paglione per Vecchie Terre di Montefili, di proprietà (dal 1979) della famiglia Acuti. Questa tenuta è nota fin dal 1200, allorquando fu donata alla Badia di Passignano.

Tredici ettari di vigna in direzione di Panzano, nei quali, oltre al Chianti classico e alla riserva (100% Sangiovese), produce un vino importante da uve Sangiovese in purezza, ma fuori dalla DCG, l’Anfiteatro, e il Bruno di Rocca ( da Sangiovese e Cabernet, in percentuali variabili). Il Chianti classico “di base” è un Chianti di stile classico, dal naso molto floreale, con sfumature di amarena e , lievi, di erbe aromatiche; al palato è succoso e concentrato, appena speziato, con note di liquirizia e pepe nero. Circa 15-17 Euro in enoteca. 88/100

 

VelenosiIl vino successivo è un vino delle Marche, un Pecorino di Offida, di Angela ed Ercole Velenosi. Questa Azienda, tra le più dinamiche del Piceno (la parte centro-meridionale delle Marche), possiede oltre 100 ettari   di terra vitata, nei quali produce degli splendidi vini rossi, in prevalenza da uve Montepulciano (il Poggio del Filare, un Rosso Piceno superiore, 70% Montepulciano e 30% di Sangiovese, e il Ludi, un Offida rosso, per metà da uve Montepulciano e l’altra metà da uve bordolesi), ma anche bei vini bianchi moderni da vitigni autoctoni, come il Pecorino, di cui stiamo parlando: naturalmente Verdicchio (dei Castelli di Jesi), Falerio, ed anche una piacevole Passerina (anche in versione spumantizzata). Pur essendo evidente, per entrambe le varietà, il riferimento alla pastorizia, il Pecorino marchigiano non va assolutamente confuso con il Pecorello, che è invece un’uva a bacca rossa diffusa in Calabria, nella zona del Savuto. Presente anche in Abruzzo e nel Lazio, il Pecorino migliore è proprio quello di Offida, del quale esiste anche la DOC.Il vino che se ne ricava ha struttura e alcool e non manca di personalità. Quasi sparito per la preferenza di vitigni più produttivi, il Pecorino è stato reintrodotto negli anni ‘80 , soprattutto nella zona di Offida e Ripatransone, dove ne è cominciata la valorizzazione. I Velenosi hanno in produzione due vini da uve Pecorino: il primo, più complesso, affinato in legno, il Rêve, e un altro più semplice, il Villa Angela, che invece è vinificato e affinato solo in acciaio. Il Villa Angela dell’annata 2010 ha  un bel colore giallo paglierino, con riflessi leggermente verdognoli, un naso molto floreale (di fiori bianchi), e fruttato (di frutta tropicale), con leggere sfumature di erba, in bocca è molto fresco, con una acidità ben avvertita, ma anche sapido, di buona struttura. Adatto come aperitivo, su antipasti e piatti di pesce, Costa poco più di 10 Euro la bottiglia.86/100.

 

Greco_Pietarcupa2Siamo di nuovo in Campania, in provincia di Avellino, per il Greco di Tufo della nuova annata 2010 dell’Azienda Pietracupa di Montefredane. Che dire di quest’Azienda, della quale ci siamo già occupati (nel report “I tre Moschettieri del grande Fiano di Montefredane”, del 29.8.2011), se non che , anno dopo anno, produce un Fiano e un Greco di Tufo di straordinaria purezza e precisione, degni di un vino della Mosella? Di Pietracupa ho appena ribevuto un magnifico Cupo del 2007 , che comincia ora ad aprirsi pienamente, ma qui parliamo del Greco di Tufo del 2010. Un vino che, lo si noti, in enoteca costa 11-12 Euro. Greco di Tufo al 100% , ha un colore giallo paglierino pallido, naso intensamente floreale, nel quale si rincorrono note di fiori bianchi e , più fruttate, di pera e pesca bianca; in bocca è vibrante di acidità, di grande freschezza e sapidità, con ritorni fruttati e , più lievemente, speziati, di grande lunghezza. 92/100.

 

IMasone_Mannul Vermentino è un vitigno che potremmo chiamare marinaro: principe delle uve a bacca bianca della Sardegna, soprattutto nel gallurese, è diffusissimo sulle coste liguri (dove è conosciuto anche come Pigato, ritenuto impropriamente un’uva diversa) e nella Lunigiana. Dei due Vermentino sardi, della Gallura e di Alghero, non vi è dubbio che il primo abbia dato i risultati migliori. Masone Mannu, ne produce uno molto buono in provincia di Oristano. Si tratta di un Vermentino di Gallura superiore, il Costarenas 2010. Un’azienda giovane, in costante crescita qualitativa, con 18 ettari   di terreno di proprietà, caratterizzato da suoli molto poveri di sostanze nutritive, ad una quindicina di chilometri dal mare, il Golfo di Olbia, di cui sente l’influenza. Il vino esibisce nel bicchiere un colore giallo dorato poco carico, un naso maturo, con note fruttate e di miele; in bocca è caldo, possente, ampio, con sfumature minerali. E’ un bianco strutturato (fa un passaggio in legno), che può accompagnare anche carni bianche e formaggi non troppo freschi (86/100). Sui 16-18 Euro in enoteca.

 

 

Questa volta sono tre i vini esotici:

CornalinIl primo è un Cornalin del Valais. Bisogna subito precisare che si tratta di un vino del tutto diverso dal raro Cornalin della Valle d’Aosta, con il quale è stato confuso fino a poco tempo fa, anche se è molto probabile che tra questi due territori, tra loro confinanti, vi siano stati frequenti scambi di varietà. Il Cornalin valdostano appare piuttosto parente dell’Humagne rouge , un vitigno abbastanza rustico, che dà vini un po’ semplici , a basso tenore di acidità e di alcol. Il cornalin del Valais è invece probabilmente parente di altre due varietà valdostane, il petit rouge e il mayolet. Nel Valais, dove era ritenuto una varietà autoctona fino a non molti anni fa, esso dà vini rossi interessanti, capaci, nelle annate migliori, anche di una buona tenuta nel tempo. Si tratta di una varietà che stava quasi scomparendo, anche perché, essendo a maturazione tardiva, è molto soggetta alle condizioni metereologiche più variabili della fine dell’estate e dell’incipiente autunno, e sensibile all’imputridimento. Quello che abbiamo assaggiato (peraltro dell’annata 2004) proviene dal lieu-dit (alla borgognona) Les Bernunes. Lo producono Fernand e Conrad Caloz a Miège. Color porpora, ancora abbastanza carico, nonostante i suoi 7 anni, all’olfatto dà note intriganti di frutti neri di bosco e di humus, quasi un Pinot noir più rustico, sul palato mostra tannini satinati, ancora ben espressi, di buona sapidità 84/100. Si tratta, ovviamente, di un vino da bere localmente, sulla cucina caratteristica del Valais , come del resto il fendant (chasselas) della stessa regione, che certo non puà dirsi  un “grande” vino, ma che cos’altro bere su una fondue di raclette?

 

LarueQuella di Saint Aubin è una delle appellations più neglette (fino a pochi anni fa) della Côte de Beaune. Oggi, invece, in sensibile ascesa, in quanto produce vini bianchi da uve Chardonnay molto eleganti e minerali, spesso di livello non inferiore a quelli di Puligny e di Chassagne (a cui è peraltro assai vicina), ma a prezzi molto convenienti. Oggi però voglio parlare di un Saint-Aubin ancora più negletto, un Saint Aubin rouge. Si sa che , nella Côte de Beaune, è lo Chardonnay, più che il Pinot noir a farla da padrone. Pochi sanno (ne parlerò subito dopo), ad esempio, che a Chassagne-Montrachet, dove, insieme con Puligny e Meursault, si producono alcuni dei migliori vini bianchi della Borgogna e del mondo, vi sono anche vini rossi, e che, fino a non moltissimi anni fa, si producevano più vini rossi (peraltro ottimi) che bianchi. Ecco dunque un Saint-Aubin rouge: si tratta di un premier cru Sur le Sentier du Clou del Domaine Larue, della vendemmia del 2009. Appena 16 i climats premier cru di Saint-Aubin: 123 ettari  complessivi, di cui buoni due terzi bianchi  (87.5) a Chardonnay. Il Domaine di Didier e Denis Larue produce una bella e affidabile gamma di vini (soprattutto) bianchi e rossi di Saint-Aubin, accanto ad alcuni bianchi di Puligny. Quello di cui parliamo proviene da una parcella di 1.1 ettari coltivata a Pinot noir (10.000 ceppi per ettaro, età 15-45 anni) , su un suolo argilloso-calcareo, proprio nel cuore dell’appellation, a 280  metri  di altitudine . Il vino , elevato in pièces borgognone da 228 litri   (50% legno nuovo) , ha un bel colore scuro, all’olfatto dà soprattutto ciliegia e crema di cassis, molto tipico, con appena un tocco di cuoio; in bocca ha polpa, leggera acidità, tannini morbidi, discreta persistenza. Si conserverà (bene) per altri due-tre anni. 90/100.

 

Assaggiamo infine uno Chassagne-Montrachet rouge della stessa fortunata vendemmia (2009). Si tratta di un village di Blain-Gagnard , un rosso dal frutto piacevolissimo, con un naso intrigante, con leggere sfumature pepate e terrose che si sovrappongono a quelle più usuali di frutti di bosco; sul palato è fresco, di grande sapidità e finezza. Vino già buonissimo, che si conserverà bene per due–tre anni (89/100) . Jean Marc Blain veniva dal Sancerrois, da una famiglia di viticultori. Sposata la figlia più giovane di Jacques Gagnard , trent’anni fa ha cominciato a occuparsi della proprietà: poco più di 8 ettari  , principalmente locati a Chassagne, con mezzo ettaro a Volnay e poco più a Pommard. A Chassagne, oltre a frammenti nei grand cru Montrachet (800 metri quadrati!) e poco più negli altri grand cru di Chassagne (Bâtard, neppure mezzo ettaro , e Criots-Bâtard, 2000 metri quadrati ), possiede vigne in quattro premiers crus (La Boudriotte e Les Caillerets solo in bianco, Le Clos Saint-Jean, che dà i vini più fini, e Morgeot anche in rosso). Il vino che abbiamo descritto viene invece da una porzione di circa un ettaro di village, con viti impiantate nel 1932, parzialmente reimpiantate venti anni fa).

(Pubblicato il 9.1.2012)

 

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