Questo sito utilizza i cookie per finalità di navigazione, autenticazione e altre funzioni. Navigando su questo sito, cliccando su 'Accetto' acconsenti all'installazione dei cookie sul tuo dispositivo.

Visualizza Privacy Policy

Visualizza i documenti della direttiva europea

Hai rifiutato i cookie. La decisione è reversibile

Hai acconsentito all'installazione dei cookie sul tuo computer. La decisione è reversibile.

drink different

Una lenzuolata di assaggi di tutti i colori

Un’altra lenzuolata di vini davvero buoni: tutti largamente superiori agli 80 punti , molti sopra i 90. E  un fuoriclasse. Cominciamo dai rossi. La stagione calda si avvicina e bisogna approfittarne.

Langhe.

Il Nebbiolo è forse la più nobile delle varietà autoctone italiane . La sua terra di elezione , come è noto,  è costituita dalle Langhe, ma dà eccellenti risultati anche in altre zone del Piemonte, come il vercellese, dove, con un nome diverso (spanna), è alla base di grandi vini ancora poco conosciuti, come il Gattinara, il Lessona, il Bramaterra, ed altri.

Ancora con un altro nome (Chiavennasca) diventa il principale ingrediente dei grandi rossi della Valtellina, ma se ne trova un po’ anche altrove, ad es., in Valle d’Aosta (ancora con un nome diverso, Picotener) e persino in Sardegna.

Il Barolo è sicuramente il più noto vino ricavato dal Nebbiolo e  tra i migliori vini rossi italiani in assoluto. Nonostante i confini della DOCG siano abbastanza ampi, tanto da comprendere altri dieci comuni oltre a quello che le  conferisce il nome, la qualità è rimasta generalmente molto buona, diversamente da quanto è accaduto, purtroppo, con altri grandi vini, altrove, e come si dice, ancora oggi,  “dove peschi , peschi bene”. Però non è certo un vino economico. Per acquistare una selezione di vigna di un certo prestigio occorrono, generalmente, più di 40 euro per una bottiglia, una somma “non per tutti”, e talvolta anche molto di più (chiedete alla vostra enoteca di fiducia quanto  costa l’ultima annata di Barolo Monfortino). Che fare allora? Nel mio libro “Il vino al tempo dello spread”, consiglio in questo caso di puntare su un Barolo base, ossia che provenga da un blend di vigne diverse, anche provenienti da  più comuni, ma di un buon produttore e di una buona annata. Da provare, ad esempio, il classico Barolo “di Barolo” dei Marchesi di Barolo, che è fatto con uve dei vari cru compresi nel comune omonimo.

Oggi voglio parlaredi due grandi  delle Langhe,  un Barolo e un Barbaresco, di eccellente qualità ed ottimo prezzo.  Li produce una bella azienda familiare di Neive, una delle capitali del Barbaresco, quella dei  Fratelli Giacosa (nulla a che vedere, nonostante il cognome , con Bruno Giacosa ): 35 ettari di vigna ,più un’altra quindicina in affitto, i Giacosa producono, tra diversi altri vini  classici langhigiani, un Barbaresco davvero buono, il Basarin vigna Gianmaté, e un classico Barolo di Bussìa, che propone a prezzi davvero convincenti.

barbaresco-basarin-vigna-gianmate-docgMi è piaciuto moltissimo il primo, da una piccola vigna di due ettari nel cru Basarin, Gianmaté, che evidenzia l’ origine marina del suo suolo con abbondanti fossili marini.Il vino del 2009 ha  bel colore granato,al naso offre  violette, lamponi ed eleganti sentori speziati, ha bell’attacco sul palato, è molto morbido, fresco e di grande armonia (92/100).

Molto buono, ma più austero, il Barolo, dal cru Bussia, nella vicina Monforte d’Alba. Proviene  da una vigna  allevata  un suolo tortoniano, di origine sedimentaria marina, caratterizzato da marne di Sant’Agata fossile (il famoso töv).Il vino del 2008 ha  colore granato, si offre al naso con note di frutti scuri e spezie, sul palato ha attacco deciso, molto sapido, con tannini ben rilevati.Promette bene, ha solo bisogno di più tempo  (90/100)

Ma anche un “semplice” Nebbiolo delle Langhe ( o del  Roero) può essere di grande soddisfazione , a costi davvero interessanti. Ve ne propongo due , molto diversi, ma entrambi molto affidabili. Il primo è un classico, l’Ochetti di Renato Ratti.Si tratta di un  Nebbiolo di Alba (questa la denominazione in etichetta), ma proviene da una vigna di Monteu Roero, uno dei 23 comuni compresi nella denominazione Roero, 400 metri di altezza sul l.m. e poco più di 1.500 anime..

Quella di  Renato Ratti è un’azienda storica di La Morra, famosa, va da sé,  soprattutto per i suoi ottimi Barolo (Marcenasco, Rocche e Conca), ma con una validissima produzione di altri vini langaroli,  e con un braccio nel Monferrato a Costigliole d’Asti. Ratti era un grande uomo del vino, dotato di molto spirito innovativo, ma non modernista nel senso svalutativo che oggi si dà a questo termine, il primo ad elaborare una carta delle annate e dei cru del Barolo, a cui si è ispirato Masnaghetti nella sua nota mappatura .

Il Nebbiolo Ochetti è un vino  che mi è molto familiare, che conosco praticamente da sempre,  di grande regolarità  qualitativa Viene da una vigna a circa 250 mt. sul livello del mare, con impianto a guyot classico, 4000 ceppi per ettaro, di età media di 30 anni. Il suolo è astiano sabbioso (sabbie gialle di origine pliocenica).Dopo la diraspatura e la pigiatura, il vino fermenta a temperatura controllata , fa una macerazione di 5 giorni, in acciaio la malolattica, 12 mesi in legno grande.L’annata 2009  ha avuto un andamento climatico irregolare: inverno freddo con abbondanti nevicate e primavera piovosa , prima di affrontare  un’estate molto calda. Il vino ha bel colore rubino leggero, naso molto tipico di fragole e lamponi, un buon impatto sul palato, nerbo vivo, giustamente tannico, con lievi note amarognole (89/100).

Assaggiamo ora un altro Nebbiolo langhigiano, di una zona diversa, quella di Monforte, il Coste di Ferdinando  Principiano.Quella di Principiano è  una bella cantina di Monforte d’Alba (altro comune classico del Barolo), 9 ettari di vigna di proprietà e altri cinque in affitto, a conduzione biologica.Il  titolare, che è anche l’enologo della cantina, ha di recente totalmente riconvertito il proprio stile di produzione, adottando i principi della viticultura  biodinamica,  e propone  una ampia gamma di ottimi vini langhigiani, dal Dolcetto alla Barbera, una gradevolissima Freisa, e, naturalmente, i suoi vini da uve Nebbiolo , tra cui alcuni magnifici Barolo (provate il Ravera o il Boscareto).

PrincipianoIl Coste (di cui ho assaggiato recentemente le versioni del 2010 e del 2011)è un Nebbiolo in purezza, proveniente da un ettaro di  vigne di quarant’anni , a 350 metri sul livello del mare, esposte a sud-est e sud-ovest, situato principalmente a Le Coste di Monforte d'Alba , con l’aggiunta di  una piccola percentuale di uve dal Boscareto di Serralunga. La fermentazione e la macerazione durano dalle due alle tre settimane senza inoculo di lieviti e in assenza di solforosa aggiunta.L'affinamento di dieci mesi avviene in vasche d'acciao inox e successivamente in bottiglia.Fresco  e profumatissimo (rose e viole, ciliegia, lampone, note di erba ), il Coste è un Nebbiolo molto tipico,  sapido e croccante,con una bella trama tannica, di buona personalità (90/100, il 2011 appare già più godibile del 2010 ).Una bottiglia di tutto rispetto, di grande coerenza gusto-olfattiva, come raramente si trova nei vini cosiddetti “naturali”.

Montepulciano d’Abruzzo.

Si parla poco del Montepulciano.  Vitigno a bacca rossa diffuso un po’ dappertutto nel Centrosud, ma soprattutto negli Abruzzi (nella DOCG Colline Teramane e DOC Controguerra) e  nelle Marche (Offida Rosso , Rosso Piceno, Conero), un tempo erroneamente confuso con il Sangiovese. Dà vini rossi generosi, talvolta un po’ rustici , ma di bello spessore, ed è estremamente vocato (come il pugliese Negroamaro) per i vini rosati, tra i migliori in Italia. Questa volta ci occupiamo  di due bei rossi da uve Montepulciano in purezza di stile diverso. Il primo è un classico, lo Zanna riserva di Dino Illuminati, storica cantina  di Controguerra, in provincia di Teramo,  fondata nel 1890. Lo Zanna, un Colline Teramane Montepulciano 100%,  è il suo vino di punta . Quello della vendemmia 2007 è un rosso dal colore intenso, con un ventaglio olfattivo assai ricco, nel quale si colgono  more, ciliegie scure e note di macchia mediterranea. E’ un vino potente e alcolico, ma equilibrato, raffrescato da una avvertita acidità, dai tannini ben levigati, piacevolmente sapido (91/100).

Molto buono anche il Tonì, Montepulciano d’Abruzzo di Cataldi Madonna. Siamo ad Ofena , storico borgo in provincia dell’Aquila: qui, nella proprietà che fu del nonno, il barone Luigi Cataldi Madonna, Luigi junior propone una bella gamma di vini abruzzesi, tra i quali un eccellente Cerasuolo e un altrettanto valido Pecorino. Il Tonì  è il suo rosso di punta: 100% da uve Montepulciano, il vino del 2009 ha colore rubino molto profondo, naso intenso, con note di marasca, more, rose e viole appassite, piacevolmente balsamico, si dà sul palato molto fresco e morbido, con una trama tannica molto fine (91). Meno potente, ma forse più elegante dello Zanna, due espressioni diverse dello stesso vitigno in due territori differenti dell’Abruzzo.

Rossi dell’Etna.

Si parla invece molto dell’Etna e del Nerello Mascalese, che è diventato un po’ la nuova star dei vitigni a bacca rossa siciliani. Del resto meritatamente, perché questa varietà, tipicamente etnea, specie in altura e nelle vigne più vecchie, che non mancano, dà alcuni dei vini più affascinanti dell’isola e dell’Italia intera. Che quello dell’Etna sia un terroir del tutto particolare, per alcuni versi poco siciliano , è stato detto (vedi anche i miei precedenti servizi dedicati ai vini dell’Etna). Qui si stanno recuperando alla viticultura terreni  che negli anni passati (specie nelle zone a minore altitudine) erano stati abbandonati o riconvertiti ad altre colture più remunerative e meno faticose. Va da sé che è nelle  storiche vigne , più alte e più antiche, che si producono i vini  migliori.

Tra le cantine più importanti di questa zona è quella di Marc De Grazia, grande distributore di vini italiani all’estero, innamoratosi di questo territorio, e da poco più di un decennio alla guida della Tenuta delle Terre Nere. Questa bellissima azienda di Randazzo (Catania), in località Calderara, oggi interamente a conduzione biologica (qui si usano solo solfato di  rame e zolfo e fertilizzanti organici, a base di stallatico), dal 2009 dotata di un proprio impianto fotovoltaico, che la rende quasi interamente indipendente  dal punto di vista energetico, possiede alcune delle più belle vigne della regione. Si trova sulle pendici nord del vulcano, nella fascia collinare tra Solicchiata e Randazzo, 30 ettari di terra, di cui 23 vitati, distribuiti in dieci appezzamenti in quattro diverse contrade, i cui vini sono vinificati separatamente, come magnifici cru, viste anche le loro marcate differenze.Quattro di essi ,che coprono poco più della metà degli ettari vitati, si trovano a Calderara Sottana, tra i 600 e i 700 metri di altitudine. Tra le vigne di questa Contrada è anche quella nota come Vigna di Don Peppino, una vigna antichissima di circa un ettaro, con viti di 130-140 anni di età , sopravvissuta alla fillossera, e quindi ancora a piede franco, che dà origine al vino più famoso e affascinante della Tenuta, il Prephylloxera. Ma anche tutte le altre  vigne, ad eccezione dei sei ettari di nuovo impianto, hanno tra i 50 e i 100 anni di età. Più in alto, tra gli 800 e i 1.000 metri, sono i due appezzamenti di Guardiola, entrambi a fortissima pendenza: qui c’è meno pietra vulcanica e più sabbie vulcaniche miste a pietrisco basaltico e cenere. In Contrada Feudo di Mezzo sono altri due appezzamenti, con vigne ad alberello, molto vecchie, ma meno scoscese di quelle di Guardiola, caratterizzati da terreni sciolti, ricchissimi di ceneri vulcaniche.Gli ultimi due appezzamenti, per circa 10 ettari di estensione, sono infine in Contrada Santo Spirito, adiacente alla Guardiola: qui i terreni sono assai profondi e quasi completamente costituiti da cenere vulcanica finissima.

L’Etna rosso rappresenta il vino  di entrata della gamma dei rossi aziendali, provenienti  dalla selezione delle uve delle differenti contrade.Le uve  di questo vino provengono da tutte le vigne aziendali,  di età varia (tra 5 e 50 anni), site nei comuni di Randazzo e Castiglione di Sicilia, sul versante nord dell’Etna, tra  600 e 900 metri di altitudine, su suoli vari, di natura vulcanica. I metodi di allevamento sono ad alberello (tradizionale, a spalliera o convertito). Il vino è prodotto con uve Nerello Mascalese quasi in purezza (con un saldo del 5% di Nerello Cappuccio), fa un periodo di affinamento in legno grande di circa 10-11 mesi, oltre ad un altro mese in acciaio. L’Etna rosso del 2012, assaggiato in anteprima,  ha colore rubino  luminoso, al naso dà note di frutti rossi maturi, con lievi sentori di spezie, sul palato è fresco ed equilibrato, con tannini setosi (88/100).

L’Etna rosso Santo Spirito proviene dai vigneti dell’omonima contrada. Si trovano ad un’altitudine media di 700-750 metri, sono allevati ad alberello tradizionale, ed hanno un’età compresa tra i 40 e i 100 anni. I suoli sono profondi e poveri di scheletro, quasi interamente costituiti da ceneri vulcaniche. Le uve  da cui è prodotto sono costituite quasi  esclusivamente da Nerello Mascalese, con una piccola petrcentuale ( 2% all’incirca) di Nerello Cappuccio, secondo la tradizione etnea.Il vino  matura in fusti di legno di varie dimensioni ed età (barriques, tonneaux e botti da 10-30 hl.) di rovere francese, per il 20% nuovo, e viene imbottigliato dopo 16-18 mesi di affinamento in legno e un ulteriore mese in acciaio . Il S.Spirito del 2011 (non ancora  in vendita) ha bel colore rubino , naso intenso e complesso, ricco di evocazioni di frutti rossi e  floreali, sul palato è ampio, avvolgente e vellutato, di grande equilibrio e persistenza (92/100).

terrenere-prephylloxera-don-peppino-2010Infine  la selezione più affascinante e pregiata, il Prephylloxera, daun ettaro di vigna  di 130-140 anni, ancora a piede franco, scampata alla fillossera, in contrada Calderara,sul versante nord dell’Etna, a 600 metri sul livello del mare,  allevata ad alberello tradizionale convertito a spalliera. Quello della vendemmia 2011, ancora in affinamento, ha colore rubino intenso, all’olfatto offre note di frutti rossi di bosco (fragole e lamponi) e di viola, , sul palato è morbido ed  elegante, con ritorni di frutti rossi, tocchi di liquirizia, ha  tannini di notevole finezza, di eccezionale  persistenza (96/100)

 

 

Rossi (anche) da pesce?

Comincia a fare caldo e si avvicina il tempo del mare, ma alcuni hanno difficoltà ad abbandonare i vini rossi anche sul pesce. E’ così sbagliato bere un vino rosso sul pesce? Intendiamoci. La scelta di bere rosso è più dettata dall’abitudine e dal gusto personale, che dalla necessità . I piatti di mare estivi “chiamano” vini freschi (anche di temperatura) e  difficilmente un vino rosso, a parte alcuni di essi (ad es. certi Pinot neri, o certe Schiave dell’Alto Adige)si trova a suo agio con  temperature troppo basse: 14 gradi, ma al di sotto di questa soglia,  diventa difficile. I tannini cominciano a mordere ,e, a parte questo, i profumi vanno a farsi benedire. Diciamolo pure: di fronte a quelli che bevono  un Barolo di grande annata o un rosso del Medoc, refrigerati  a 12° , su una spigola al sale sono degli snob di cui non vale la pena di seguire l’esempio. Allora: rossi sul pesce sì o no? Dipende: dal pesce e dal vino. Alcuni pesci (ad es. baccalà, la cernia, il tonno, molti pesci azzurri) ) non disdegnano i vini rossi, talvolta persino sembrano richiederli . Naturalmente non troppo strutturati e tannici. E naturalmente mai gelati.Talvolta vini rossi molto eleganti e delicati (penso a certi Borgogna molto invecchiati ) possono adattarsi  benissimo a preparazioni raffinate di pesce, anche più delicate (ad es. di triglie). Ma non è la regola.

Quindi, posto che alla fine ciascuno fa come meglio gli aggrada: cum juicio.

Ecco allora, per venire incontro agli irriducibili del rosso, due vini adatti ad accompagnare piatti di pesce, va da sé non troppo delicati, preferibilmente azzurri e piuttosto grassi . Uno (vi sorprende?) viene dalla Sardegna e precisamente da Carloforte, patria del miglior tonno del mondo.E’ il Roussou Tabarka della Cantina Tanca Gioia . Tabarka  era una cittadina sulla costa tunisina, dove era una colonia di pescatori genovesi, che, abbandonata l’Africa , alla metà del ‘700, si rifugiarono nell’isoletta di San Pietro, in Sardegna, dove fondarono appunto Carloforte. La cantina è molto giovane, essendo stata fondata soltanto nel 2000,è stata anche la prima sorta sull’isola. Il Roussou 2010 è un Carignano del Sulcis molto ben fatto,  dal bel colore rubino, che si propone  all’olfatto con note intriganti di frutti rossi e macchia mediterranea (mirto, corbezzolo), sul palato è fresco e avvolgente, di grande piacevolezza di beva (87/100).

L’altro rosso  da tentare sul pesce  viene dalla Costa degli Etruschi toscana.

diambra20PER20WEBE’ il Diambra  2010di Michele Satta. La cantina di Satta si trova a Castagneto Carducci. Ovviamente le varietà internazionali, dal Cabernet Sauvignon al Merlot e alla Syrah,  qui non mancano, ma oltre a vari rossi  di stile bordolese, il più importante dei quali è il Castagni (nel cui blend, curiosamente, c’è anche un po’ di Teroldego), c’è anche un bel Sangiovese in purezza, il Cavaliere, il migliore di questa parte della Toscana. Il, Diambra è un compromesso: Sangiovese in prevalenza (70%), con Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah ed altre uve aziendali per il restante 30%. E’ un bel rosso rubino con riflessi indaco, naso piacevolmente fruttato, con note di ciliegie e futti rossi, tannini levigati, fresco e gradevolmente sapido (85/100).

Un po’ di Liguria.

In alternativa , vi propongo due bianchi, ma ben strutturati, adatti a preparazioni anche molto saporite di mare, che vengono dalla costa ligure.Li fa la cantina Bisson, di Chiavari, in provincia di Genova, più nota per il suo singolare spumante metodo classico, dal nome tutt’affatto che casuale, Abissi (resta infatti sui lieviti per ben 18 mesi sotto il mare , a 60 metri di profondità). Qui sono protagoniste le varietà autoctone: oltre al più noto Vermentino, la Bianchetta  e il Cimixxà.Il primo vino, il Portofino Cimixxà L’Antico, è appunto prodotto da questa varietà al 100%.IlCimixxà . o Scimiscià (“cimiciato”, forse per le punteggiature, simili a morsi di cimice, che appaiono sull’acino) è una varietà autoctona della provincia di Genova, che si trova anche nelle Cinqueterre,  col nome non meno originale  di Frate Pelato , e nella vicina Corsica, dove è nota, più semplicemente, come uva Genovese: è un vitigno vigoroso che matura non troppo precocemente  e resistente alle infezioni fungine.Dà vini  secchi, dalle spiccate note erbacee,  di frutta bianca (mele e pere), e dalla spiccata acidità. Color paglierino, il Cimixxà 2011 ha naso agrumato, con sfumature di erbe selvatiche, è fresco e sapido, di buona intensità e piacevole beva (85/100).

cinqueterre bigDa provare anche, dello stesso produttore,  il Marea 2011, un bianco delle Cinqueterre , che risulta da un blend di uve Bosco (60%) , Vermentino e Albarola (il restante 40%) di Volastra e Riomaggiore, da viti a pergola bassa, allevate su  terreni neutri  stratificati argilloso-ghiaiosi, esposti a sud. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati,  ha naso decisamente marino,con evocazioni di ginestra e di erica, sul palato ha nerbo vivo, gusto deciso , quasi salato (85/100).

Rimaniamo in Liguria , ma più giù,verso la Toscana, sui Colli di Luni per assaggiare due bei  bianchi da uve Vermentino dell’azienda Lunae Bosoni, una interessante cantina di Ortonovo (SP),  impegnata nella valorizzazione delle varietà autoctone (Vermentino bianco , Albarola, Vermentino  nero, Massaretta e Pollera nera). Molto interessanti i vini ricavati dalla varietà Vermentino bianco , un’uva diffusa sulla costa Ligure, dove è nota anche con il nome di Pigato, in Piemonte, nel Roero, col nome di Favorita, e naturalmente in Sardegna, nel Gallurese. Oltre al suo vino più importante,  una riserva di Vermentino , molto impegnativa, dal nome molto esplicito , Numero Chiuso, propone altri due vini bianchi, da uve Vermentino bianco in purezza, molto riusciti: il Colli di Luni Vermentino Etichetta nera , che abbiamo assaggiato nella versione della vendemmia 2012,  ed Etichetta grigia, della vendemmia  2011.

cantine-lunae-bosoni01Il primo, da uve Vermentino al 100%, ha bel colore giallo paglierino-dorato, naso intenso, di tipo floreale, con note di pesca gialla e mela golden, sul palato è fresco, piacevolmente morbido molto armonico, con ritorni di frutta matura (86/100) .

L’etichetta grigia è anch’esso Vermentino in purezza, da vigne di 35 anni nei comuni di Castelnuovo e Ortonuovo, a 100-150 metri sul livello del mare, allevati su suoli ciottolosi ricchi di scheletro.Ha colore giallo paglierino con riflessi dorati, all’olfatto  presenta note di fiori e frutti bianchi, sul palato è molto morbido ed elegante, equilibrato, moderatamente sapido (88/100).

Molto piacevole, soprattutto ora che si avvicinano i caldi estivi, il Mea Rosa 2012, un rosé da uve Vermentino nero in purezza. Il Vermentino nero è una varietà, forse una mutazione del più noto Vermentino bianco, simile allo  spagnolo Monastrell, che è stata sul punto di scomparire dopo la seconda guerra mondiale , poi  riscoperta dal Podere Scurtarola di Massa , che per primo ne ha  ricavato un vino monovarietale alla fine degli anni ‘80, e oggi  ripreso per esserne valorizzato da alcuni produttori della zona, come Cima.Questo bel rosé ha colore melograno luminoso, ha naso molto fresco con evocazioni di fragole e ancora melograno, sul palato conferma una piacevole freschezza fruttata, per nulla  banale , lievemente sapido (84/100).

 

Verdicchio spumante,

Ora parliamo del Verdicchio, una varietà che amo molto e sfortunatamente ancora poco presente nelle carte dei vini dei ristoranti al di fuori delle zone di produzione.Ritenuto discendere dall’uva aminea descritta da Columella, si tratta di un vitigno a bacca bianca  diffuso in tutte le Marche, dove fu per la prima volta menzionato nel 1569 dal medico Costanzo Felici , ma molto probabilmente giuntovi dal Veneto nel XV secolo, a seguito dell’immigrazione veneta volta a ripopolare le campagne marchigiane devastate. In effetti il Verdicchio  è risultato identico al DNA con  diverse varietà di Trebbiano venete, come il Trebbiano di Soave e quello di Lugana (ma non quello d’Abruzzo), e, sorprendentemente, all’ uva Peverella, conosciuta come Pfefferer in Trentino-A.A.E’ una varietà  tardiva, vulnerabile alle infezioni fungine della vite, tra cui alla botrytis, e di fatti non mancano alcune belle versioni di Verdicchio dolce.

Oggi siamo a scoprirne le grandi qualità anche nelle versioni spumantizzate. Quello di Cupramontana sembra essere un terroir  particolarmente vocato per questo tipo di vini, almeno a giudicare da quelli prodotti dalla cantina Colonnara , appunto di Cupramontana.Questa,  fondata nel 1959, può oggi contare su 120 ettari di proprietà, ha in gamma un buon Verdicchio dei Castelli di Jesi (il Cuprese, con un ottimo rapporto qualità-prezzo)  e altri vini bianchi e rossi fermi da varietà autoctone, ma soprattutto ottimi spumanti da uve Verdicchio, che provengono dai vigneti più freschi e ventilati di Salerna e San Bartolomeo.

Il migliore di essi è senza alcun dubbio  la riserva Ubaldo Rosi, uno spumante metodo classico di grande personalità. La versione di cui vi parliamo è quella del 2006, e si avvantaggia di un lungo periodo di maturazione sui lieviti (ben 60 mesi). Viene prodotto  con le uve provenienti dalle colline sopra Cupramontana e Apiro, a 500-600 mt. sul livello del mare, su suoli di origine marina,di consistenza media, con punte di argilla e sabbia.

Ha colore dorato brillante, perlage molto  fine e persistente, uno spettro olfattivo di notevole complessità e freschezza; con note di cedro, frutti tropicali, sfumature delicate di miele;sul palato é ampio e autorevole, molto appagante e di lunga persistenza (91/100). Da tentare anche su carni bianche e piatti speziati dal sapore deciso.

Molto convincente anche il brut Luigi Ghisleri,anch’esso uno spumante  metodo classico, ma non millesimato, con un periodo inferiore di affinamento sui lieviti, 24 mesi: meno complesso e più immediato, ha grande piacevolezza: colore paglierino appena dorato, naso molto agrumato, con note di frutta bianca ,  frutta secca e crosta di pane, é assai fresco e sapido al palato (88/100).

Assai meno impegnativo, ma davvero raccomandabile per il suo prezzo, é il terzo spumante, il Cuvée Tradition. Non é uno spumante metodo classico, ma é un metodo Martinotti fermentato in grande vasca. Quello del 2011, anch’esso prodotto con uve Verdicchio in purezza, ha bel colore paglierino, naso delicato, di mela e mandorle, con note di fiori gialli (mimosa e  camomilla), piacevolmente secco (83/100)..

Bianchi d’Abruzzo.

Restiamo sui bianchi e  torniamo a parlare di Abruzzo, una regione dove é ancora possibile trovare ottimi vini a prezzi largamente accessibili.La Valle Reale é una cantina di Popoli, in provincia di Pescara, già famosa per i suoi ottimi vini rossi a base di Montepulciano, come il robusto San Calisto, ma che ha saputo valorizzare adeguatamente anche l’altra varietà classica di questo territorio, il Trebbiano. Molto ben calibrato il Trebbiano base, il Vigne Nuove del 2012, un vino bianco fresco ed equilibrato, che si propone con un naso ricco di note agrumate , di frutta bianca e gialla e floreali; sul palato  é croccante, lievemente acidulo,di piacevolissima beva.E’ prodotto con le uve di un vigneto di 10 ettari impiantato nel 2002, ad un’altitudine di circa 400 metri sul l.m. , esposto a est e caratterizzato da  un terreno di medio impasto ricco di scheletro.

Francia .

Chiudiamo con tre vini bianchi frencesi. Due vengono dalla Loira, nella regione di Saumur. Famoso  per i suoi rossi da Cabernet franc di Saumur-Champigny, il Saumurois dà anche bianchi di grande qualità, da uve chenin blanc. Abbiamo più volte parlato di questo straordinario vitigno, sicuramente originario della Loira (il primo a parlarne usando il nome chenin fu il grande Rabelais, nel 1534, nel suo Gargantua): oggi  gli ettari coltivati in Francia con  questa varietà sono sensibilmente diminuiti rispetto a quarant’anni fa, sicché il Sud Africa ne è diventato il maggior produttore. Il primo Chenin è  la nuova annata (la 2011)  de L’Insolite di Thierry Germain, proprietario carismatico del Domaine des Roches Neuves, famoso per i suoi Saumur-Champigny. Questo Saumur blanc  è prodotto con uve Chenin al100%.Giallo paglierino, il vino  offre un ventaglio olfattivo molto interessante, nel quale, a note di pera  pesca gialla e frutta tropicale,si aggiungono biancospino, acacia , agrumi.  Fresco e minerale, sul palato è appagante, sapido , molto armonico e persistente (90/100)

315452

Il secondo Saumur blanc viene dal Clos de l’Ecotard, un lieu-dit del comune di Courchamps. Lo produce Michel Chevré, che ha fatto parte della  stessa scuderia di Germain, con il quale ha effettuato la riconversione bio del Domaine des Roches Neuves. In proprio dal 2007, ha prodotto questa bella cuvée per la prima volta un paio di anni dopo, da una vecchia vigna  in pieno sud su un suolo argilloso-calcareo. L’uva raccolta a mano viene fatta fermentare a bassa temperatura in fusti da 400  litri e pièces borgognone da 228 litri , poi il vino resta ad affinarsi sulle fecce per un anno. Questo Saumur ha un bel colore giallo paglierino, con riflessi verdolini, ha naso molto fresco ed elegante, di frutta bianca e fiori di acacia, sul palato è pieno e molto equilibrato, con un finale decisamente minerale e di lunga persistenza (91/100).

Ora un vino “sudista”. Viene infatti dal Roussillon, dallo straordinario terroir di Calce.Ho già parlato di una precedente vendemmia di questo bel vino bianco  “catalano”, che prende il nome del Domaine, Matassa . La semplicità dell’appellazione a cui fa riferimento (quella delle Côtes Catalanes) non inganni.

MatassaSi tratta di una signora bottiglia, per il 70% Grenache gris e il restante 30% Macabeu, da vigne molto vecchie , con ceppi di 60-120 anni, a Calce, nel Roussillon. Il suolo è prevalentemente scistoso, in siti  con esposizioni multiple , che risentono sia delle influenze mediterranee che di quelle pirenaiche.Le uve sono coltivate in regime   biodinamico certificato,  pressate con grappoli interi. Le rese sono bassissime (18 hl. per ha). La fermentazione avviene in fusti di legno da 228 e 500 litri, esclusivamente con lieviti indigeni; il vino viene lasciato a maturare per 18 mesi sulle fecce, prima di essere imbottigliato.E’ un grande vin de gastronomie, capace di invecchiare senza problemi per 7-8 anni.Il Matassa 2011 ha colore giallo paglierino, all’olfatto dà agrumi, pesche, frutta tropicale, note di erba, è intenso sul palato, sapido, molto minerale, di grande freschezza. (91/100).Lo produce un singolare vignaiolo neo-zelandese , Tom Lubbe, che, alla fine degli anni ’90, dal Sud Africa, dove lavorava nell’unica cantina  che  impiegava solo lieviti indigeni e adottava basse rese, decise di trascorrere alcuni mesi  a Calce, presso il Domaine Gauby per arricchire le sue conoscenze sulle varietàmediterranee. Si innamorò di questo terroir ( e di una sorella di Gerard Gauby, che poi sposò) e decise di rimanere nel Roussillon, fondando il Domaine Matassa  nel 2003.  L’azienda ha poco meno di 15 ettari di vigne molto vecchie, nelle quali sono coltivate insieme le varietà tradizionali della regione, dal Carignan al Grenache  noir  e gris, al Macabeu, principalmente attorno al villaggio di Calce.Oltre al bianco di cui abbiamo appena parlato, produce anche un Matassa rouge  (Carignan 100%),  e altri vini rossi con uve Carignan e Grenache,principalmente, Mourvèdre e Syrah.Da scoprire.

(Pubblicato il 23.5.2013)

Le valutazioni si riferiscono alla bottiglie degustate e al momento in cui è stata effettuata la degustazione.Non esprimono un valore assoluto, ma relativa alla tipologia del vino considerata. 




 Privacy Policy