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drink different

Un po' di belle bottiglie di tutta Italia (e qualche francese)

Con un mesetto e mezzo di ritardo, dovuto al restyling di Worldwineweb, ecco i Piccoli assaggi di queste ultime settimane. Sono tanti,provenienti da un po’ tutte le regioni d’Italia , testimoniando i grandi progressi qualitativi della nostra produzione vitivinicola, in verità un po’ umiliati dal drastico calo dei consumi interni.

Chiuderemo con quattro vini francesi, tre bei rosé provenzali e uno splendido village di Gevrey-Chambertin.

Cominciamo, com’è d’obbligo, con gli spumanti. Due di essi vengono dalla Franciacorta, un territorio che ormai, anche quantitativamente , per numerosità di aziende e di volumi prodotti, è la più grande realtà produttiva delle bollicine italiane. Ma le nuove, più grandi dimensioni, non sembrano nuocere alla qualità delle etichette.

 

QuinqueLa prima è una nuova proposta di Uberti, il Quinque. La famiglia Uberti coltiva la vite  a Erbusco dal 1793. Dopo la rivoluzione della Franciacorta, a partire dagli anni ’80,l’azienda si è completamente rinnovata. Dai suoi circa 25 ettari, di cui 13 di proprietà, ricava circa 180.000 bottiglie di pregiati spumanti e di vini fermi con il marchio Curtefranca. Questa nuova Cuvée , al suo primo anno, prende il nome Quinque (Cinque in latino) dal fatto di provenire da un blend di cinque diverse vendemmie (dal 2002 al 2006), di caratteristiche molto diverse. E’ un blanc de blancs, al 100% Chardonnay. I vini delle diverse vendemmie, dopo la fermentazione in tini di rovere da 32 hl. , vengono lasciati sulle sue fecce nobili per sei mesi, e quindi travasati in un altro tino, nel quale avviene l’assemblaggio.Il vno viene imbottigliato in primavera (solo in magnum) e lasciato a contatto dei propri lieviti per 60-72 mesi. Ha color giallo carico, con lievi riflessi verdognoli, perlage fine e persistente, all’olfatto è intenso , con note di frutta secca e fiori bianchi e lievi di tostatura. Al palato si propone con una bella struttura , ricchezza aromatica, sapido (Uberti, via E. Fermi, loc. Salem, 25030 Erbusco, BS, www.ubertivini.it).

 

Molto Interessante l’Animante , il secondo spumante di questa puntata. A Provaglio d’Iseo, la Barone Pizzini, un’azienda con antiche radici , che risalgono al 1870, e una cinquantina di ettari di vigna, di cui più della metà di proprietà , produce, con metodi biologici, una serie esemplare di spumanti . L’ultimo nato è questo Animante, da un blend di Chardonnay in larga prevalenza (78%) e Pinot nero (18%), con un saldo di Pinot bianco. Le uve, provenienti da 25 vigne differenti distribuite tra i comuni di Provaglio d’Iseo, Passirano, Corte Franca e Adro, sono fatte fermentare in vasche di acciaio inox, dove il vino resta a maturare altri sei mesi prima dell’imbottigliamento. L’affinamento sui lieviti varia da 18 a 30 mesi,con otto sboccature nel corso dell’anno (dopo l’affinamento minimo). E’ un ottimo spumante completo, fresco , dal naso intrigante di agrumi, albicocca e frutta secca, molto piacevole ed equilibrato sul palato, con note decisamente saline (Barone Pizzini,Via San Carlo 14, 25050 Provaglio d’Iseo, BS, www.baronepizzini.it).

 

Completiamo i suggerimenti riguardanti le bollicine con tre spumanti più semplici, ma di grande pulizia e piacevolezza.

 

Il Falestar, prodotto dalla cantina di Maria Bortolotti a Zola Predosa, a pochi chilometri da Bologna, è un Pignoletto dei Colli Bolognesi, terroir del quale questa varietà è probabilmente originaria.Il Pignoletto è stato spesso confuso con il Pinot bianco e con il Riesling italico, con i quali non ha invece nulla in comune, e non ha alcuna parentela, nonostante la somiglianza dei nomi, neppure con la Pignola nera, diffusa in varie parti della Lombardia e del Piemonte, e con il Pignolo friulano, originario delle colline di Rosazzo. Il suo DNA è invece lo stesso del Grechetto di Todi. Esso deve probabilmente il suo nome alla forma degli acini, simile a quella di una pigna: la buccia, ricoperta di pruina, è di colore giallo-verdognolo . E’ un vitigno vigoroso, ma non eccessivamente produttivo, matura abbastanza tardivamente (tra fine settembre e le prime due settimane di ottobre) e può essere vinificato sia fermo, sia più spesso, nella versione frizzante o spumante. Il Pignoletto è un vino fresco, senza grandi pretese, ma non banale: ha naso caratteristico di fiori bianchi e una gradevole fragranza sul palato.Quello che vi proponiamo è prodotto della Cantina Bortolotti, una piccola azienda nata nel 1987, in biologico dal 1992, la cui gamma comprende alcuni vini bianchi e un passito da questa varietà, e da uve Sauvignon, e rossi da uve barbera. Si tratta della versione frizzante, rifermentata in bottiglia, con i lieviti ancora presenti : è fresco e sapido, con una bella innervatura acida, che lo rende molto indicato come aperitivo e adatto ad accompagnare i salumi come la mortadella (Cantine Umberto Bortolotti S.r.l.,Via Ruio d'Arcane, 6
31049 Valdobbiadene , TV,
www.bortolotti.com).

 

Otreval 2Molto piacevole il Prosecco Otreval della cantina La Tordera (il nome proviene da un podere storico situato sulla collina di Cartizze, dove i tordi amavano beccare i chicchi maturi di Glera sulle viti). Ne è proprietaria la famiglia Vettoretti, che ha nella propria gamma ovviamente Prosecco di Valdobbiadene di vari tipi . Tra questi ci è piaciuto soprattutto l’ Otreval brut. E’ un Prosecco superiore “Zero zuccheri”, ossia con un residuo zuccherino pari a zero, ricavato dal vigneto Rive di Guia, in località Otreval , a Guia, dalle uve di vecchie viti di Glera e Verdiso messe a dimora cinquant’anni fa. Questo piacevolissimo spumante (ottimo da aperitivo , sugli antipasti e minestre leggere) è ottenuto mediante una lenta maturazione sui lieviti e una spumantizzazione lunga. All’esame visivo mostra un bel colore paglierino e un perlage di buona consistenza, al naso fiori e frutta bianca (mela e pera), sul palato ha consistenza , è fresco e finemente minerale (una decina di euro la bottiglia in enoteca) (Azienda agricola La Tordera Valdobbiadene,Via Alnè Bosco 23, 31020 Vidor , TV, www.latordera.it).

 

LamattaUn vero Pet nat cilentano, il La Matta 2013 di Casebianche , una bella e giovane cantina di Torchiara, che abbiamo già incontrato in altre occasioni. I coniugi Mitrano , architetti, si sono convertiti vignaioli per coltivare le vigne di famiglia nella campagna di questo bel paesino del Cilento interno (ma il mare è a un tiro di schioppo). Molto entusiasmo, voglia di sperimentare, il piacere di bere una buona bottiglia insieme: è raro trovare vignaioli altrettanto appassionati quanto ospitali nei confronti degli amatori. Interessante e in crescita l’offerta di vini di questa cantina: due bianchi (un Fiano cilentano, igt Paestum, il Cumalé, un bianco aromatico da uvaggio di Fiano, Trebbiano e Malvasia, l'Iscadoro) e due rossi (fresco e beverino il Dellemore, uvaggio di Aglianico, Piedirosso e Barbera, e il più strutturato Cupersito, che si conferma anno dopo anno come uno dei migliori Aglianico cilentani), e poi i due spumanti: il La Matta, di cui abbiamo già parlato in altri servizi, e il rosso Fric (attenzione: la “c” finale è dolce, come Cilento), al suo primo anno. Da seguire il Fric, uno spumante rosé da uve Aglianico , ma il nostro preferito è il La Matta, un Fiano rifermentato in bottiglia con una piccola aggiunta di mosto utilizzato come liqueur de tirage. Quest’anno il tappo a corona ha dovuto essere sostituito dal classico tappo a fungo di sughero, ma il vino é sempre lui: si tratta di uno spumante non degorgiato, ancora sui lieviti, come i Prosecchi “col fondo”. Secchissimo,fresco e nervoso, ideale come aperitivo, su dei frutti di mare o come vino “da pomeriggio”. Pasquale Mitrano, che è di origine casertana, farebbe carte false pur di avere una vecchia vigna a parete di Asprinio , vino che evidentemente è rimasto nelle sue corde. Ovviamente il Fiano non è l’Asprinio, non ha il suo timbro acidulato, ma La Matta risponde a una filosofia molto simile. Da seguire l’evoluzione del Cumalé, nel quale, oltre alle uve della vecchia vigna Grande, del 1998, cominciano a confluire quelle della vigna Biancanuova,impiantata nel 2006 (Casebianche, via Case Bianche, 84076 Torchiara, SA, www.casebianche.eu).

 

E’ il momento dei bianchi. Siamo all’inizio dell’estate e nel prossimo servizio avranno assai più spazio, come è giusto. Tra i vini bianchi fermi che ci sono piaciuti, c’è la bella conferma dell’Herzu, il Riesling langhigiano di Ettore Germano.La Ettore Germano, una bella cantina di Serralunga d’Alba apprezzata per i suoi Barolo (Prapò, Cerretta, Lazzarito), una quindicina di ettari vitati di proprietà e una produzione annua che non raggiunge le 100.000 bottiglie, ha nella sua gamma da alcuni anni anche un eccellente Riesling, una varietà certamente non originaria delle Langhe,ma che qui sembra aver attecchito davvero molto bene. E di fatti lo Herzù è ormai uno dei migliori Riesling prodotti in Italia, Un bianco elegante, dalla tagliente acidità, sapido e quasi marino, al naso e in bocca frutta gialla e bianca (pere e albicocche), minerale ed elegantissimo. Molto riusciti anche il BInel, da un insolito uvaggio di Chardonnay (60%) e Riesling renano e la Nascetta, da una meno conosciuta varietà locale (Ettore Germano,Loc. Carretta 1, 12050 Serralunga d’Alba, CN, www.germanoettore.com).

 

img-st-pauls-passion-2011-weissb-riserva-240-500Una bella espressione, della varietà e del suo territorio, quella del Pinot bianco riserva Passion 2010 della Cantina Produttori San Paolo, a S. Paolo Appiano (bella a e affidabile gamma di bianchi da varietà classiche dell’Alto Adige , spumanti e buoni rossi da uve Lagrein e Pinot nero). Per circa 18 mesi, viene imbottigliato in circa 20.000 esemplari ogni anno in ottobre. una vigna con ceppi a guyot e pergola di 40 anni, sita nel comune di Appiano Monte, a 600 mt. di altitudine, con esposizione sud est, su un suolo calcareo, molto ciottoloso derivante dalle deieizioni del gruppo montuoso della Mendola,Il vino fermenta in grandi botti di rovere da 55 hl., dove matura per 18 mesi, prima dell’imbottigliamento , effettuato in ottobre due anni dopo quello della vendemmia. E’ un bianco elegante e di bella struttura, naso agrumato dai sentori molto fini di frutta bianca (pesca e mela limoncella) , molto sapido. Eccellente su piatti anche elaborati di pesce (13-15 euro la bottiglia) (St. Pauls, via Castel Guardia 21, 39050 San Paolo, BZ, www.cantinasanpaolo.com).

 

foradori 1abLa cantina Foradori di Mezzolombardo, in provincia di Trento (di Elisabetta Foradori, 12 ettari di proprietà più altrettanti in affitto), è nota già da diversi anni soprattutto per i suoi rossi da uve Teroldego, tra cui il suo gioiello, il Granato. Nella tenuta d Fontanasanta, sulla collina a est di Trento, nella quale ha preso in fitto alcuni terreni agricoli, produce degli interessanti vini bianchi, come una pregiata Nosiola e un Incrocio Manzoni bianco (Riesling x Pinot bianco) di bella intensità. Si tratta di diverse parcelle per complessivi 3 ettari dal suolo argilloso-calcareo , 6.000 ceppi per ettaro a guyot per circa 20.000 bottiglie l’anno. Il vino fermenta e viene fatto macerare in vasche di cemento per una settimana, quindi fatto affinare in botti di acacia per 12 mesi. Quello del 2012 é un bianco minerale, con eleganti note floreali , di bella finezza, che si esprimerà al meglio in un paio di anni (Foradori, via Damiano Chiesa 1, 38017 Mezzolombardo, TN, www.elisabettaforadori.com).

 

In Liguria, ci è piaciuto il Poggi Alti Vermentino 2012 di Santa Caterina .Non ci capita spesso di segnalare dei vini liguri e ce ne spiace, perché il potenziale di queste terre non è affatto trascurabile, Rimediamo oggi con unbel Vermentino della cantina Santa Caterina, di Andrea Kihlgren. Appena sette ettari e mezzo vitati e una produzione annua poco più che amatoriale (25.000 bottiglie) derivanti dalle terre della famiglia della madre, i Picedi Benettini. Qui i vini bianchi sono a base di Vermentino e Albarola, ma in queste terre non manca il Sangiovese, spesso associato ad altri vitigni toscani, come il Ciliegiolo, o importati, come il Merlot. Davvero un bel bianco il Poggi Alti 2012, della DOC Colli di Luni, Vermentino al 100%, vinificato in acciaio e rimasto sui lieviti per nove mesi: Fresco e fruttato (soprattutto frutta gialla), con note intriganti di macchia mediterranea, di bella sapidità, quasi marina, è un vino di buona personalità adatto ad accompagnare piatti della cucina di mare (Santa Caterina,via Santa Caterina 6,19038 Sarzana,SP, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

Quella di Santa Barbara,in provincia di Ancona, è une delle più belle realtà delle Marche, una regione i cui ottimi vini sono ancora relativamente poco conosciuti per la loro qualità al di fuori della regione. Qui, Stefano Antonucci produce ogni anno una gamma di vini bianchi e rossi di indubbio spessore, a partire da varietà autoctone, come il Verdicchio , il Montepulciano (molto buono il Maschio al Monte, da Montepulciano in purezza) e il Sangiovese, e internazionali, come il Pathos, un rosso intenso e concentrato da uve Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah in parità. Ma in questa stagione sono i suoi Verdicchi ad essere preferiti, tra i quali spicca la riserva Stefano Antonucci, un Castelli di Jesi classico , che affina lungamente (un anno) in barriques. La versione del 2011 è ancora una volta tra i migliori Verdicchio della zona, agrumi, frutta tropicale e pietra focaia al naso, ricco e minerale al palato (intorno ai 15 euro) (Santa Barbara, Borgo Mazzini 35, 60010 Barbara, AN, www.vinisantabarbara.it).

 

Feudi di San Gregorio non ha certo bisogno di lunghe presentazioni, dal momento che, con la cantina Mastroberardino, quella di Sorbo Serpico è uno dei colossi dell’enologia irpina, e non solo: aspettiamo di vedere i risultati che otterrà nei prossimi anni nella tenuta Cefalicchio di Canosa, nuova azienda pugliese appena acquisita, che si aggiunge alle altre tenute e ai possedimenti del Vulture. Tre milioni e mezzo di bottiglie l’anno, mica spiccioli, ma la qualità non ne ha risentito. Quasi 200 gli ettari di proprietà, più almeno altri 60 in affitto, un bel ristorante (il Marennà) nella cantina di Sorbo Serpico. Feudi produceva già un ottimo Fiano, conosciuto da tutti gli intenditori, il Pietracalda, che, con il Greco di Tufo Cutizzi, rappresenta un punto di confronto importante per i bianchi di questa zona. Ora però ha deciso di raddoppiare ed ecco due nuovi Fiano , facenti parte di una collezione di prestigio che verrà commercializzata al di fuori dei canali commerciali tradizionali, denominata ambiziosamente “Feudi Studi”. Abbiamo provato il Cerza grossa e il Contrada Arianiello , entrambi della vendemmia 2012, appena 2.000 bottiglie , più altre seicento da conservare in vantina per i confronti tra le diverse annate. Ad esse seguiranno un Taurasi ,oggi in affinamento, e un Greco di Tufo (dalla vendemmia del 2013).Arianiello viene da una delle zone più vocate per il Fiano di Avellino, Lapio, da una vigna impiantata nel 1999: mezzo ettaro di terreno franco argilloso a 500 metri di altitudine, esposta a sud. Questo vino è interamente vinificato e affinato in acciaio. Inizialmente ritroso all’olfazione, si allarga splendidamente sul palato, con ritorni di frutta bianca e un tocco di fieno. Un soffio sotto il Cerza grossa, dalla vigna più giovane, accanto alla cantina aziendale, esposta a ovest. Un bel Fiano ricco, da vendemmia tardiva (le uve sono state raccolte il 12 dicembre), concentrato e complesso, molto seduttivo al naso e con una bella tensione sul palato. Due “esperimenti” ben riusciti: un solo neo, il prezzo (superiore ai 20 euro) non proprio friendly (Feudi di San Gregorio, Loc. Cerza grossa 83050 Sorbo Serpico, AV,www.feudi.it).

 

Ora andiamo in Sicilia,per assaggiare un eccellente bianco dell’Etna, da uve Carricante in purezza, prodotto dalla Tenuta di Fessina, una cantina fondata appena nel 2007 da Silvia Maestrelli e il marito, già proprietari di Villa Petriolo a Cerreto Guidi (Fi) nel Chianti, e da Federico Curtaz, già agronomo-enologo di Angelo Gaja. La proprietà consiste in un vecchio palmento settecentesco, con una vigna di Nerello Mascalese , con ceppi di 50-90 anni di età, nei pressi di Rovittello, nel comune di Castiglione di Sicilia (CT). Le vigne della tenuta -circa 7 ettari-si trovano a circa 670 mt. di altitudine, tra due antiche sciare semicircolari, che le isolano come i muretti dei clos borgognoni. Quelle più vecchie sono ancora ad alberello, con un’alta densità di ceppi per ettaro . Il suolo è poco profondo, di colore nero, composto da abbondante sabbia, pomici e argille fini.                         A’ Puddara deve il suo nome al fatto di essere dedicato alle stelle delle Pleiade, in Sicilia denominate la chioccia (a’puddara). E’ prodotto a Santa Maria di Licodia, sul versante sud dell’Etna a 900 metri di altezza. E’ uno splendido Carricante di altura, di grande purezza minerale: dal colore giallo pallido, al naso si avvertono piacevoli note fumé , molto elegante, di grande persistenza . In attesa di poter assaggiare il Musmeci (dal nome assegnato alla vigna in onore del vecchio proprietario che l’ha preservata con grande cura per moltissimi anni), il cru più importante della gamma dei rossi di questa bella cantina, si fanno apprezzare il più semplice Laeneo, un Sicilia DOC costituito al 100% da Nerello Cappuccio, il tradizionale complemento del Nerello mescalese nei rossi dell’Etna: fresco ed immediato , quello del 2012, è un vino di grandissima piacevolezza (immaginatelo fresco di cantina su delle saporite sarde arrostite) e l’Erse 2012, Etna rosso costituito dal tradizionale blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio: bellissimo il frutto , fresco e appagante sul palato, dalla trama tannica molto fine, quasi setoso. Costa 13-15 euro la bottiglia in enoteca (10 o poco meno il Laeneo, 22-25 il bianco A’ Puddara) (Tenuta di Fessina, Via Nazionale SS 120, 22, 95012 Castiglione di Sicilia (CT), www.tenutadifessina.com).

 

Arriva l’estate e torna quindi la voglia di vini rosati. Guardati ancora con diffidenza, talvolta bollati come vini né carne né pesce, ma con l’arrivo del caldo i tabù cadono presto e si torna a bere rosa.La Puglia è da sempre nota per i suoi rosati: dal classico Five Roses della Leone de Castris, di cui esiste ormai una versione Anniversario per celebrare la data del primo imbottigliamento,ormai, sono numerosi i produttori che producono ottimi rosé , da uve Negroamaro (una varietà molto vocata per questo tipo di prodotti), spesso integrata da una quota di Malvasia nera. Alcuni di essi sono molto buoni, e , su questo blog ne abbiamo parlato spesso. Vi è poi la nuova realtà dei rosati da uve Bombino nero della nuova DOCG Casteldelmonte Bombino nero, dei quali parleremo però in un’altra occasione. Questa volta infatti vogliamo presentarvii quattro rosé innovativi, elaborati a partire da varietà che tradizionalmente non vengono vinificate in bianco, il Primitivo e il Susumaniello.

 

estrosaTra i primi è l’EstRosa (è rosa/estrosa) 2013 della cantina Pietraventosa, di Marianna Annio, a Gioia del Colle: da uve Primitivo in purezza, allevate in una vigna a cordone speronato , e rese limitate, questo “estroso” rosé è vinificato e affinato solo in acciaio inox. Ha bel colore cerasuolo, profumi molto freschi , con note di ciliegia e frutti rossi, conserva una bella consistenza sul palato, che gli consente di accompagnare piatti saporiti (circa dieci euro la bottiglia).Pietraventosa è una piccola realtà dell’enologia della Murgia,non ha ancora dieci anni di vita, essendo stata fondata nel 2005, solo 5 ettari e mezzo le vigne di proprietà, per diecimila bottiglie . Eppure si è già distinta per qualità e innovatività: la sua riserva di Primitivo di Gioia del Colle 2010, da una vigna più vecchia, di 30 anni, è tra i migliori della zona (Pietraventosa, contrada Parco Largo, 70023 Gioia del Colle, BA, www.pietraventosa.it).

 

Il Rosato di Polvanera (sempre a Gioia del Colle), della stessa vendemmia, è invece un blend di Primitivo, Aglianico ( 40% ciascuno, ridotti al 30% nel vino della vendemmia 2013) e , per il resto, Aleatico, una varietà che la cantina ha inteso riportare in valore (anche con un vino in purezza). E’ un rosé molto piacevole agli occhi e al naso, note di frutti rossi (ciliegia) e di bosco (ribes, fragoline): ha polpa e frutto, molto armonico e adatto ad accompagnare ricche merende di campagna (10-12 euro la bottiglia). Anno dopo anno la Cantina Polvanera (anch’essa una realtà recente, essendo stata fondata nel 2003), di proprietà del dinamico Filippo Cassano, anche se con solide radici contadine, va consolidando la sua posizione tra le aziende guida della denominazione Gioia del Colle. Il suo 17 , che vorremmo chiamato con il cru da cui proviene, Montevella, e il suo 16 sono da diversi anni tra i migliori Primitivo di Gioia del Colle in assoluto, distinguendosi non solo per l’alto tenore di alcol, ma per purezza, precisione ed eleganza: vini davvero da conoscere, anche se da bere con molta parsimonia. In gamma, oltre ai vini già citati, un Primitivo dolce, un igt a base di Primitivo, un rosso da Aglianico, una varietà che sta crescendo in Puglia, due bianchi, da Falanghina (anche senza solfiti) e Minutolo . La cantina è scavata a otto metri di profondità nella roccia carsica accanto ai vigneti nuovi e merita una visita (Cantine Polvanera, strada vicinale Lamie Marchesana 601, 70023 Gioia del Colle, BA, www.cantinepolvanera.it).

 

Un rosé molto diverso, ma di notevole interesse, è il Violet, ricavato da soli racemi di Primitivo, di un’altra cantina di Gioia del Colle, quella di Cristiano Guttarolo, proposto ambiziosamente nella versione del 2005. Colore tenue, rosa antico, naso spiazzante , più floreale (di fiori appassiti) che fruttato, quasi di talco, con note iodate, sul palato è sapido, intenso, con una bella persistenza. Un rosé insolito, da approfondire, che sembra smentire la convinzione secondo la quale i rosé non possono invecchiare.I vini di Cristiano Guttarolo sono vini sperimentali, in progress, ma mai banali: sei ettari di vigna, con le viti più vecchie di 30 anni, ad alberello, e gli impianti più recenti a spalliera. Il Primitivo vi è naturalmente protagonista, con altri due vini: il Lamie delle Vigne 2009, affinato in acciaio, e l’Amphora 2012, vinificato in anfore di terracotta per sei mesi e poi affinato in acciaio. Due vini insoliti, da scoprire (Guttarolo, via Lamie di Fatalone Km.2,385; 70023 Gioia del Colle, BA,www.cantineguttarolo.it)

 

L’ultimo rosé è un Susumaniello in purezza davvero nuovo, in questa versione, il Tre tomoli della neonata Vigna Flora di Flora Saponari, sommelière appassionata, che, colpita da un vino di un contadino vicino che aveva casualmente assaggiato, ha voluto tentare questo esperimento: perfettamente riuscito al primo tentativo, visto che il vino ha subito impressionato al Vinitaly e si è aggiudicato il 1° premio al concorso nazionale dei vini rosati. Da una vigna impiantata appena nel 2011 a Noci, in provincia di Bari, in località Barsento, a 430 m. sul livello del mare, su suolo limoso argilloso, tendenzialmente subacido: ad alberello su spalliera bassa, 4.500 piante per ettaro, a coltivazione biologica. Le uve (racemi di Susumaniello), diraspate, sono sottoposte a pressatura soffice, con una macerazione di 6 ore sulle bucce; la fermentazione alcolica avviene a temperatura controllata per 15 giorni; non viene svolta invece la fermentazione malolattica. L’affinamento è effettuato interamente in accaio, e poco più di un mese (40 giorni) in bottiglia. Il vino è davvero sorprendente come primo tentativo, effettuato con una vigna di impianto così recente. Bellissimo il colore, un cerasuolo con riflessi purpurei, al naso ciliegia e piccoli frutti rossi, sul palato ha nerbo vivo e notevole freschezza . Bravo! (Vignaflora, 70013 Castellana Grotte, BA. A Bari all’Enoteca Cucumazzo))

 

Ora qualche rosso . Torniamo a parlare del Pinot nero Mazzon Gottardi, di cui è in enoteca la versione del 2011. Senza raggiungere i vertici dei grand cru borgognoni, i Pinot nero dell’Alto Adige, hanno tuttavia non di rado ottimo spessore. Tra i migliori sono quelli di Mazzon, vero e proprio cru, vicino Egna. Qui, da oltre un decennio, produce ottimi Pinot nero la famiglia Gottardi, una lunga esperienza nel commercio del vino a Innsbruck in Austria. Acquistati 6 ettari e mezzo nel 1986, Alexander Gottardi prosegue sulla strada tracciata dal padre Bruno, purtroppo scomparso, regalandoci un Pinot nero di stile francese, di grande finezza. Anche questo 2011 è una eccellente espressione di questo vitigno, di bella struttura e inconfondibile eleganza. Non è a buon mercato (difficilmente lo troverete in enoteca a meno di 25 euro), ma li vale. Oggi gli ettari, completamente reimpiantati, dedicati esclusivamente al Pinot nero, su un suolo morenico, sono nove, di cui 8.5 per il Pinot nero e mezzo ettaro per la riserva (Gottardi,loc. Mazzon, via degli Alpini 17, 39044 Egna/Neumarkt, www.gottardi-mazzon.com).

 

Più semplice, ma molto gradevole e assai meno costoso (siamo sui 10 euro) il Pinot nero di Francesco Quacquarini, in un terroir molto diverso, quello dell^Oltrepò: qui il Pinot nero è usato soprattutto per la spumantizzazione, ma non mancano alcune versioni ferme ben riuscite, come lo è questa. L’azienda Quacquarini ha sede a Canneto Pavese , in provincia di Pavia, una sessantina di ettari di vigne,a conduzione biologica certificata, in maggioranza di classici dell’Oltrepò: Buttafuoco, Sangue di Giuda, Barbera e Bonarda, molto affidabili. Un bel Pinot nero , piacevolmente varietale, fragrante e molto equilibrato (Francesco Quacquarini, fraz. Monteveneroso,via Casa Zanbianchi 74, 27044 Canneto Pavese, PV, www.quacquarinifrancesco.it).

 

chianti-rufinaMeno noti di quelli della zona classica, i Chianti di Rufina (si producono , oltre che, naturalmente a Rufina, in altri quattro comuni a nord-est di Firenze: Dicomano, Londa, Pelago e Pontassieve) hanno spesso ottima personalità. E’ questo il caso di quelli della fattoria di Selvapiana, nel comune di Rufina.Acquistata nel 1827 da Michele Giuntini, dopo essere appartenuta ad alcune rfamiglie di ricchi mercanti fiorentini. Oggi, dopo cinque generazioni, l’azienda è di proprietà di Francesco Giuntini Antinori ed è condotta da Silvia e Federico Giuntini Masseti. Le vigne di competenza sono 45 ettari, a cui si sommano altri 31 di uliveto , per circa 240 ettari complessivi di proprietà. Il vino di punta è la riserva Bucerchiale, un Chianti che, nella annate migliori, sa davvero farsi rispettare. Il terroir di Rufina è molto diverso da quello della zona classica del Chianti, maggiormente influenzato dalle correnti fresche appenniniche, con forti escursioni termiche, che in estate possono toccare i 20 gradi. Buono anche il Rufina “base”, ma la riserva è davvero un’altra cosa. Proviene da una vigna di 12 ettari esposta a sud-sudovest , interamente a sangiovese, con viti a cordone speronato di età tra i 18 e i 45 anni. Prodotta solo nelle migliori annate in quantità variabili tra le 15.000 e le 30.000 bottiglie, è vinificata in recipienti di acciaio inox termoregolate: dopo la fermentazione alcolica a temperatura di 30° , con regolari rimontaggi e una macerazione di 20-25 giorni, e la fermentazione malolattica , affina 15 mesi in barriques e fusti di rovere di media capacità . Questo 2010 è un vino potente e asutero di colore rubino: naso floreale con note di frutti scuri , sottobosco , tabacco e alloro. Sul palato è intenso, con una struttura tannica robusta ma non rustica. Un vino capace di durare a lungo (intorno ai 20-22 euro)(Fattoria Selvapiana, loc. Selvapiana 43, 50068 Rufina, FI, www.selvapiana.it).

 

A Loreto Aprutino, in Abruzzo, Torre dei Beati, una giovane azienda che ha oggi 15 anni di vita, produce una gamma molto affidabile di vini classici abruzzesi, a partire dall’esuberante Mazzamurello, un Montepulciano d’Abruzzo, che è il vino bandiera della cantina: in carta anche un ottimo Montepulciano base, un Cerasuolo, Trebbiano e un gradevole Pecorino. Una bella bottiglia anche il Cocciapazza, che dopo l’ottima prova del 2008, si è confermato anche nella versione del 2009: un rosso caldo e strutturato, amarene in confettura, rabarbaro e spezie al naso ; sul palato è vigoroso, con note di cacao e ginepro. Un ottimo vino , adatto ad accompagnare piatti anche elaborati di carni bianche rosse. Torre dei Beati conta 21 ettari di proprietà, le vigne sono a 250-300 metri di altitudine, a circa 25 Km. dal mare, con suoli calcareo-argillosi . Gli impianti più vecchi sono ancora caratterizzati dalla classica pergola abruzzese, i più recenti sono a spalliera ad alta densità. Il Cocciapazza è al 100% Montepulciano e proviene da una vigna di 2 ettari a pergola abruzzese, impiantata più di 40 anni fa, esposta a SE. Vinificato in acciaio inox, affina poi circa 20 mesi in barriques nuove al 70%. E’ un rosso potente, dal colore impenetrabile , generoso di alcool e di frutto. Al naso amarena, anche in confettura, e sottobosco, è ricco e concentrato: sul palato spezie e note di cacao e chiodi di garofano. Sui 17-19 Euro in enoteca (Torre dei Beati, c.da Poggiomarino 56, 65014 Loreto Aprutino, PE, www.torredeibeati.it).

 

C’è (e non capita spesso) anche la Calabria, in questa rassegna, con il Cirò riserva 2008 di A’ Vita, la cantina fondata alcuni anni fa da Francesco De Franco. Il Cirò è un vino che ha avuto notevole fama nell’antichità, poi decaduta , seguendo il destino di altri vini famosi , come il Falerno, il Frascati, l’Est Est Est. Da uve Gaglioppo in purezza, il Cirò di De Franco , che abbiamo riassaggiato da una magnum, ci ha molto piacevolmente impressionato, come già il suo Cirò “di base”, un ottimo prodotto da pochi euro (meno di 10 euro, se lo trovate, in enoteca): un bel vino che rispecchia l’entusiasmo e il grandissimo lavoro svolto da De Franco. Francesco , un altro architetto (poi diplomatosi in enologia) stregato dalla vitivinicoltura, coltiva otto ettari di vigneto senza far ricorso ad alcun prodotto di sintesi né concimazioni. I soli trattamenti effettuati in vigna sono solo sovesci e ridotte lavorazioni per preservare la fertilità del suolo e conservarne la biodiversità. I suoi vini si distinguono per la loro schiettezza ed autenticità. La sua riserva viene dalle uve di due delle quattro vigne da lui coltivate,Sant’Anastasia e Muzzunetto, quella con gli impianti più vecchi, che risalgono al 1967, in parte ancora ad alberello; tutte le altre sono di impianto assai più recente (2003).Il vino ora è più maturo di quando lo abbiamo assaggiato per la prima volta,di grande integrità, naso appena un po’ più evoluto, con note di frutti scuri, caffè tostato e macchia mediterranea. L’annata in distribuzione del Cirò “di base” (un classico superiore) è la 2010. De Franco produce inoltre un Cirò classico, che prende il nome dalla parcella da cui è prodotto, l’F 36 p 27 della vendemmia 2009della vendemmia 2009, e un rosato da Gaglioppo in purezza (A’Vita, S.S. 106, Km. 279,800, Cirò marina, KR, www.avitavini.it).

 

le-casematte-faro-quattroenne-563427 pDavvero una bella sorpresa i vini che vi proponiamo dell’giovanissima azienda Le Casematte di Gianfranco Sabbatino, in località Faro, a poca distanza da Messina. Il nome deriva dalla presenza di due casematte risalenti alla seconda guerra mondiale, rifugio delle sentinelle poste al controllo del territorio. La terra di cui dispone sono quattro ettari di Nerello mascalese , Nerello Cappuccio, Nocera e Nero d’Avola, che permettono di rispettare le percentuali del disciplinare del Faro. Più semplice , ma piacevolissimo (immaginatelo un po’ fresco di cantina su salumi locali o anche una zuppa di oesce sostanziosa), il Figlio di enne enne , nome scherzoso per indicare i due vitigni concorrenti, il Nerello mascalese (70%) e l’uva Nocera. Prodotto per la prima volta nel 2009 (quello da noi assaggiato è del 2011), da un vigneto di una decina di anni di età, con un suolo prevalentemente calcareo, è vinificato in serbatoi di acciaio inox alla temperatura costante di 22°, per venire poi affinato in botti di rovere francese di primo e secondo passaggio della capacità di 225, 500 e 1.000 litri. Bel naso fruttato, nel quale è ben riconoscibile la marca delle uve impiegate, fresco ed equilibrato, é morbido e di piacevole beva. Vale ampiamente i suoi circa 10 euro la bottiglia. Più complesso il Quattro enne (con le quattro varietà coltivate, che cominciano tutte con la lettera enne) del 2012, un Faro doc che sa già farsi rispettare confrontato con quell di altri produttori già attivi in precedenza. Colore granato profondo e impenetrabile, all’olfatto dà amarene mature, anche in confettura, con note lievemente chinate e marine, sul palato è setoso, molto sapido, di buona finezza e persistenza. Un vino da riprovare nelle vendemmie future, ma già adesso degno di essere apprezzato (Le Casematte, loc. Faro Superiore, c.da Corso, 98163 Messina, www.lecasematte.it).

 

Concludiamo la segnalazione dei vini italiani, come in un pranzo ideale, con un ottimo vino da dessert, il Pourriture Noble di Decugnano dei Barbi 2010. Quella di Decugnano dei Barbi è una delle cantine più interessanti della zona di Orvieto. Circa 30 gli ettari vitati posseduti, in una zona molto vocata, a 320 metri di altitudine a Fossatelle di Corbara. Qui l’azienda, su suoli sabbioso-argillosi ricchi di fossili produce , oltre ad alcuni interessanti vini bianchi e rossi da vitigni locali, a partire dall’ottimo Orvieto classico, anche integrati da varietà internazionali, e a un gradevole spumante brut a base di Chardonnay , il suo vino di punta, il Pourriture Noble, nato una trentina di anni fa, allorquando si pensò di sfruttare il fatto che la vicinanza delle acque del Lago Corbara favoriva la formazione della cosiddetta muffa nobile. L’orvietano è una regione nella quale questa tipologia di vini è presente con alcuni prodotti di alta qualità (si pensi al Muffato della Sala prodotto dal Castello della Sala nella vicina Fculle): questo Pourriture Noble, di cui abbiamo assaggiato la versione del 2010 (i vini delle vendemmie 2011 e 2012 non sono stati prodotti per le condizioni climatiche non favorevoli) è un ottimo vino botritizzato, pienamente dolce ma non stucchevole (68 g. /l. di zucchero residuo), dal bouquet complesso con note di frutta tropicale (ananas ), albicocche, anche in confettura, fiori bianchi, mandorla fresca e lievemente mielate; sul palato è avvolgente, intenso e con una lunga chiusura. Oggi è probabilmente al meglio, anche se ovviamente ha resistenza. Proviene da uve Grechetto (60%) e Sauvignon per la restante parte, da vigne con impianti a cordone speronato di circa 40 anni i ceppi più vecchi e poco meno di 20 quelli più recenti. Bevetelo fresco, ma non troppo freddo (non meno di 10-11°), oltre che sui cibi tradizionalmente abbinati ai moelleux (formaggi e foie gras), su pasticceria secca, a base di pasta di mandorle, o con creme leggere e non troppo marcate dal liquore, o semplicemente da meditazione (Decugnano dei Barbi,loc. Fossatello 50, 05019 Orvieto, TR, www.decugnano.it).

 

I vini esteri di questa puntata sono tutti francesi. WhisperingCominciamo con tre classici rosé della Provenza, che ci sono particolarmente piaciuti. Il primo è il Whispering Angel 2013, prodotto da un’azienda di La Motte, all’interno dell’AOC Côtes de Provence, sul versante orientale del terroir detto dell’Haut Pays, confinante con la AOC Côtes de Provence-Fréjus. Lo produce una cantina da cui provengono alcuni dei vini rosati più famosi del mondo, lo Château d’Esclans , dal 2006 di di Sacha Lichine,già proprietario dello Château Prieuré-Lichine, nel terroir di Margaux. Château d’Esclans è una vasta proprietà di 267 ettari, di cui 44 vitati, appena 15 miglia a nord di Sant-Tropez:la sua cantina è la più antica della Provenza, essendo stata fatta costruire da Gérard de Villeneuve nel 1201. Qui si producono, oltre al Whispering Angel,altri tre rosati, tra i quali il famoso Garrus, il rosé più costoso del mondo (oltre 90 euro la bottiglia in Francia), proveniente da un blend di uve Grenache di un’antica vigna di 80 anni e di Rolle . Altri rosé non meno famosi sono il Les Clans e lo Château d’Esclans. Ma a noi è soprattutto piaciuto questo Whispering Angel, l’angelo che sussurra (prende il nome da una bella cappella degli inizi del secolo scorso), in una versione, quella del 2013, davvero molto riuscita. Colore rosa tenue, secondo la tradizione provenzale, è fresco e succoso, al naso ciliegia e lampone, con evocazioni floreali (gelsomino) ed erba fresca, molto equilibrato, lungo e persistente (Château d’Esclans, 4005 route de Callas, 83920 La Motte, Provence, France, www.cavesdesclans.com).

 

MiravalOra un altro Côtes de Provence rosé, non meno famoso di quelli di Château d’Esclans: è il Pink Floyd prodotto da Marc Perrin (un nome nel Rodano, essendo la sua famiglia proprietaria di Château Beaucastel: con Château Rayas, al vertice degli Châteauneuf-du-Pape) per Brad Pitt e Angelina Jolie, che, innamoratisi della proprietà da cui proviene, lo Château Miraval, l’hanno dapprima presa in affitto lo scorso anno e quindi acquistata. Miraval è sul versante opposto a quello in cui si trova lo Château d’Esclans,ai confini con l’AOC Coteaux Varois : gli altri vini prodotti dall’azienda fanno appunto riferimento a questa diversa appellazione. Il nome , insolito, di questo vino nasce dal fatto che uno dei precedenti proprietari della tenuta, il pianista jazz Jacques Loussier, aveva installato uno studio di registrazione nel castello: qui Sting registrò il suo The Cranberries e i Pink Floyd prepararono il loro album The wall nel 1979. Proclamato da Wine Spectator miglior rosé del mondo,unico vino rosé incluso nella lista dei migliori 100 vini, il Pink Floyd 2013 non è un semplice colpo di marketing, ma è davvero un rosato di notevole livello, elaborato con uve delle migliori parcelle di vigne da sempre organic, certificate a coltura biologica, di Cinsault, Grenache , Syrah e Rolle. Magnifico il colore,al naso frutta bianca (pesca) ed esotica, sul palato è fragrante, con tocchi minerali, un vino elegante e persistente. Bellissima chiusura.Provatelo su una paella oppure su piatti della cucina provenzale Château de Miraval, Correns, 83143 Le Val, Provence, France, www.miraval.com).

 

chateau-de-pibarnon-rose-12-bouteilleInfine un classico rosé di Château Pibarnon, proveniente dal territorio di Bandol, proprio accanto a Toulon. Si tratta di un’appellation molto più ristretta di quella delle Côtes de Provence, per quanto più grande di quelle della vicina Cassis (nell’area di Marsiglia), di Palette (nei tre comuni di Aix-en-Provence , Meyreul e Tholonet) e Bellet (praticamente sopra Nizza).Lo Château Pibarnon si trova a La Cadière d’Azur: fu acquistato nel 1975 da Catherine e Henri de Saint Victor, arrivati a Bandol con la segreta speranza di acquistare una tenuta vinicola in Provenza, restando folgorati da una bottiglia di Chateau Pibarnon rosso del 1975. Allora Pibarnon consisteva di circa 16 ettari, di cui solo 3,5 vitati. I due coniugi si gettarono a capofitto nell’avventura. Fu lo stesso Henri (purtroppo deceduto lo scorso anno) a occuparsi delle vigne , improvvisandosi persino trattorista. I risultati arrivarono subito: nel 1992 la tenuta si allargò con altri 20 ettari, di cui 12 da impiantare a vigna: uno straordinario anfiteatro dal suolo ricco delle famose marne blu del Santoniano, le stesse di Pétrus e di Yquem. Qui si produce un grande rosso, ma anche il bianco e soprattutto il rosé sono di grande livello. Accanto al Cinsaut, ad essere protagonista è lo straordinario Mourvèdre, che, in questa zona, dove il calore del sole è temperato dalle brezze marine provenienti dal vicino Mediterraneo, ha trovato un terroir d’eccezione. In questo rosé il Cinsaut è vinificato per pressurage, mentre il Mourvèdre proviene da una saignée (salasso) , il cosiddetto jus de goutte e da una pressatura soffice.E’ quest’ultimo che dà a struttura di questo vino, mentre il cinsaut apporta il frutto e l’aromaticità a un rosé “da gastronomia”, capace di mantenersi bene, migliorando, per un paio di anni dalla vendemmia.Al naso note agrumate, di frutti di bosco (cassis, lampone e fragoline), è un vino carnoso, ha polpa. Provatelo su una salade niçoise (Château de Pibarnon, 410 chemin de la Croix-des-Signaux, 83740 La Cadière-d’Azur, Provence, France, www.pibarnon.fr).

 

TrapetJean-Louis Trapet ci ha abituati a vini davvero straordinari. I suoi Chambertin biodinamici sono ormai, nella zona, tra quelli di riferimento, per rigore, purezza, eleganza, ma anche i suoi premier cru e i suoi vini più semplici, i villages, sono di grandissima qualità e spessore. Come questo Ostrea 2009, un Gevrey-Chambertin village davvero speciale, prodotto con le uve di una vigna (tra Brochon e Gevrey) , con molti ceppi di circa 90 anni. Quella del 2009, iniziata nell’ultima settimana di settembre, è stata davvero una bella vendemmia: frutto impeccabile, buone acidità, molto charme, grande equilibrio. L’Ostrea 2009 è un village di ottima materia ed ottima fattura, naso molto Pinot, di viole e piccoli frutti rossi, con note piacevolmente terrose e selvatiche: sul palato è ricco, molto rotondo ed equilibrato, complesso., con una lunga chiusura. Eccellenti anche i villages del 2010 e del 2011, che raggiungeranno il loro meglio in un paio di anni. Trapet, che possiede anche possedimenti in Alsazia (la moglie, pure lei vignaiola, è alsaziana), ha vigne in tre grand cru di Gevrey: Chambertin, Latricières e Chapelle. Grandissimo il primo, sempre tra quelli di vertice, di grande spessore gli altri due (Domaine Jean Trapet Père et fils, 53 route de Beaune, 21220 Gevrey-Chambertin, Bourgogne, France, www.domaine-trapet.com).

 

Pubblicato il 4.7.2014

 




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