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drink different

Barolo "base", Aglianico beneventano e vini da Nero di Troia. E poi un po' di Francia.

Si parla ormai sempre di più delle selezioni di singoli terroir anche a proposito del Barolo, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono molti Barolo “generici”, ossia blend di diverse vigne, di ottimo livello, e ciò che più conta, di prezzo assai più accessibile. Un Barolo “selezione” di fascia alta, infatti, costa ormai in enoteca più di 40-45 euro , raggiungendo quote vicine o anche superiori agli 80: insomma, non proprio bottiglie per ogni giorno. Un buon Barolo lo si può trovare però anche a cifre inferiori ai 25 euro, e vogliamo appunto parlare di tre di essi.

Barolo_MarchesiCominciamo con quello della Marchesi di Barolo , delle famiglie Abbona, Dogliani e Scarzello, praticamente una delle aziende più antiche di Barolo: 170 ettari di vigna, di cui una trentina di proprietà, da cui ricavano ogni anno circa un milione e mezzo di bottiglie , una quantità importante, rispetto agli standard della regione. Abbiamo pagato il vino della vendemmia 2006 21 euro. Esso risulta da un assemblaggio di uve ( o meglio di vini, perché si tratta di un blend di uve vinificate separatamente) provenienti dai cru classici aziendali, all’interno del comune di Barolo, e cioè Cannubi, Sarmassa, Castellero, Boschetti, Coste di Rose, Preda, Ravera e Vignane.Viti allevate a Guyot, su suoli di medio impasto, ricchi di sabbie quarzose.L’uva, piagiata e diraspata, fermenta in vasche termo condizionate . Costituito il blend, che può variare di anno in anno, l’élevage viene effettuato in botti tradizionali di Slavonia. Infine, un affinamento di un anno in vetro prima di essere messo in commercio. Il risultato è un buon Barolo, dal colore granato; naso intenso, con note di rosa, vaniglia e nocciola. In bocca si avvertono tannini ancora non completamente domati, sentori speziati e , lievi, di goudron. Evolverà bene ancora per qualche anno, da bersi , se conservato in luogo appropriato, entro quattro-cinque anni da oggi (87/100)

 

BAROLOCa_BiancaAssaggiamo ora un altro Barolo “generico” della stessa vendemmia, quello dell’Azienda Ca’Bianca, di proprietà GIV (una società che ha proprietà in tutta la penisola, e gestisce volumi davvero importanti di vino), circa 40 ettari di vigna nel Monferrato, dai quali ricava ottime Barbera d’Asti. Produce anche questo Barolo, 22-23 euro la bottiglia in enoteca. Viene da vigne situate nel comune di La Morra,   su suoli argillosi di medio impasto a 300 metri   di altitudine circa. Dopo la fermentazione a temperatura controllata e la malo lattica, affina per circa 24 mesi , parte in botti di Slavonia da 30 ettolitri, parte in barriques francesi nuove e di secondo passaggio. Color granato non troppo carico, ciliegia e spezie al naso, in bocca è fresco, moderatamente tannico, di buona armonia gustativa (87/100).

 

Barolo_SaffirioInfine, il Barolo 2006 di Josetta Saffirio , il Barolo degli gnomi, per la curiosa abitudine di inserire degli gnomi , considerati protettori degli uomini buoni, sulle etichette aziendali. Ma anche per le proporzioni dell’azienda, di dimensioni molto più artigianali rispetto a quelle dei vini di cui abbiamo appena parlato.Siamo infatti a Monforte d’Alba, in una piccola cantina (meno di 6 ettari  e appena 25.000 bottiglie l’anno), attenta all’ambiente, che “firma” anche due buone selezioni, il Persiera e il “Francesco 1948",  dedicato al nonno, che impiantò appunto nel 1948 la vigna, oltre a un bianco delle Langhe a partire da un insolito Rossese bianco. Quello degustato in questa occasione è il Barolo “generico”, proveniente da una vigna in località Castelletto di La Morra, coltivata  a controspalliera potata Guyot, su un terreno caratterizzato da una forte pendenza, esposto a sud-est. Il suolo è di tipo elveziano (fondo marino emerso) di medio impasto, ricco di sali minerali e calcare. Dopo la malo lattica il vino è riversato in fusti di legno, in parte nuovi e in parte di secondo e terzo passaggio, dove resta circa 24 mesi; quindi è assemblato in vasche di cemento, dove resta a stabilizzarsi per altri sei mesi. Infine, altri sei mesi in bottiglia e viene quindi messo in commercio. Bel colore granato con riflessi rubino, al naso è intenso e piacevolmente tipico, con sentori fruttati, soprattutto di fragola, ed altri più speziati (di nocciola e tabacco); in bocca è pieno, molto sapido ed elegante, di buona lunghezza (90/100). Ventisei euro circa in enoteca.

 

Dal Piemonte si va in Campania, per assaggiare due vini da uve Aglianico del beneventano. Quando si parla di Aglianico, si parla di solito o di quello del Vulture, o del Taurasi irpino, trascurando il fatto che, in Campania, l’Aglianico ha dato ottimi risultati anche in altre zone, come il Cilento salernitano o Terra di lavoro, oppure , appunto, nel Sannio beneventano, soprattutto nell’ambito della DOC Taburno.

Cesco_di_NeceAssaggiamo innanzitutto un Aglianico di una piccola DOC, quella di Sant’Agata dei Goti, piacevole cittadina di antiche origini nella quale, da anni opera l’Azienda Mustilli, che produce , tra gli altri vini (tutti di buona fattura), una selezione di Aglianico, il Cesco di Nece. Abbiamo nel bicchiere appunto un Aglianico riserva Cesco di Nece del 2007. Ha un bel colore rubino scuro, al naso é piacevolmente fresco e balsamico, con note avvertite di more, sottobosco e lavanda, In bocca è egualmente fresco , con una trama tannica sottile ed elegante, di grande pulizia (88.5/100), per soli 11 euro. Di quest’azienda, con annessa una gradevole locanda nel centro storico di Sant’Agata , nella quale si possono assaggiare i prodotti aziendali e anche pernottare in alcune camere, semplici ma confortevoli arredate con mobili rustici di epoca, vale la pena di provare anche la buonissima Falanghina di Sant’Agata dei Goti (appena 7 euro), e, naturalmente visitare le storiche cantine

 

Iovi_TonantPochi chilometri e siamo a Montesarchio, per assaggiare la vendemmia 2008 dell’Aglianico del Taburno Iovi Tonant. Siamo in una masseria settecentesca con sei ettari di vigna di proprietà e dieci in affitto: vigne coltivate con le uve locali tradizionali (innanzitutto Falangina e Aglianico), alcune delle quali molto antiche (ad es. la Falanghina Donnalaura  proviene da una vigna quasi centenaria). Da vigne vecchie viene anche questo Iovi Tonant, un Aglianico vigoroso, ancora molto giovane (si tratta dell’annata 2008): colore rosso rubino scuro, quasi violaceo, al naso si avvertono nettamente le note vanigliate della barrique e di cacao , Intenso e balsamico, ha struttura ed estratti in abbondanza, ma è incredibilmente morbido. Ha bisogno di almeno un altro anno per assorbire meglio il legno, ma è già piacevole, anche per l’avvertita acidità che lo rende molto fresco. Siamo sui 18 euro la bottiglia (87/100)

 

Questa volta chiudiamo con la Puglia,  una regione spesso snobbata dal punto di vista enologico: ancora troppo recente è il ricordo del vino inviato in cisterna al Nord per l’arricchimento di vini in deficit di alcol, oppure per la distillazione. Assaggeremo quattro vini di un vitigno ancora poco noto al di fuori della regione, ma molto interessante, l’Uva o Nero di Troia: é presente nella zona della DOC Casteldelmonte, dove é spesso assemblato al Montepulciano, e in quelle limitrofe del canosino e del barlettano (donde anche il nome di Uva di Canosa o di Uva di Barletta), e soprattutto nell’area tra Lucera e Cerignola e nella Daunia, in provincia di Foggia. L’origine di questo vitigno è ancora abbastanza sconosciuta: una leggenda vuole che sia arrivato in Puglia portato da colonizzatori greci, proveniente dall’Asia minore, ma una versione più accreditata lo vuole proveniente dalla vicina Albania , dalla cittadina di Cruja, il cui nome si sarebbe corrotto in Troia.

Parleremo qui di vini costituiti da Nero di Troia in purezza : tre provenienti nell’ambito della DOC Casteldelmonte, mentre il quarto è un i.g.t. Murge, in quanto fuori della DOC, ma prodotto egualmente in zona. In altra occasione ci occuperemo del Nero di Troia dauno, che ha recentemente ottenuto il riconoscimento di una nuova DOC.

CocevolaPartiamo dai due vini più economici, il Tenuta Cocevola 2007, un Castedelmonte rosso da uva di Troia 100%, versione di base di un Nero di Troia più impegnativo prodotto da questa azienda, il Vandalo. Da vigne site nell’omonima contrada di Andria verso Casteldelmonte, è un vino più leggero, ma comunque gradevole, abbastanza varietale, fresco e fruttato, nel quale si avvertono, insieme a frutti scuri, note floreali e più dolci, leggermente vanigliate. Un vino adatto a primi piatti saporiti , ma anche da tutto pasto, servito appena un po’ più fresco (85/100).

 

FalcoAssaggiamo ora il Torre del Falco 2008: lo produce la Cantina Torrevento   di Corato, della famiglia Liantonio, una delle cantine leader della DOC Casteldelmonte (300 ettari di proprietà e 200 in affitto  affitto per un volume di oltre due milioni di bottiglie), che ha nel suo notevole catalogo anche uno dei migliori vini a base di una di Troia in assoluto, il Vigna Pedale riserva, un vino stupefacente per rapporto qualità-prezzo . Il Torre del Falco non è più , a quanto dichiarato in etichetta, un Castedelmonte DOC, ma un Murgia i.g.t., anche se sulla scheda tecnica presente sul sito aziendale risulta tale. Evidentemente qualcosa deve essere cambiato (può forse chiarircelo l’Azienda produttrice?). Qualche anno fa era un vino diverso, a base di Uva di Troia e uve internazionali (Cabernet Sauvignon). Ora è Uva di Troia in purezza, mentre il Cabernet entra in un altro vino di questa cantina, il Kebir. Il Torre del Falco è un vino piacevole, dal colore rubino scuro, all’olfatto propone note di frutti scuri, è fresco ed equilibrato, morbido al palato. Un vino da bere su primi robusti o su piatti a base di carne o formaggi a pasta dura (85/100).

 

RinzaccoIl terzo vino della serie è una riserva, il Rinzacco 2008 della Spagnoletti Zeuli. Quest’azienda andriese, proprietaria di 120 ettari   di terra, produce diversi vini rossi da uva di Troia, nell’ambito della DOC Castedelmonte, il Vignagrande, il Pezzalaruca e il Mezzana, e due riserve: il Terranera riserva del Conte, che però include anche altre uve (Montepulciano e Aglianico), e quella di cui parliamo qui Da una vigna dello stesso nome, Rinzacco, con impianti a spalliera con una densità di 4500 piante per ettaro e di età media di 20 anni, esposta a nord-sud, in zona collinare a 300 metri   sul livello del mare. Affinamento in legno per almeno un anno. E’ un Nero di Troia molto scuro e concentrato, intenso al naso, al quale si propone con note di frutti di bosco, pepe nero, sul palato è polputo e con tannini levigati (85/100)

 

Infine un altro Nero di Troia della zona coratina. Si tratta di un altro Casteldelmonte DOC, dell’Azienda Santa Lucia, la Riserva Vigna delle More della vendemmia 2007. Si tratta di una delle migliori interpretazioni del Nero di Troia in purezza di questo territorio. Un vino corposo, colorato, generoso di alcol come lo sono i vini da uva di Troia: al naso è intenso, offre frutti scuri (ciliegia nera, more) e note floreali ; in bocca è caldo e speziato , con sfumature più dolci di cacao e kirsh, ha trama tannica fine e vellutata. Insomma un ottimo vino rosso, adatto all’accompagnamento di piatti di carni bianche e rosse e formaggi stagionati a pasta dura (88/100). Già apprezzabile, potrà mantenersi senza alcun problema per altri tre-quattro anni, conservato in luogo idoneo.

MoreLa Santa Lucia, convertita all’agricoltura biologica, produce , nell’ambito di una serie molto affidabile di vini bianchi (da uva Fiano) e soprattutto rossi, sempre da uva di Troia, un piacevole vino entry, il Vigna del Melograno, e una assai impegnativa riserva da selezione , la 0.618, che viene immesso in commercio a otto anni dalla vendemmia. Meritevole anche lo sforzo di conservare e rivitalizzare l’uva Aleatico, proponendo un gradevole Gazza Rubina.

 

 

I vini esotici.

Ora tre vini di Francia. Cominciamo con un vino di Borgogna. Si tratta di un interessante village del territorio di Morey-Saint-Denis (ne abbiamo già parlato a proposito del Clos des Lambrays) firmato da uno dei migliori giovani talenti della vitivinicoltura della Côte de Nuits: un’altra donna del vino, Cécile Tremblay, che alcuni si spingono a definire come la Leroy   degli anni a venire.

Morey_TremblayIn appena un pugno di vendemmie , da quando cioè, nel 2003, fresca di di un diploma in commercio dei vini e uno di viticoltura ed enologia a Beaune, ha preso a occuparsi personalmente delle vigne dei bisnonni, Edouard ed Esther Jayer, ha saputo imporsi all’attenzione di esperti e degustatori con una serie di vendemmie esemplari. Oggi può contare su alcune piccole , ma pregiate parcelle nei comuni più importanti della Côte: Gevrey (dove produce un raffinato Chapelle-Chambertin), Vosne-Romanée, Morey-Saint-Denis, Chambolle-Musigny e Nuits-Saint-Georges, dove il bisnonno faceva il bottaio. Viticoltura biologica (tre quarti delle sue vigne sono certificate e l’ettaro che ancora manca è in conversione), rese molto basse , raccolta dell’uva in cassette da cinque chili per rispettare l’integrità dei grappoli, fermentazione alcolica in legno con lieviti indigeni, dopo una macerazione prefermentativa, con controllo costante della temperatura e della fermentazione. Dopo circa cinque settimane di cuvaison, il vino viene riversato in fusti nuovi, secondo il tipo, dal 25 al 100% , dove fa l’élevage. Quello di Cécile è uno stile molto personale, che sarebbe riduttivo definire femminile: i suoi vini non sono fatti per stupire, cercano più l’armonia che la concentrazione e la potenza. Anche questo Morey-Saint-Denis Très Girard , di un’annata non eccelsa, la 2008, ma che Cécile ha saputo interpretare molto bene : proviene da una parcella di appena mezzo ettaro di vigne di 40-45 anni situata proprio accanto al premier cru Clos des Sorbets, è un Pinot noir strutturato, ma di grande armonia, che esibisce un frutto nitido (more e ciliegie scure) e lievi note affumicate; sul palato è vigoroso, ma agile, con una trama tannica fine: appare ancora giovane , già molto piacevole (lo abbiamo bevuto con un piccione arrosto di “Ma cuisine” a Beaune), migliorerà ancora e potrà conservarsi bene per altri quattro-cinque anni (89.5/100).

 

Gauby_blancOra due vini , quelli “di entrata di gamma”, come si usa dire, di un viticoltore già mitico, Gérard Gauby, da un territorio sorprendente, quello di Calce, nel Roussillon. Padre in vigna e figlio (Lionel) in cantina, sostenitori della viticoltura biodinamica, producono una serie di vini impressionanti per rigore e mineralità. Il Domaine si trova a una ventina di chilometri a NO di Perpignan, e si estende per circa 85 ettari,  di cui  45 a  vigna (di età tra i 40 e i 120 anni!), in un paesaggio ancora selvaggio e incontaminato. Suoli composti da calcare misto a marne e schisti, tra 150 e 200 metri   di altitudine, a una ventina di chilometri dal mare, di cui si sente l’influenza.

Parliamo qui del Les Calcinaires blanc, VDP Côtes Catalanes 2010: 50% Muscat, da vigne di 15-50 anni, 30% Chardonnay da vigne di 20 anni, e 20% Maccabeu, da vigne di 30-50 anni; color giallo chiaro, al naso si offre con toni agrumati e minerali, in bocca è sapido, cristallino, un vino di grande purezza. Una rivelazione (91.5/100).

Gauby_2Ora il rosso. Stesso nome, Les Calcinaires rouge, VDP Côtes du Roussillon villages 2009, 50% Syrah, 25% Mourvèdre, Grenache noir 15% e Carignan 10%, colore granato brillante, naso intenso, con note piacevolmente fruttate , nel quale si avvertono frutti neri maturi, sul palato è fresco e vellutato (93/100).L’uno e l’altro costano meno di quindici euro.WOW! (Pubblicato il 21.2.2012).

 

I vini del Domaine Gauby sono importati in Italia da Teatro del Vino (www.teatrodelvino.it)

Non sono a conoscenza di importatori italiani dei vini di Cécile Tremblay

 

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