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drink different

Chianti classico, Verdicchio, vini del Sud e un pizzico di Francia

GarofoliVini di sei regioni del Centro  e del Sud Italia  in evidenza in questa puntata dei Piccoli (ma come spesso, accade, tutt’altro che piccoli) assaggi: nove Chianti, altrettanti  Verdicchio, e poi Campania, Puglia e un pizzico di Basilicata e  Calabria .Per finire, una puntata all’estero per due vini francesi.Tutti vini di qualità molto buona  (in taluni casi ottima o eccellente) acquistabili a prezzi convenienti: molti a meno di 10 euro e la maggior parte entro i 15.

(Nella foto accanto, il Brut Riserva dell'azienda Garofoli, uno spumante metodo champenois da sole uve Verdicchio affinato 48 mesi sui lieviti. Nelle altre foto, le etichette o le bottiglie dei vini descritti nell'articolo)

Cominciamo con alcuni Chianti classico per tutti i gusti, di tre annate diverse (2009,2010 e 2011).

PrunetoDi fresca e assai piacevole beva il Chianti classico Pruneto 2009,un Chianti di Radda molto tipico e convincente, tra quelli che più mi sono piaciuti di questo magnifico territorio. Con tre  ettari di superficie vitata di proprietà, per una produzione annua che non arriva a 15.000 bottiglie, questa piccola azienda ha poco più di trent’anni. La vigna, con diversi ceppi di 40 anni,sul  caratteristico suolo collinare di Radda, è  piuttosto alta (circa 500 metri) e  circondata da boschi. Si tratta di  un Chianti in grado quindi di comportarsi molto bene nelle annate calde, quale è stata quella del 2009. Quello del Pruneto è un Chianti succoso, dal naso piacevolmente floreale, di bell’impatto sul palato, un vino che invita alla beva, molto adatto per accompagnare i piatti tipici della regione (88).

Continua con ottimi risultati , vendemmia dopo vendemmia, l’attività di un’altra piccola (siamo sui 7 ettari di vigna per meno di 30.000 bottiglie l’anno) azienda, anch’essa  di Radda, già segnalata in passato, la Val delle Corti di Roberto Bianchi.Di questa cantina, che fa coltivazione biologica certificata, sono davvero  eccellenti sia il Chianti base, sia la riserva del 2009, che ho assaggiato per la prima volta all’ultimo Vinitaly: molto armonico e  fine il primo, fresco e versatile compagno per i piatti saporiti della cucina regionale (88),più intenso e strutturato, dal naso molto elegante e di bella profondità sul palato il secondo (91). Entrambi con un rapporto qualità/prezzo interessante .

Sempre a Radda è un’altra azienda molto raccomandabile per i suoi Chianti  di solida e affidabile tradizione, quella di Monteraponi.Dieci gli ettari di proprietà, che assicurano un po’ meno di 50.000 all’anno, per la maggior parte costituite dal Chianti “di base”. Le altre (poche) sono per la magnifica riserva Baron Ugo, e quella de Il Campitello, entrambe ricavate solo da varietà classiche chiantigiane . Ma è il Monteraponi più semplice , il Chianti classico 2011, che segnaliamo questa volta.Per poco meno di 15 euro potrete assicurarvi una bottiglia di sicuro valore e grande tipicità . Al 95% Sangiovese, con un saldo di Colorino, coltivate a 450-570 m. di altitudine , è prodotto in modo tradizionale, senza aggiunta di lieviti nella fermentazione, effettuata in vasche di cemento vetrificate, dove il mosto resta a macerrare 25 giorni sulle bucce, con frequenti rimontaggi e follature. L’affinamento è fatto in grandi botti ovali di rovere francese e di Slavonia, dove  resta per 16 mesi, e , per un ulteriore mese, di nuovo in cemento per un periodo di decantazione naturale prima dell’imbottigliamento. Il vino non è né filtrato né chiarificato. Si tratta quindi di un Chianti classico della migliore tradizione chiantigiana .Colore  rubino leggermente scarico, al naso violette e lamponi, sul palato è fresco e minerale, con note delicatamente speziate, con una trama tannica molto sottile ed elegante (89).

Chi si trovasse a Radda, non dimentichi naturalmente di andare all’azienda Montevertine: i vini dell’annata 2010, il Montevertine e il Pergole Torte dell’annata 2010 sono semplicemente spettacolosi, e anche il piccoletto della famiglia, il Pian del Ciampolo  2011 è un bellissimo bicchiere. Ma dei due fratelli maggiori mi occuperò presto nella sezione Grandi bottiglie.

 A Gaiole si confermano molto validi i Chianti prodotti dalla cantina Badia a Coltibuono, una azienda tra le più classiche dell’intero Chianti, con radici praticamente millenarie , di proprietà della famiglia Stucchi Prinetti, discendenti dei Giuntini che rilevarono nel 1846 queste magnifiche terre , che erano appartenute dal 1050  ai Monaci di Vallombrosa. Qui si tratta di estensioni molto più importanti di vigna (una cinquantina di ettari di proprietà, integrati da altri in affitto, per circa tre quarti di milione di bottiglie prodotte all’anno). La gamma di vini prodotti da Badia a Coltibuono, un’azienda fortemente impegnata nella conservazione e valorizzazione del’ambiente, è centrata sui rossi da varietà chiantigiane coltivate biologicamente .  Di notevole regolarità il suo Chianti classico, a cui da alcuni anni si è affiancato l’eccellente Cultus Boni (nomen omen).

Cultus BoniDel  Cultus Boni 2009 sono state prodotte solo 6500 bottiglie,dalle vigne di Montebello e dell’Argenina, di 10-35 anni di età, con un suolo di medio impasto ricco di scheletro, esposte  a sud sud-ovest, a 260-370 m. di altitudine. Per produrlo sono state impiegate solo  uve autoctone chiantigiane: naturalmente  Sangiovese, con aggiunte di Colorino , Ciliegiolo, Mammolo, Fogliatonda, Malvasia Nera,Sanforte e Pugnitello.Le uve, raccolte a mano, sono fatte fermentare  in modo naturale con lieviti autoctoni,restando a macerare 40 giorni sulle bucce, affinandosi poi in fusti di legno di varie dimensioni ed età, tra cui anche barriques di tipo francese.Di colore rubino molto intenso, al naso è balsamico e floreale, con note di ciliegie sotto spirito, sul palato è molto morbido , di corpo generoso, nel quale si avverte appena una nota di alcol di troppo, conseguenza certo dell’annata molto calda (88).

 Dal territorio più settentrionale di Greve,e precisamente da quello di Lamole,  viene invece un altro Chianti  molto interessante, prodotto dalla azienda  I Fabbri, dall’ etichetta deliziosamente démodé. Il vino del 2011 (un’altra annata piuttosto calda) , ha bel  colore rubino scuro, è molto tipico al naso, intensamente floreale, sul palato è molto fresco, con una vibrante acidità, e una bella struttura tannica. Quella  recuperata da Susanna Grassi una decina di anni fa dopo 30 anni di affitto è una proprietà molto antica , che risale al ‘600.

lamole chianti classicoLe vigne a terrazza si affacciano su Panzano ad un’altitudine di oltre 600 metri.I vini hanno pari fascino e mostrano la presenza di una mano sicura (89) . A trovarlo (purtroppo non è facile fuori zona, ma l’ho trovato all’Enoteca De Pascale, ad Avellino) bisognerebbe farne scorta.

Un ultimo vino chiantigiano, anche se appena fuori dei confini del Chianti classico, è quello dell’azienda Pacina, di Castelnuovo Berardenga:  poco distante da Felsina, una cantina che fa parte dell’aristocrazia di queste terre.Fino a pochi anni fa Pacina imbottigliava  il vino  sotto l’egida del Consorzio del Chianti, come Chianti colli senesi, poi ne è uscito anche per le crescenti difficoltà incontrate con le commissioni di assaggio della DOCG.  Il suo vino-bandiera , il Pacina, oggi è un igt,ma ha una sua riconoscibilità territoriale, anche se l’adozione di un approccio “naturale” e l’eliminazione dei solfiti lo rende diverso da altri della zona. A produrlo, Giovanna Tiezzi , ultima di cinque generazioni di questa piccola azienda, e il marito Stefano Borsa, agronomo ed enologo: 10 gli ettari di proprietà e circa 40.000 bottiglie l’anno di rossi e un sorprendente bianco dolce denominato appunto La Sorpresa. Due i lorovini rossi, entrambi igt, Pacina (di cui è in distribuzione la vendemmia 2009) e il Secondo di Pacina,proveniente dalle vigne di impianto più recente.

Secondo di PacinaPiù facile ed immediato nell’approccio il Secondo 2011,dal naso molto fresco di ciliegie selvatiche, quasi interamente da uve Sangiovese, con un piccolo saldo di Canaiolo e Ciliegiolo, fermentato in vasche di cemento, dove resta a macerare sulle bucce per due settimane, poi in acciaio per la malolattica e di nuovo in cemento, per circa un anno, per l’affinamento (83). Il Pacina 2009 è un vino più caldo e strutturato, un po’ ritroso all’inizio , per diventare poi più convincente, con una bella vena sapida: un vino contadino, un po’ rustico, ma di qualità (85).

Quello dei Castelli di Jesi è certamente il più famoso (ma anche  quello di Matelica è spesso di notevole valore). Le cantine che producono Verdicchio di qualità sono oggi numerose. In questa puntata parliamo di quattro di esse. La più antica di esse, è la Colonnara, di cui abbiamo già parlato per i suoi spumanti. E di fatti la sua Riserva Ubaldo Rosi, che abbiamo riassaggiato nella versione del 2007, è un grande spumante metodo Champenois a base di Verdicchio, che resta ben 60 mesi sui lieviti.Di rado capita di bere spumanti di questa qualità ed eleganza al di fuori delle zone classiche e con uve diverse dal Pinot nero e  dallo Chardonnay (leggi in proposito, più sotto, degli spumanti di D’Araprì, in Puglia), ma il Verdicchio di queste parti sembra molto vocato per la spumantizzazione (91). Questa bella cantina cooperativa , che ha da poco superato il mezzo secolo, produce però anche due ottimi vini fermi con uve Verdicchio, entrambi  della tipologia  classico superiore dei Castelli di Jesi, il Cuprese e il Tufico.Si tratta di due vini molto diversi, che si completano a vicenda. Fresco e di grande bevibilità il primo, classico Verdicchio da tavola, fatto per accompagnare piacevolmente non solo piatti di pesce, ma anche  pasti estivi leggeri.La bevibilità di questo Cuprese 2012 non va assolutamente confusa  con una immediatezza banale: è invece un vino di buona struttura, molto equilibrato, bello nel colore paglierino con leggere sfumature dorate, dal naso floreale, sapido e minerale, con una bella chiusura amarognola (87).

TuficoPiù austero  il Tufico, proveniente da una vendemmia tardiva da vigne un po’ più alte (a 400 m., in contrada San Marco), con un suolo prevalentemente sabbioso, di origine marina, con parti di argilla. Resta  ad affinarsi sette mesi sui propri lieviti e poi per almeno altri sei in bottiglia. E’ un Verdicchio che può essere molto longevo, come ha confermato una bella degustazione di alcuni mesi fa , nella quale ho potuo assaggiare insieme il vino di alcune vendemmie passate, tra cui quella del 1999, la seconda prodotta dall’azienda.  Il Tufico del 2010 ha colore giallo dorato, all’olfatto fiori bianchi e frutta gialla, con note di pesca e , più verdi, di salvia; sul palato è morbido, molto armonico, sapido e minerale (88).

Anche la Garofoli, storica cantina di Castelfidardo,oltre ad alcuni dei migliori e più regolari Verdicchio (dal più semplice efresco Vigna Macrina alla riserva  Forese  e al  Podium, che possono essere meglio apprezzate a qualche anno dalla vendemmia), ha nella sua gamma degli ottimi spumanti. Ci è piaciuto il Brut Riserva , un altro esempio della versatilità di questo vitigno.Si tratta di uno spumante metodo classico prodotto con uve Verdicchio della zona classica che fa anch’esso un periodo piuttosto lungo di permanenza sui lieviti (48 mesi). Ha spuma fine e persistente, quasi cremosa, colore paglierino luminoso, naso intenso, prevalentemente  di fiori gialli, sul palato è piacevolmente secco e molto morbido (87).

 Molto buoni  sono anche i Verdicchio  dell’azienda Santa Barbara di Stefano Antonucci, nota anche per i suoi rossi, l’imponente Pathos (un blend di uve internazionali, Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah, in proporzioni uguali) e un robusto e succoso Rosso Piceno, Montepulciano in purezza, Il Maschio al monte. Ma questa volta parliamo dei Verdicchi. Tra quelli prodotti da Santa Barbara (25 ettari di vigna di proprietà, più una quindicina in affitto, per una produzione  complessiva di quasi 700mila bottiglie) , abbiamo particolarmente apprezzato il Verdicchio classico Le Vaglie  2012 e la Riserva Stefano Antonucci 2011. La cantina Santa Barbara produce anche un Verdicchio classico  vendemmia tardiva, intitolato curiosamente Tardivo ma non tardo, di cui è al momento disponibile l’annata 2010.Il Le Vaglie 2012 è un bel Verdicchio, fresco e agrumato, con eleganti note  speziate, ma di buona struttura, capace di conservarsi e ulteriormente affinarsi per qualche anno (88).

stefaniantonucci bianco etiLa riserva  Stefano Antonucci  è un Verdicchio più ambizioso, che resta ad affinarsi per alcuni mesi in legni piccoli di tipo francese, ma senza eccessi boisé.E’ un vino morbido, molto elegante ad armonico, ma anche di buona accessibilità,  in grado di essere apprezzato su piatti di pesce elaborati e della grande cucina (88).

Decisamente bianchista, invece, l’azienda Sartarelli, a Poggio San Marcello, di cui abbiamo assaggiato , oltre al suo “classico” del 2012, il Balciana 2011. I conduttori di questa bella cantina, fondata quarant’anni fa, con 40 ettari di vigna di proprietà e altri 15 in affitto, da cui ricavano un po’ meno di 300.000 bottiglie l’anno,  sono dei veri specialisti del Verdicchio, prodotto in tutte le sue versioni , dal Verdicchio di annata alle versioni passita e spumante (un altro  gioiello è il Tralivio 2011 ).Il Balciana è il  vino più ambizioso (il suo costo supera i 25 euro), da vendemmia tardiva : complice l’annata calda, quest’anno supera i 15° di alcol. E’  prodotto  con uve selezionate della contrada Balciana, da vigne mantenute a bassa resa: un Verdicchio potente e caldo, di colore giallo dorato, al naso note intense di frutta gialla matura e lievemente di miele,di grande sapidità e persistenza, adatto ad accompagnare anche piatti dai sapori forti (ad es. il baccalà) e i formaggi stagionati (89). Il “Classico” è un ottimo Verdicchio, di minor potenza ed alcolicità, fresco e versatile (potete apprezzarlo  su risotti e piatti di pesce), fresco e morbido al palato, piacevolmente sapido.Lo si può acquistare  a 6-8 euro (87) .

A Cingoli (ma siamo a un tiro di schioppo da Jesi) , in provincia di Macerata, in località Tavignano, dalla fine degli anni ’90,  è l’omonima azienda, la Tenuta di Tavignano, di proprietà di Beatrice Lucangeli e Stefano Aymerich  Laconi (un discendente del famoso inquisitore domenicano, protagonista dei libri di Valerio Evangelisti?). Scherzi a parte , i Verdicchio che vi sono prodotti, e che abbiamo assaggiato, sono davvero molto buoni.Ci è piaciuto in particolare il  Verdicchio classico superiore Misco  2012. Prodotto con uve Verdicchio 100% lievemente surmature, provenienti da una vigna di collina di tre ettari  in leggero pendio, esposta a mezzogiorno, su suolo argilloso-calcareo, nel comune diTavignano, è un vino bianco potente, di tenore alcolico sostenuto (siamo sui 14°), dal colore giallo paglierino piuttosto carico, naso intenso di frutta gialla, fiori e mandorla fresca, di bell’impatto sul palato, elegante e persistente (88).La Tenuta produce all’incirca 100.000 bottiglie l’anno,prevalentemente di Verdicchio (la gamma ne prevede quattro, dal più semplice Vigna Verde alla riserva Misco (attualmente  in distribuzione  quella della vendemmia 2011), una profumata Passerina e due rossi compresi nella DOC Rosso Piceno, tutti di esecuzione più che corretta,

Dalle Marche scendiamo in Campania, nel “mio” Cilento. Ci sono tornato qualche giorno fa ed era praticamente estate, con un magnifico sole “esploso” di colpo dopo una abbondante pioggia notturna. Questa zona sembra aver finalmente imboccato un circolo virtuoso: ogni anno la trovo sempre più attenta ai problemi ambientali e culturali, pur conservando quel tocco di semplicità un po’ naive che fa il fascino di questi luoghi. Chi viene spesso da queste parti avrà sicuramente avuto modo di assaggiare, in uno dei numerosi ristoranti marini, una bottiglia di Selim, lo spumante prodotto già da alcuni anni dalla Viticultori De Conciliis. Questa si sa, non è zona con un a tradizione spumantistica: non è la Franciacorta e neppure Valdobbiadene, ma quello di Bruno De Conciliis,  da me battezzato “spumante corsaro”, sia per la sua vocazione marina, sia per la sua gradevole immediatezza e versatilità, è stato un successo (86). Sulla sua scia , anche altri produttori cilentani hanno  compreso l’utilità di introdurre nella loro gamma, accanto ai loro vini ”fermi” uno spumante, tipologia sempre più apprezzata dai consumatori, specie d’estate.Oggi l’offerta  si è arricchita di due nuovi compagni del Selim, ed è  arrivato anche il primo metodo classico.Uno è quello, piacevolissimo, dell’Azienda Casebianche di Torchiara (come Prignano Cilento uno dei paesini della fascia collinare di   Agropoli). Si chiama La Matta (come il jolly?) ed è prodotto con uve Fiano al 100% fatte fermentare in bottiglia, utilizzando un po’ di mosto come liqueur de tirage, senza lieviti aggiunti, senza solfiti, non charificato né filtrato: secchissimo, fresco e agrumato, quasi citrino e con sbuffi marini, una delizia come aperitivo e sui frutti di mare (87). Bravi i  coniugi Mitrano, Elisabetta e Pasquale, che firmano anche una lodevole gamma di vini di piacevole, ma tutt’altro che banale impronta territoriale, dal Fiano Cumalé, all’aromatico  Paestum bianco Iscadoro, ai due rossi, il più immediato Dellemore e il Cupersito, un Aglianico in purezza, elevato in tonneau, di bella personalità, uno dei migliori rossi cilentani .In attesa dello spumante rosè da uve Aglianico che si dice i Mitrano stiano preparando, assaggiamo invece quello appena lanciato dalla cantina  San Salvatore

E’ alla sua prima  uscita, il Joi della vulcanica azienda San Salvatore, una nuova realtà molto dinamica che in pochi anni, ha immesso sul mercato una gamma di prodotti molto interessanti, le cui punte di diamante sono il Fiano Pian di Stio e il rosso Gillo.Il Joi  proviene da uve Aglianico al 100%  della vendemmia 2010, di una vigna in località Cannito, tra Paestum e Capaccio, a circa 150 m. sul l.m., esposta a sud-sud-ovest, con un suolo ricco di scheletro  di tipo argilloso. Pressatura soffice senza macerazione, fermentazione in serbatoi di acciaio, 24 mesi sui lieviti  e altri tre mesi in vetro dopo  la sboccatura. Il colore è un rosa salmone brillante, con un perlage abbastanza fine, al naso frutti di bosco , fresco ed appagante (85). Una buona prima uscita che sarà apprezzata dai villeggianti.Degli altri vini di San Salvatore ho già detto in altre occasioni: si tratta di una linea di prodotti molto ben confezionati, con il Gillo gemma della collezione, nella bella etichetta disegnata da Gillo Dorfles, ma il vino per me attualmente più interessante è il Pian di Stio, un Fiano biologico, dai profumi davvero intriganti, proposto solo in bottiglia da mezzo litro, ciò che lo  fa percepire (90), ed è un peccato,come un prodotto da ristorazione.

bacioilcielo 00Quanto all’azienda dei De Conciliis, naturalmente, il Selim non è l’unica nota positiva.Oltre agli altri vini più noti della loro ampia gamma, con la gemma del rosso Naima, vanno citati i nuovi Donnaluna (del 2012 il Fiano e dell’anno prima l’Aglianico), ma soprattutto i due vini “di ingresso”, il Bacioilcielo, nelle due versioni bianca e rossa, ora entrambi disponibili nella versione del 2012: Fiano e Malvasia il primo (85), Aglianico, con un terzo di Barbera e un saldo di Primitivo il rosso (85). Due vini freschi sapidi, vinificati esclusivamente in acciaio, con un tocco di piacevole rusticità, ideali per accomapgnare merende sostanziose in campagna (sugli 8 euro entrambi).

Ho sempre troppo poche occasioni per parlare di vini calabresi: la vitivinicultura di questa regione ha fatto passi da gigante, in questi ultimi anni, dopo un periodo piuttosto lungo di letargo, ma manca ancora l’acuto. Segnalo però due buoni vini. Il primo non è una novità: è il Duca di Sanfelice 2009 di Librandi, una delle realtà maggiori di questa parte d’Italia.La Librandi, con i suoi 232 ettari di proprietà e gli  oltre due milioni di bottiglie prodotte , non è proprio uno scricciolo, ma tutta la sua gamma è di ineccepibile qualità, ed un riferimento obbligato per la produzione vinicola calabrese. Questa azienda, dopo aver  tentato con ottimi risultati la carta del ‘supercalabrian’ , il Gravello, blend di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, ha avviato un processo di valorizzazione del magliocco, con il suo Magno Megonio, che sta dando ottimi risultati. Il Duca di Sanfelice, Cirò classico superiore riserva è la continuità con la storia vinicola di Calabria. Il vino del 2009 (è intanto in commercio la 2011), è un ottimo Cirò che ha trovato nel tempo il suo pieno equilibrio.Meno di 10 euro la bottiglia per un vino molto gastronomico, di colore rubino,dal naso floreale  con sentori di macchia mediterranea,ancora fresco ed appagante sul palato (87).Librandi non produce solo vini rossi, ma anche alcuni interessanti bianchi da uve locali, come l’Efeso, dalla varietà Mantonico 100%, e internazionali, come il Critone , dove  allo Chardonnay é aggiunta appena una spruzzata di Sauvignon blanc.

L’altro vino calabrese viene invece da una azienda molto più piccola, dall’invitante nome L’Acino di San Marco Argentano, in provincia di Cosenza.Gli ettari sono solo otto o poco più e le bottiglie prodotte non arrivano a 20.000 l’anno. Ha meno di dieci anni, questa cantina, fondata nel 2006 da Antonello Canonico, Emilio Di Cianni e Dino Briglio, che si propne di puntare decisamente sulle varietà autoctone: il magliocco , da cui ricava il Toccomagliocco  (il nome deriva dalla località nella quale si trova la vigna, Tocco), il vinodi punta dell’azienda, il mantonico  bianco e quello detto pinto,il greco nero e la guarnaccia nera. Magliocco e guarnaccia sono gli ingredienti del Chora rosso, di cui intendo parlarvi, il mantonico bianco , con altre varietà locali, come la guarnaccia bianca e l’uva pecorello, quelli del Chora bianco. Bella riuscita quella del Chora rosso, un vino non appariscente, dal colore tenue, di grande bevibilità,fresco e  fruttato, con un eccellente rapporto qualità/prezzo (85).

Si trova a Rionero del Vulture, una delle zone più vocate per la coltivazione dell’Aglianico, l’azienda Armando Martino. Nata negli anni della guerra, nel 1942, questa cantina ha naturalmente nell’Aglianico il suo punto di forza. Oltre al più semplice Carolin, un Aglianico igt, da bere fresco di cantina su primi piatti saporiti e sulla cucina locale,ha il suo vino più rappresentativo nell’Aglianico doc (oggi è in distribuzione l’annata 2010), un Vulture molto tipico, dal bel colore rubino con riflessi granata, naso fruttato con note di fragole e marasche,caldo e vellutato, appena un po’ rustico: un vino comunque molto affidabile, con un buon rapporto qualità/prezzo (non supera infatti i dieci euro), che si esalta sui piatti di carne della cucina locale, ma di buona versatilità (86). Segnaliamo anche le sue selezioni, il Pretoriano, oggi disponibile nella versione del 2008,  e il suo vino più ambizioso,  l’Oraziano (Venosa, la patria di Orazio non è lontana), entrambi Aglianico del Vulture. Più fresco e immediato il Pretoriano, vinificato interamente in acciaio, per quasi due anni, prima di una ulteriore permanenza in bottiglia, più austero l’Oraziano 2008, che resta lungamente a macerare  sulle bucce e si affina per 12-15 mesi in piccoli fusti di legno. Di colore rubino profondo, propone frutti scuri e sentori speziati al naso, sul palato è caldo e armonico, con note di liquirizia e tabacco (86). Il catalogo della Martino è piuttosto ampio, includendo, oltre ai vini descritti,un rosato, il Donna Lidia,due bianchi a base di uva greco, e uno a base di chardonnay, un moscato dolce e persino spumanti, corretti, ma di minore interesse.

In questo blog non ho parlato spesso di Negroamaro,con il Primitivo, la varietà più famosa e più amata di Puglia.Rimedio alla lacuna parlando di due vini provenienti da questo vitigno di stile molto diverso. Il primo è il vecchio, affidabile Cappello di Prete dell’azienda Candido, una delle più antiche del Salento, che, da molti anni in carta, non delude mai coloro che lo apprezzano.

cappello-di-preteLa cantina Candido è a San Donaci, in provincia di Brindisi, in pieno Salento, ed é tra quelle storiche di Puglia, potendo vantare origini che risalgono alla fine degli anni ’20. Essa può sfruttare oltre 140 ettari di vigne di proprietà (mica bruscolini) e quindi permettersi volumi abbastanza importanti (oltre un milione e mezzo di bottiglie). I suoi vini più importanti sono il Duca di Aragona, Negroamaro all’80% e il  resto di Montepulciano, e il Cassio Dione, blend paritario di Primitivo e Negroamaro: entrambi vini potenti, ricchi di alcool, ma di buona fattura. Tuttavia , nonostante le sue 300.000 bottiglie possano far temere un prodotto eccessivamente standardizzato, abbiamo apprezzato molto appunto il Cappello di prete, un vino di grandissima regolarità, vendemmia dopo vendemmia. Costa poco più di nove  euro la bottiglia, è prodotto esclusivamente con uve della varietà Negroamaro, con una lunga macerazione sulle bucce in serbatoi di acciaio e affinamento in piccoli fusti di legno. E’ un Negroamaro molto tipico, dal naso intenso, con note di ciliegia sotto spirito, molto speziato, sul palato è caldo e vellutato, adatto ad essere abbinato a carni molto saporite, come l’agnello al forno  e a formaggi a pasta dura (86).Dell’amplissima gamma di vini del catalogo Candido , tutti molto corretti, segnalo il piacevole rosé Le Pozzelle, un Salice Salentino a base di Negroamaro e Malvasia Nera , fruttato e versatile, che si apprezza specialmente quando le temperature esterne cominciano a salire.

MaimeUn Negroamaro di stile moderno che mi è piaciuto molto è il Masseria Maime della Tormaresca, proveniente dall’omonima masseria di San Pietro Vernotico, il braccio salentino dell’azienda di proprietà Antinori. Anche qui non si parla di piccoli volumi (almeno per la regione): tra le due tenute, di Minervino Murge e San Pietro Vernotico, con  380 ettari complessivi di proprietà, si toccano quasi i 3 milioni di bottiglie l’anno, comunque di ineccepibile qualità. Ho recentemente assaggiato, con  le ultime due vendemmie di Masseria Maime, 2010 , già in vendita e 2011 di prossima distribuzione, un magnifico 2006 in magnum, che merita attenzione.Un Negroamaro haute couture, il 2006 mi ha davvero colpito: forse non così omogeneo alla tradizione locale , ma sicuramente un ottimo vino, in splendida forma, come non mi sarei aspettato a otto anni dalla vendemmia (92).Molto buono il Masseria Maime 2010, cui ha indubbiamente giovato la permanenza in bottiglia. Ciliegia scura, spezie dolci, tabacco e chiodo di garofano al naso, potente , con una avvertita spina acida che gli conferisce una notevole freschezza sul palato; tannini equilibrati e per nulla mordenti (90). Un bel Negroamaro di un’annata per metà fresca , fino a luglio, poi decisamente calda; nonostante lo sviluppo più tardivo di altri anni, si è quindi comunque raggiunta una maturazione fenolica ottimale. Il Masseria Maime è vinificato in serbatoi di acciaio inox , dove macera sulle bucce, con frequenti rimontaggi e délestages, affina poi in piccoli fusti di rovere per un anno prima dell’imbottigliamento, dove resta ancora alcuni mesi prima di essere distribuito per la commercializzazione.Nella sua tenuta di Minervino , Tormaresca produce  due dei suoi gioielli più belli: l’Aglianico Boccadilupo, che, con il progressivo raggiungimento della maturità delle vigne, sembra aver imboccato la strada giusta (molto buono il  2008 e promette altrettanto il 2009) e il Moscato di Trani Kaloro, che finalmente ridà vita ad una denominazione  che negli ultimi decenni si era smarrita.

Chi segue questo blog ricorderà che abbiamo già avuto occasione di parlare dei sorprendenti spumanti dell’azienda D’Araprì, una dinamica cantina di san Severo di Puglia, che ha la particolarità di essere l’unica nella regione a produrre esclusivamente vini spumanti con il metodo champenois. E che spumanti: in assaggi ciechi sono in grado di sorprendere chiunque. E si resta ancora più sorpresi scoprendo che in essi non c’è una goccia di chardonnay, ma provengono tutti da uve locali: bombino bianco e /o montepulciano, talvolta con aggiunte di pinot noir. Ai vini di D’Araprì ho dedicato un articolo in due puntate sul Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno. Nell’articolo si parla dei suoi due spumanti che ritengo maggiormente emblematici, la Riserva Nobile (100% Bombino bianco) e la Dama forestiera, elegante blend di Montepulciano e Pinot nero. Qui  voglio segnalare altri due spumanti . di ottima qualità e prezzo interessante, il Pas dosè e il Rosè. Entrambi non millesimati, costano in enoteca tra i 12 e i 15 euro. Il primo,da uve Bombino bianco e Pinot nero resta almeno due anni sui lieviti:  ha bel colore paglierino carico, perlage molto fine,al naso agrumi, crosta di pane e pasticceria, frutta gialla matura, suol palato è fresco e deciso, con una fine cremosità (88). Molto adatto per antipasti e piatti di pesce. Il secondo  proviene solo da uve a bacca rossa, Montepulciano e Pinot nero. Ha bel colore salmone , con sfumature lievemente dorate, naso intenso sui norte floreali  (rosa e magnolia), piccoli frutti rossi , macchia mediterranea ed agrumi: fresco e cremoso , ha grande armonia: magnifico come aperitivo e su piatti estivi, da tentare su delle carni di pollame nobile (89).

In chiusura , due “estranei”, ossia vini di altri territori, entrambi provenienti dalla Francia. Il primo viene dalla Borgogna, e precisamente da quella parte della Côte de Beaune che è immediatamente a nord di Beaune, praticamente in continuità con la Côte de Nuits. Si tratta infatti di un Chorey-lès-Beaune, del Domaine Tollot-Beaut.

Quella di Chorey-lès-Beaune, lo abbiamo detto, è una piccola appellation comunale , in bianco e soprattutto in rosso, nelle vicinanze di Aloxe-Corton e Savigny-lès Beaune. Qui non ci sono premier cru, ma soltanto dei semplici, ma spesso piacevoli village, i migliori dei quali sono quelli provenienti dai climat più vicini ad Aloxe e Savigny. Mi è piaciuto quello del Domaine Tollot-Beaut et fils. Oggi sono i cugini Nathalie, Jean-Paul e Olivier, discendenti del fondatore del domaine, François Tollot, a occuparsi  rispettivamente della vendita, amministrazione, vinificazione e vigneti.Questo Domaine , che possiede alcune vigne molto vecchie,  del 1928,  può proporre una gamma abbastanza estesa di appellations, soprattutto della parte settentrionale del territorio  di Beaune: Aloxe-Corton (molto buoni i premier cru Les Vercots e Les Fournières), Pernand –Vergelesses, Savigny-lès Beaune e Corton grand cru (Bressandes e Clos du Roy rossi  e Corton-Charlemagne bianco) . Il pregio di questi vini può essere in parte attribuito al fatto che in essi vi è una percentuale elevata di Pinot fin, un antico clone di Pinot noir, considerato tra i più pregiati.  Il Chorey-lès-Beaune rosso 2010 ha naso accattivante di frutti rossi e neri (mora), e un bel frutto, morbido e vellutato sul palato, anche se appare  appena un po’ ancora velato dal legno ( nel quale resta 16-18 mesi, di cui il 20% nuovo)(88).

Il secondo vino viene dall’Alsazia, e in particolare dal Basso Reno (cioè la parte settentrionale dell’Alsazia), da Mittelbergheim, un piccolo comune, di meno di 700 abitanti, della zona di Barr: membro dell’associazione Les plus beaux villages de France, e sede di un importante cru, quello di Zotzenberg,famoso per il suo Sylvaner.Qui il Domaine Rietsch, una piccola azienda familiare di 12 ettari, di cui quasi dieci in bianco, fondata negli anni ’70 da Pierre e Doris Rietsch, da qualche anno convertito all’agricoltura biologica, produce una bella gamma di vini  senza zolfo.

ENTRE-CHIEN-ET-LOUP-2012-NATURE1-172x172Tra cui questo Entre  chien et loup 2011, cjhe mi ha fatto recentemente conoscere Giovanni Bietti, buon conoscitore dei vini bio, a cui ha dedicato un libro  di cui consiglio la lettura.Si tratta di un autentico vin de soif, di piacevolissima beva, nella quale fa la parte del leone l’auxerrois, un’uva che in Alsazia viene sovente mescolata  al Pinot blanc, fino a sostituirlo del tutto, senza che venga menzionato in etichetta, sicché è perfettamente possibile che un Alsace Pinot blanc sia costituito al 100% da uve Auxerrois. L’Auxerrois è  una varietà diffusa in Alsazia, nella Mosella francese e nel Lussemburgo, dove viene apprezzata per la sua bassa acidità, che, limitando le rese, dà  vini bianchi interessanti, che ricordano vagamente lo Chablis per i suoi toni mielati. Entre chien et loup è un vino bianco, fresco e di facile beva, dal naso delicato di frutta gialla e vegetali, di abbinamento versatile, da gustare senza troppe complicazioni (86).Da una vigna con un suolo argilloso-calcareo, sui costoni bassi di Miettelbergheim, il vino si affina dieci mesi in fusti sui lieviti e non ha solfiti aggiunti, ma solo quelli naturalmente prodotti.

Il Chorey-lès-Beaune di Tollot-Beaut è importato in Italia da Sarzi-Amadé (via Oxilia, 27 , Milano. Informazioni: www.sarziamade.it) . L’Entre chien et loup del Domaine Rietsch è importato invece dallo Jardin du vin.Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I punteggi numerici, in centesimi, assegnati ai diversi vini, vanno considerati con le precauzioni necessarie, non essendo possibile  rappresentare il valore di vini molto diversi tra loro attraverso una scala unidimensionale. Essi hanno perciò un valore indicativo,esprimendo l’opinione  di chi scrive ,e si riferiscono inoltre sempre alla tipologia di vino considerata e alle bottiglie assaggiate.

(Pubblicato il 21.2.2014)




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