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Quattro uomini in un furgone e un astemio. Viaggio nella Champagne

Intendiamoci: le grandi maison dello Champagne non si esauriscono in quelle bottiglie, sempre uguali , e di qualità non sempre superiore ( e spesso inferiore) a quella dei nostri spumanti di qualità, che troviamo anche nei supermercati, talvolta a prezzi di svendita. Si tratta di centinaia di ettari di proprietà (senza aggiungere i quantitativi massicci di uve acquistate ogni anno da una miriade indefinita di piccoli récoltants), milioni di bottiglie, certo, ma anche preziose riserve che conservano intatto il loro prestigio secolare : che dire ad esempio de La Grande Année millesimata di Bollinger (120 ettari e più, di proprietà, più le uve acquistate altrove)?

E della collezione Oenothèque di Dom Perignon , il cui volume di produzione resta sconosciuto, ma viene stimato in alcuni milioni di bottiglie ogni anno? Oppure ancora della Grande Dame di Veuve Clicquot Ponsardin (quasi 400 ettari di proprietà)? Di più, il fascino delle antiche cantine di Reims ed Epernay, ricavate da cave di gesso millenarie, di epoca gallo-romana, che si inabissano   talvolta fino a 30 metri e più, come nelle Caves Ruinart, non è certo paragonabile a quello delle piccole cantine in cemento , costruite negli anni ‘70 , disseminate tra le vigne della Côte des Blancs .

 

Tuttavia la Champagne oggi è molto più delle grandi Maison : una miriade di récoltants-manipulants, con volumi di produzione spesso insignificanti,ma non di rado capaci di elaborare bottiglie straordinarie, per personalità, eleganza, complessità. E’ questo che abbiamo cercato nel nostro viaggio di fine aprile nella Champagne: più una spedizione militare, vista la ristrettezza dei tempi (solo tre giorni), che un viaggio di puro piacere, ma ne è valsa la pena. Qui alcuni appunti del nostro viaggio .

Prendo a prestito il titolo di un noto libro di J.K.Jerome, scrittore inglese, amato dalla generazione che ci ha preceduto , Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog), senza alcuna allusione malevola verso il nostro quinto compagno, che stoicamente non ha assaggiato neppure un goccio di Champagne, pur accompagnandoci docile come il cane di Jerome nelle nostre visite e degustazioni in cantina.

Partenza da Padova, luogo concordato per l’incontro, con un furgoncino FIAT nove posti, dotato di un ampio vano per bagagli (e bottiglie), che al ritorno basterà a stento, alle otto del mattino: praticamente all’alba, per i miei assai più giovani compagni di viaggio, meno abituati a svegliarsi presto. Ogni contatto era stato scrupolosamente preparato dal sottoscritto, sicché, dopo una sosta mangereccia in Valle d’Aosta, sulla strada per il Monte Bianco, in un ristorante (ci credete?) sardo, abbiamo potuto viaggiare tranquilli fino alla nostra prima sosta, a Beaune, in Borgogna. Una cena sostanziosa nelle cantine plurisecolari del ristorante Le Conty di Laurent Parra, innaffiata dal Nuits di Méo Camuzet, poi a letto.

 

Nuits_meoIl vino della serata: un Nuits-Saint-Georges villages, Bas de Combe, annata 2009, di Méo-Camuzet: un buon Nuits, dal colore rosso rubino brillante, dal naso intenso di frutti di bosco e prugna, polputo e molto morbido sul palato, incredibilmente immediato per un Nuits, pur potendo ancora evolvere positivamente per alcuni anni (89/100).

 

Al mattino visita (d’obbligo per i nostri amici che non l’avevano visto) all’Hotel-Dieu, piccola sosta in un’enoteca del Centro per un ricordino, e poi via verso la Champagne, passando per la Yonne, una successione di stradine di campagna e di minuscoli paesini in pietra. Prima sosta a Avize, uno dei 17 grand cru della Champagne, una delle capitali della Côte des Blancs, con Oger, Le Mesnil –sur- Oger, Cramant, dove, ad aspettarci è una sorridente Agnès Corbon, un (breve) passato da ingegnere, con diploma conseguito in Inghilterra, poi tornata nella Champagne e convertita all’enologia . Nella piccola costruzione, circondata dai vigneti, in una confortevole saletta , con belle vetrine nelle quali ammiriamo alcuni eleganti secchielli da ghiaccio per lo Champagne, facciamo le presentazioni, prima di scendere nella cantina, costruita negli anni ’70 da Claude Corbon, padre di Agnès, ora in pensione, ma sempre presente in vigna e in cantina.

Azienda familiare nel senso letterale del termine, la Corbon fu fondata alla fine della prima guerra mondiale da Charles Corbon, poi presa in carico dal figlio Albert e da sua moglie Germaine, quindi , negli anni ’60, da Claude , che da semplice viticultore (come fornitore della Vranken Pommery), comincia a produrre in proprio champagne, come récoltant-manipulant. Agnès è coinvolta nell’attività dal padre, insieme con l’altro figlio Jerome , fin da ragazza: dal 2006 affianca il padre, prima di diventare responsabile della produzione, proseguendo sulla stessa scia di Claude.

Champagne di vigneron è detto orgogliosamente sul sito dell’azienda, e tale è davvero. La filosofia produttiva è tipicamente contadina. Lo Chardonnay di Avize è la risorsa più preziosa, va quindi valorizzata al massimo. Quello della proprietà (le vigne sono collocate nella parte pianeggiante del villaggio) é più robusto di quello collinare e conferisce ai vini, specie al blanc de blancs di Avize, maggiore potenza e struttura .Viene vinificato in purezza solo nei millesimati, che Corbon produce tutti gli anni, anche in quelli considerati poco felici , e non solo nei millesimi “esemplari”, ma non negli champagnes sans année, che sono sempre blend , in cui entrano a far parte percentuali , in varia misura, di Pinot noir e Pinot meunier, provenienti da parcelle acquistate in altre zone della Champagne, non grand cru.

L’entrata di gamma è rappresentata dalla cuvée de réserve e dallla cuvée prestige (25% di Chardonnay grand cru di Avize e la stessa proporzione di Chardonnay, Pinot noir e Pinor Meunier). Si sale poi con l’Absolument Brut , nel quale la percentuale di Chardonnay grand cru sale al 60%, con la restante parte di Pinot noir e con il gioiello della casa , il Brut d’Autrefois, di cui abbiamo già parlato nel nostro servizio sui grandi Chardonnay del 28.1.12 : qui l’80% è rappresentato da Chardonnay grand cru di Avize e il 20% residuo da Pinot noir.Infine i millesimati: Blanc de blancs Chardonnay grand cru 100% e Chardonnay Vallée de la Marne, ovviamente meno pregiato.

Tutti gli Champagnes Corbon non sono filtrati né subiscono alcun collage (ossia non utilizzano alcun componente, quali bianco d’uovo o caseina, per eliminare più rapidamente le molecole in sospensione, residue alla vinificazione) . Egualmente nessun additivo, ad esclusione di piccole quantità di bisolfiti necessari per evitare lo sviluppo di batteri dannosi, dei lieviti per la fermentazione e dello zucchero necessario. A questo proposito va precisato che nel corso di questi anni il dosage fatto al momento della sboccatura è cambiato: non è più effettuato con il mosto concentrato rettificato, ma con la miscela di vecchi champagnes come da tradizione. Essendo le uve molto ricche, il, dosage viene limitato a 7-8 g/l. Tutti gli Champagnes prodotti restano almeno tre anni in cantina e non solo 15 mesi come prescritto. I vini più importanti molto di più.

Corbon_grande_reserveTra gli Champagnes che abbiamo assaggiato, la Grande réserve (50% Pinot meunier e un quarto ciascuno di Pinot noir e Chardonnay) è ovviamente il più semplice: un buon champagne, dal prezzo assai invitante, giallo paglierino , fresco di lieviti, con sentori di brioche, con un lieve residuo zuccherino (81/100).

A seguire il Blanc de blancs 2004: un’annata discreta, dichiarata vintage dalla maggior parte delle case, ma ovviamente non dello stesso spessore del 2002; un buon chardonnay croccante, agrumato, appena con un tocco vegetale (85/100). Si sale nella gerarchia (e si sente) con il Blanc de blancs di Avize, di cui assaggiamo lo stesso millesimo, non ancora distribuito in Italia, e un millesimo atipico, generalmente poco reputato, il 1991.

Grand_cru_millesimMolto piacevole il 2004, fresco e di buon impatto, naso floreale, note di frutta secca e gessose, sul palato un tocco di spezie dolci (88/100).

Una piacevole sorpresa il 1991. Giallo oro , naso fragrante, elegante, con note ammandorlate, appena una punta ossidativa, molto sapido (90/100).

 

 

Brut_dAutrefoisInfine il nostro preferito, il Brut d’Autrefois, di non comune seduttività, complesso all’olfatto, con note di lavanda e camomilla, frutta gialla, sapido e minerale, uno champagne di grandissima piacevolezza e persistenza .

Ha la struttura e l’eleganza per accompagnare perfettamente piatti della grande cucina (93/100).

 

Caricata qualche cassa di vini e salutata la nostra gentilissima ospite, ci dirigiamo verso Reims, dove ci sistemiamo in quella che sarà la nostra base nei prossimi tre giorni. Quindi si va alla scoperta della città. Visita d’obbligo alla Cattedrale e al Palais du Tau, quindi a cena in una delle più popolari brasseries di Reims, il Boulingrin. Come spesso capita, ci dividiamo tra cucina di mare e di terra. Ci accordiamo però sullo Champagne di avvio e poi su un rosé provenzale, come compromesso .

 

Henriot

 

Lo Champagne è un affidabile Henriot, il Brut Souverain: un bello champagne non millesimato da assemblaggio (50% Chardonnay e 50% Pinot noir) , fresco e sapido quanto basta, giallo pallido, perlage fine, note agrumate (cedro) e di frutta matura (86/100).

 

Ott2

 

Il rosé è uno Château Romassan, Bandol del Domaine Ott , vendemmia 2010, da uve Cinsault,Grenache e Mourvèdre.Colore rosa pallido, elegante, nella sua bottiglia affusolata, è un bel rosé, sapido e minerale, dal naso fresco di frutti di bosco con un tocco di spezie orientali,che accontenta tutti (88/100).

 

All’indomani, la prima visita del giorno è dalla Henri Giraud, bella e dinamica azienda di Aÿ, uno tra i più prestigiosi grand cru della Champagne: il suo Pinot noir è leggenda Questo territorio è famoso per il suo vino già dal XVI secolo, noto come vino di Aÿ. Poi la scoperta della fermentazione in bottiglia ha portato alla creazione di grandissimi Champagnes famosi in tutto il mondo. La latitudine,il microclima, il suolo gessoso, la posizione , all’incrocio tra la Valle della Marna, della Montagna di Reims e la Côte des Blancs rendono questo territorio davvero unico.

Ad accoglierci, nella bella saletta di ingresso, nella quale degusteremo anche i vini, Gauthier Vecten, responsabile dei rapporti con la clientela. Visitiamo dapprima le cantine, soffermandoci a lungo nei locali nei quali si trovano i famosi fusti ricavati dal legno dell’ dell’Argonne, che Giraud ha riportato in auge, acquistando, nel 2007, le due foreste di Chatrice e Beaulieu. Qui Vecten ci illustra in dettaglio il modo con cui i legni vengono selezionati dal loro tonnelier borgognone , e il complesso sistema di classificazione d codifica adottato, che consente di identificare immediatamente il vino delle singole parcelle. Tutto appare molto efficiente e moderno e si respira un’atmosfera diversa da quella del giorno prima, più imprenditoriale che contadina, attenta ad ogni dettaglio e all’immagine (tra le iniziative in cantiere, un locale nel quale bere i vini abbinandoli ai cibi).

E di fatti la Maison Giraud è decisamente un’azienda emergente della Champagne, pur avendo origini molto antiche: il punto di partenza è rappresentato dalla proprietà della famiglia Hémart, insediata nel territorio di Aÿ già dal XVII secolo ; agli inizi del ‘900 il matrimonio di Léon Giraud, nonno di Claude, attuale proprietario, con una una Hémart, diede inizio ad una nuova dinastia, quella dei Giraud-Hémart. Fu Léon a riprendere la produzione di champagne, ricostruendo le vigne, distrutte dalla fillossera, utilizzando viti americane. Poi il figlio Henri, e il nipote Claude completarono l’opera di ricostruzione . I Giraud cominciarono come récoltant-manipulant, ossia produttori di Champagne da uve proprie, poi, dal 1975, allargarono la loro produzione con un’attività di négoce, ossia integrando le uve provenienti dalle proprie parcelle di Aÿ (26 di Pinot noir e 9 di Chardonnay), con quelle acquistate da altri vignerons.

Gli Champagnes di Giraud, fatta eccezione per gli Esprit (gli champagnes entrata di gamma della casa,fermentano e maturano in legno dell’Argonne. Giraud effettua un debourbage abbastanza lungo del succo d’uva a bassa temperatura (10°) in vasi vinari poco profondi in acciaio smaltato, in modo da ridurre drasticamente il passaggio delle parti solide e la stratificazione di colloidi. Ciò è tanto più necessario perché Giraud vendemmia 4-5 giorni più tardivamente per ottenere una migliore maturità delle uve, e questo aumenta la quantità di fecce, suscettibili di trasmettere odori estranei al vino, ed è un metodo molto più naturale di quelli soliti, come l’aggiunta di enzimi artificiali. Il vino resta 12 mesi nei piccoli fusti da 128 litri, prima di essere messo in bottiglia per la presa di spuma.

Giraud è convinto che il legno delle Argonne sia qualitativamente il migliore, perché il suolo su cui crescono gli alberi da cui è ricavato, il caratteristico gaize, un’arenaria ricca di silice, mantiene un profilo aromatico più delicato ed elegante.

I vini sono tutti eccellenti, a partire dai più semplici Esprit.

Giraud_EspritDurante la nostra visita assaggiamo l’Esprit Blanc de blancs, Chardonnay 100% della Montagne de Reims.Fermentato in acciaio a bassa temperatura. Giallo dorato chiaro, è fresco e agrumato, con sentori di frutta tropicale e nocciola , minerale , molto equilibrato (89/100).

 

Giraud_HommageA seguire, l’Hommage à François Hémart grand cru: 70% Pinot noir e 30% Chardonnay. Fermentato in vasi vinari a temperatura controllata, poi in botticelle di legno per sei mesi. Colore lievemente ambrato, perlage fine e delicato, fresco ed elegante, all’olfatto offre sentori di frutta gialla e lievemente mielati, finemente balsamico. Molto morbido sul palato, elegantemente gessoso,con note di albicocca e cacao, lungo e complesso (92/100).

 

Giraud_Code_NoirCode Noir, il nostro preferito, 100% Pinot noir di Aÿ fermentato in botticelle di legno dell’Argonne. Biondo luminoso, nella sua elegante bottiglia affusolata. Rose, ciliegia rossa , pesca e vaniglia al naso; in bocca è fresco, con un frutto croccante, di notevole freschezza , finemente vellutato. Un grande Champagne blanc de noirs (94/100).

 

Giraud_code_noir_rosCode Noir rosé, 90% Pinot noir e 10% di Ay rosso, fermentato in legno dell’Argonne: rosa brillante, naso floreale , con note lievemente affumicate, e, purtroppo, non molto gradevolmente, di formaggio in fermentazione. Forse una bottiglia difettosa: il giudizio viene sospeso. Peccato.

 

Giraud_fut_de_cheneCuvée Fût de Chêne 2000, il solo millesimato: 70% Pinot noir e la restante parte Chardonnay, Aÿ 100%, 12 mesi in fusti di legno dell’Argonne. Giallo dorato, olfatto di grandissima intensità, nel quale, a note fruttate, di ciliegia rossa, e fiori secchi, subentrano sfumature più speziate , di pepe e curry. In bocca è ampio e cremoso, profondamente minerale. Un grande champagne (94/100).

 

Giraud_coteaux_champenoisCôteaux champenois blanc 2007. Chardonnay 100% fermentato in legno un anno. Giallo luminoso, naso intenso, con sentori di pane fresco, frutta gialla, soprattutto pesca e melone, con note finemente nocciolate, al palato è grasso e molto sapido (87/100).

 

Giraud_ratafiaChiudiamo col ratafià di Champagne, un vino fortificato con distillato di vino: da mosti di seconda spremitura (70% Pinot noir e 30% Chardonnay) , blend di diversi millesimi, invecchiato con il metodo solera in piccoli fusti di legno. Color ambra scuro, naso complesso nel quale si avvertono ciliegia sotto spirito albicocca, mela cotogna e cacao, in bocca è caldo, dolce e speziato, di grande suggestione (88/100).

 

Il tempo di salutare e di risalire sul nostro furgone (appesantiti da qualche cassa di champagne) e muoverci alla volta di Le Mesnil-sur-Oger, altro grande cru della Côte des Blancs, dove, grazie al navigatore, riusciamo ad essere puntuali all’appuntamento che avevo fissato con Rodolphe Peters, che gentilmente lo aveva mantenuto, benché fosse stretto da altri impegni. Dopo le presentazioni, ci accomodiamo in una saletta, nella quale Rodolphe , che è subentrato nel 2008 a Pierre Peters al comando della cantina, ci illustra la sua azienda e la filosofia che la ispira, dando poi avvio ad un’altra entusiasmante degustazione.

La storia della Maison Peters inizia poco più di centocinquant’anni fa (nel 1858), allorquando Gaspar Peters, lussemburghese di origine, sposa M.lle Doué, proprietaria di due ettari di vigna a Le Mesnil-sur-Oger, e comincia a produrre uva da vendere ai négociants. Così fa anche il figlio Louis Joseph, ma è il nipote, Camille, nel 1919, fra i primi vignerons a decidere di produrre direttamente Champagne a partire dalle uve di proprietà, a cominciare a commercializzare i suoi vini con il marchio Camille Peters . Più avanti acquista quello che diventerà uno dei suoi crus più preziosi, due ettari e mezzo del lieu-dit Les Chetillons, In pieno periodo bellico (nel 1944), alla morte di Camille, Pierre, che aveva cominciato a lavorare col padre già all’età di 12 anni, gli subentra alla guida dell’azienda, e due anni dopo firma il suo primo millesimo con il suo nome. Segue un periodo di consolidamento e di crescita, durante il quale le vigne di proprietà aumenteranno fino a raggiungere i 18 ettari, con parcelle pregiate della Côte des Blancs, a Oger, Avize e Cramant, oltre , naturalmente, che a Le Mesnil-sur-Oger, sede originaria dell’azienda. Ora al timone è appunto Rodolphe, enologo, dopo varie esperienze in altre case vinicole e della Champagne.

Come si è detto, i vini della Maison Peters nascono dai territori più pregiati della Côte des Blancs, ma il gioiello più prezioso sono le tre parcelle del lieu-dit Les Chétillons, nel cuore del grand cru di Le Mesnil-sur-Oger: vigne di età media ormai di quasi cinquant’anni, che Camille acquistò nel 1930, e che vengono vinificate il selezione per esaltare la loro altissima qualità.

Ovviamente al centro degli champagnes di Peters è lo Chardonnay, che, in questa parte della Champagne raggiunge la sua massima grandezza. Il procedimento produttivo è quello classico, effettuato con grande rigore e precisione,volto a preservare al massimo la purezza e la mineralità della materia prima. La Cuvée de Réserve, non millesimata , è un blend dei vins claires dell’annata con quelli delle annate precedenti , mentre gli champagnes millesimati sono elaborati solo con uve dei singoli crus.

I vini assaggiati.

Peters_cuve_reserve

 

Cominciamo dalla Cuvée de réserve, blanc de blancs da uve chardonnay di varie parcelle della Côte des Blancs. Assemblaggio di quindici diverse annate, un vino ovviamente più semplice di quelli che seguiranno, ma di buona freschezza e rotondità. Note floreali ed agrumate, con lievi sfumature di spezie e nocciola, morbido e cremoso (86-88/100).

 

Peters_extra_brutA seguire l’Extra-brut grand cru, blanc de blancs, uno champagne molto puro, di grande finezza: al naso offre crosta di pane, fiori bianchi e note agrumate, In bocca l’impatto è deciso, fresco, si avvertono tocchi di frutta bianca e gialla e,lievi , di zafferano; uno champagne molto equilibrato ed elegante (88-90/100).

 

Peters_espritIl terzo vino, il primo millesimato, è la Cuvée L’Esprit, blanc de blancs grand cru, assemblaggio esclusivamente di Chardonnay di Le Mesnil-sur-Oger, Avize, Oger e Cramant, vendemmia 2006. Un magnifico champagne , giallo dorato chiaro, dal naso molto floreale(fiori bianchi), con agrumi canditi e nocciola, sul palato è fresco ed elegante, gessoso, con note di frutta e agrumi, pane grigliato, molto sapido e persistente (91-93/100).

 

Peters_rosE’ il momento del rosé, il Rosé for Albane, elaborato per la prima volta nel 2009, una rivoluzione per questa Maison nota per i suoi blanc de blancs. Un rosé elaborato con uve chardonnay (50-60%%) assemblato a Pinot meunier , per la quota residua, elaborato per saignée , procedura davvero insolita, che unisce i due metodi impiegati nella champagne per l’elaborazione di vini rosé: l’assemblage e la saignée. Il risultato è uno champagne semplicemente spettacoloso, privo delle asperità e delle note un po’ selvatiche di molti rosé di saignée, ma di una ricchezza ed una espressività rara in quelli di puro assemblaggio. Rosa luminoso, note di frutti di bosco (fragole e lamponi), al palato è molto equilibrato ed elegante, con un tocco lievemente affumicato e di spezie dolci, e chiusura minerale. Magnifico (92-94/100).

 

Peters_chetillonsConcludiamo con il vino più importante, la Cuvée de Les Chétillons, blanc de blancs grand cru elaborato esclusivamente con chardonnay del lieu-dit avente questo nome a Le Mesnil-sur-Oger. Assaggiamo 2005, 2004 e per finire 1997, un ‘annata oscurata da quella del 1996, e raramente presentata come champagne millesimato. A emergere è soprattutto la grande mineralità di questo magnifico terroir: uno champagne molto ricco già all’olfatto , nel quale prevalgono le note floreali (di fiori bianchi ) , di mandorla e buccia d’arancia: palato vibrante, molto puro , nel quale si ritrovano fiori bianchi e agrumi, che, nelle annate più vecchie, diventano più speziate , con fiori secchi, nocciola tostata e caramello. Uno champagne di gran razza: 92-95 con lievi differenze tra le tre annate ( a mio giudizio, nell’ordine , 2004, il migliore , 2005 e 1997). Le valutazioni numeriche sono, come sempre , indicative, vista la numerosità degli assaggi, e vanno confermate in altre occasioni di degustazione.

Resta l’impressione globale di una gamma di notevole qualità, che esprime con molto equilibrio la finezza e l’eleganza di questo grande territorio. Chapeau.

 

Alle 15 siamo attesi a Cumières da Georges Laval. Lasciamo la Maison Peters alle 12 e mezza malauguratamente all’asciutto (il proprietario ci aveva avvertito che non aveva vino per la vendita), Abbiamo però il tempo di mangiare qualcosa a Cumiéres nell’unico (grazioso) ristorante, Le Caveau, prima di recarci, puntualissimi, al nuovo appuntamento. Abbiamo margine per un solo piatto, les volailles sono in auge : ci dividiamo tra magret de canard au vin rouge de Cumières e il poulet cocotte grand mère . Non riusciamo a non bere vino. Puntiamo su un fresco Saumur-Champigny, rosso da uve Cabernet franc in purezza della Loira, dello Château du Hureau.

HureauSi tratta del vino entrata di gamma di questa casa “organic”, una ventina di parcelle per complessivi 20 ettari, dei quali la grande maggioranza a uve rosse (appunto Cabernet franc) e poco più di un ettaro e mezzo a Chenin blanc, tra Dampierre-sur-Loire, Souzay-Champigny e Saumur. Il Saumur-Champigny Tuffe è il vino-base, ricavato da un blend delle uve delle diverse parcelle di proprietà: deve il suo nome al particolare calcare ricco di gesso di questa zona, di origine cretacica, largamente impiegato nella costruzione dei castelli della zona. Quello del 2008 è un vino abbastanza semplice, ma molto gradevole,adatto alle nostre necessità, fresco e saporito, un po’ rustico, frutti rossi, una nota pepata, nulla più .

A Cumières, a pochi chilometri a nord di Epernay , sull’altra sponda della Marna, siamo già fuori dall’area dei grand cru.Il territorio del comune di Cumières è infatti classificato come premier. Si tratta comunque di un buonissimo terroir, dove Vincent Laval, subentrato al padre Georges, da soli due ettari e mezzo di proprietà, tira fuori, ogni anno, poche migliaia di bottiglie di champagnes molto caratterizzati e  affascinanti. Ci accoglie lo stesso Vincent, che ci accompagna nella sua cantina, una cantina semplice, non molto grande: ci fermiamo al livello in cui sono i fusti di legno, nei quali si trovano i vini dell’ultima annata. Assaggiamo direttamente dai fusti l’annata 2011 del Cumières brut premier cru e della cuvée Les Chênes, mentre ci illustra il suo approccio.

Il padre Georges è stato tra i primi ad adottare la viticultura biologica, sin dal 1971: al momento sono solo una settantina (su 15.000) i vignerons convertiti ufficialmente alla coltivazione biologica : circa 300 ettari di vigna in tutto, il che vuol dire praticamente l’1% delle aree viticole della Champagne. Si comincia dalla vigna, nella quale sono stati aboliti tutti i pesticidi, sostituiti da prodotti organici, ed è di nuovo impiegato il cavallo ; la sola sostanza utilizzata è una percentuale molto bassa di solforosa (20 milligrammi/litro) per prevenire l’ossidazione del vino. Laval utilizza dei fusti di legno per la vinificazione, prima della seconda fermentazione in bottiglia, ma l’uso fattone non è assolutamente invasivo, risultando  il legno molto  ben fuso .Laval effettua vendemmie leggermente più tardive di altri vignerons della regione: più che cercare di mantenere il più possibile alti i valori di acidità delle uve, preferisce uve giustamente mature per esaltare la mineralità del vino, e quindi la sua freschezza. E’ ovviamente troppo presto per valutare i vini assaggiati in fusto, che non sono ancora champagne, ma si percepisce comunque un’ottima materia prima, con un frutto croccante, ovviamente appena un po’ indurito dal legno, che dovrà ammorbidirsi nel tempo.

LavalAssaggiamo solo due vini “finiti”: il Cumières premier cru brut, un blend di Chardonnay (per la metà circa ) e la restante parte Pinot noir (30%) e Pinot meunier (20%). Si tratta quasi di un millesimato, risultando dall’assemblage, per Il 95% , dai vini dei tre vitigni della vendemmia del 2008, e per il residuo 5% da Pinot nero del 2006 elevato per due anni in fusti nuovi . Dosage comunque ridotto, nella misura di 5 g. di zucchero al litro. Uno champagne molto buono,  con un naso balsamico, ricco di evocazioni fruttate e floreali (fiori rossi) , con appena un brivido verde; in bocca è fresco e sapido, molto equilibrato (90-92/100).

Il secondo vino è un blanc de blancs : si tratta della Cuvée Les Chênes brut nature della vendemmia 2005: Les Chênes è un lieu-dit , a soli 500 metri dall’abbazia di Hautvillers, ed é forse la zona migliore di Cumières per lo Chardonnay. Questa cuvée viene prodotta solo nelle annate migliori: il  2005 ha dato poco più di 1700 bottiglie e solo 49 magnum, per dare un’idea dei volumi di produzione. Il vino resta dieci mesi in fusti di legno, e altri quattro anni in cantina sui lieviti.

Laval_Hautes_chevresSi tratta di un eccellente champagne, dal colore giallo dorato luminoso, con bollicine assai fini e persistenti, naso complesso, con note di frutta invernale, fiori bianchi e crema pasticciera; sul palato è assai elegante, minerale, quasi gessoso, di grande struttura e profondità (92-94/100).

Non abbiamo ritrovato il Cumières brut nature, che mi aveva molto colpito alcuni mesi fa in una degustazione di champagnes, né abbiamo assaggiato gli altri champagnes della gamma: la cuvée Les Hautes Chèvres millesimato, il blanc de noirs, Les Meuniers de la butte, e il Cumières brut nature rosé, non più disponibili o non ancora pronti. Peccato.

Si tratta di vini complessi, che non vanno bevuti troppo freddi. Inoltre la loro vinosità permetterebbe (e forse in alcuni casi consiglierebbe) la caraffatura. Champagnes da gastronomia, più che da semplice aperitivo, che segnaliamo agli intenditori. I prezzi, va però detto, non sono lievi.

Carichiamo qualche bottiglia sul furgoncino, e ci mettiamo sulla via del ritorno per Reims. Arriviamo che sono già quasi le cinque, ma riusciamo a visitare il bel Musée des Beaux Arts grazie alla cortesia della segreteria , pur essendo vicini alla chiusura. Per cena torniamo al Boulingrin per uno spuntino , essendo tutti un po’ stanchi.Qualcuno si lascia tentare da un plateau de mer. Personalmente scelgo un trancio di merluzzo arrostito, ahimé ricoperto di verdure letteralmente inondate di burro fuso . Beviamo un Petit Chablis di Fèvre, molto citrino, che comunque smorza un po’ il grasso del condimento.

Il Petit Chablis è, come suggerisce anche il nome , il vino minore del magnifico territorio di Chablis. Non provenendo da un suolo kimmeridgiano, non ha la complessa mineralità dei suoi fratelli maggiori, ma può essere apprezzato per la sua semplicità e freschezza. Quello di Fèvre, grande specialista dei vini di Chablis, una gamma che comprende praticamente tutti i grands crus e i principali premiers, oggi di proprietà Henriot, è un vino senza pensieri, molto agrumato e beverino .

Terzo giorno. Questa volta il nostro compagno astemio ha deciso di averne abbastanza e ha preferito sganciarsi da noi per dormire un po’ di più e visitare in modo più rilassato la città. Ci ritroveremo la sera per la cena. Diversamente da noi (e di questo un po’ lo invidio) andrà al Musée de Saint Rémy a vedere la mostra organizzata per celebrare i 1.500 anni della dinastia merovingia.

Noi abbiamo il nostro prossimo appuntamento a Vertus, da Pierre e Sophie Larmandier. Sono qualcosa di più di 60 km. da Reims e bisogna affrettarsi. Nonostante il navigatore, occorrerà quasi un’ora per arrivarci. Piove pressoché ininterrottamente e dobbiamo effettuare una deviazione per dei lavori di riparazione stradale. Arriviamo con qualche minuto di ritardo. Sophie è impegnata con dei clienti e dobbiamo quindi attendere un po’ nella elegante saletta, nella quale degusteremo i vini della casa. Una grande statua raffigurante una figura femminile che si arrampica ad una fune sospesa nel vuoto campeggia alla nostra sinistra. Sophie ci raggiunge sorridente di lì a poco e ci guida in una rapida visita delle moderne cantine , che sono proprio accanto, durante la quale   descrive brevemente la filosofia che ispira la loro azienda.

Nata nel 1971 a seguito del matrimonio di Philippe Larmandier, proprietario a Cramant, ed Elisabeth Bernier, con vigne a Vertus, questa giovane azienda conta una quindicina ettari di proprietà, con vigne di età media lievemente superiore ai 30 anni,principalmente coltivati a Chardonnay (85%), ad altitudini variabili tra i 100 e i 220 metri. Ed é del resto naturale, questa predominanza di uve bianche, dal momento che le parcelle di proprietà si trovano nella côte des Blancs: a Vertus, che è un village premier cru, a Cramant , da cui si ricava il loro champagne più rappresentativo, la cuvée Vieille Vigne , a Oger, Avize e e a Chouilly, tutti villages classificati come grand cru(quest’ultimo soltanto per lo Chardonnay).

Dagli inizi degli anni ’90, dopo la visita di alcune aziende biodinamiche in Alsazia e Borgogna, le vigne della Larmandier-Bernier sono state convertite al biologico, e ormai certificate a coltivazione biodinamica. Il metodo di produzione è semplice: rispetto del suolo, raccolta manuale delle uve, pressatura soffice, vinificazione separata delle uve delle varie proprietà, in vasi vinari (dal legno all’acciaio), diversi per materiali e grandezza, la cui scelta viene effettuata caso per caso, secondo parcelle e vendemmie; una lenta maturazione, fermentazione malolattica, bâtonnage (leggero) nei casi in cui serve, solo lieviti naturali, dosages molto leggeri (intorno ai 5 g./l per i brut).

Larmandier_RosI vini prodotti sono diversi. Noi ne assaggiamo cinque, cominciando dal Rosé premier cru. E’ un rosè de saignée extra-brut, elaborato con uve Pinot noir 100% di Vertus del 2009. Un bel rosè, dal colore arancia sanguigna, dai profumi netti (nonostante la temperatura di servizio sia appena un po’ più bassa del giusto), con sentori di fragole di bosco, mirtilli, ciliegia selvatica, rosa e violetta, fresco e vibrante, con una chiusura decisamente dry (solo tre gr. di dosage). Molto piacevole (87-89/100).

 

Larmandier_traditionPassiamo al Brut Tradition premier cru, 90% Chardonnay della Côte des Blancs e Pinot noir di Vertus della raccolta del 2008: anche per questo champagne il dosaggio è inusualmente basso per un brut (solo 4 gr., in effetti compatibili con un extra-brut, che ne ammetterebbe fino a 6, contro i fino a 12 del brut) . Uno champagne classico, dal colore giallo pallido, un naso gradevole di lieviti e brioche, sul palato è fresco e sapido, forse appena un po’ semplice (82-84/100).

 

LarmandierblancdeblancsIl terzo vino è il Blanc de blancs brut premier cru.Solo Chardonnay , principalmente della vendemmia 2009, della Côte des Blancs (Vertus , Cramant, Avize e Oger), con un 40% circa di champagne di riserva di varie annate precedenti. Anche questo è praticamente un extra-brut , con i suoi 4 grammi di zucchero. Si tratta di uno champagne più complesso ed elegante del precedente,molto minerale, con note agrumate e di frutta bianca, e un tocco fumé, molto elegante e lungo (88-90/100).

 

Larmandier_terre_de_vertusE’ la volta del Terre de Vertus premier cru non dosé, uno champagne 100% Vertus, dalle vigne di Les Barillers e Les Faucherets, praticamente un millesimato (le uve vengono dalla vendemmia 2007).Uno champagne molto puro ed elegante, con note di agrumi (cedro e agrumi rossi), minerale, quasi gessoso, di grande intensità, che esprime perfettamente il territorio d a cui proviene (89-91/100).

 

 

Larmandier_CramantChiudiamo con il Cramant vieile vigne, da vigne , appunto, di età di 50-70 anni, del grand cru di Cramant, della vendemmia 2005, una vendemmia non eccezionale, ma discreta, un vino che deve essere anche un po’ atteso,   come lo sono spesso i vini di Cramant: all’olfatto dà fiori gialli, miele, spezie dolci; sul palato è di grande purezza, è uno champagne delicato e minerale , con toni lievemente dolci, ma non mielosi, molto equilibrato tra dolcezza ed acidità (91-93/100).

Ci congediamo, dopo i saluti e le solite bottiglie, alla volta di Ambonnay. Ambonnay è un paesino di nemmeno 1000 abitanti a circa due chilometri da Bouzy nella Montagne de Reims.

Il tempo é pochissimo e, per mangiare qualcosa, ci accontenteremmo di trovare una panetteria dove comperare un panino. Troviamo inaspettatamente un piccolo Hotel ristorante, il Saint Vincent, dove riusciamo ad avere subito un tavolo e a mangiare dignitosamente qualcosa in appena venticinque minuti . Unica scelta sbagliata, il vino. Ci facciamo tentare da un Ambonnay rouge, che si rivela piuttosto modesto.

Siamo davanti al cancello della Maison. Ad accoglierci è lo stesso Jacques Beaufort. Devo dichiarare subito che i suoi champagnes mi sono piaciuti moltissimo, e in alcuni momenti mi hanno commosso, e che lui stesso, il nostro ospite, mi ha fatto molta simpatia: una persona semplice e diretta, che, dopo una iniziale, comprensibile, diffidenza, si è mostrata di grande cordialità. Ci illustra brevemente la storia sua e della sua azienda: sofferente di una fastidiosa allergia derivante dall’uso di pesticidi, agli inizi degli anni ’70 converte la sua produzione ai principi dell’agricoltura biologica, sperimentando l’utilizzo in vigna dell’aromaterapia , cioè di olii essenziali ottenuti dalla distillazione di elementi vegetali , emulsionati e quindi nebulizzati sulle piante, in luogo dei tradizionali prodotti di sintesi, e l’omeopatia, ossia l’impiego di una sostanza derivante dalla triturazione di foglie delle piante malate.

La produzione dei suoi champagnes comincia dalla cura del suolo, nella quale sono ovviamente esclusi tutti gli erbicidi, sostituiti da composti vegetali arricchiti da polvere di ossi di macelleria e farina di sangue animale . Il lavoro in vigna è pressoché continuo: si comincia a febbraio- marzo con interventi volti a limitare la produzione e permettere una migliore maturazione delle uve , fino alla vendemmia, che segue la regola base dei 100 giorni dopo la piena fioritura, e che avviene da metà settembre a inizio ottobre. La vinificazione è quella tradizionale. Molta attenzione viene fatta a partire dalla fase di spremitura, che deve avvenire delicatamente, evitando un lungo contato del succo con le pellicole; il mosto viene poi sottoposto al débourbage; alla fermentazione alcolica segue quella malo-lattica, senza alcun intervento successivo di riacidificazione, poi l’imbottigliamento per la seconda fermentazione. Impiego solo di lieviti naturali, lunga permanenza in bottiglia, ben oltre i 15 mesi richiesti : secondo Beaufort un grande champagne ha bisogno di almeno cinque anni per cominciare ad esprimersi. Il dégorgement avviene ancora con il metodo antico manuale, “ à la volée”, con l’aggiunta della liqueur d’expédition ( a base di succo d’uva concentrato), nella proporzione richiesta da ciascuna tipologia di champagne.

Circa sei ettari e mezzo di proprietà, parte ad Ambonnay, grand cru , e a Polisy, paesino di appena centoottanta abitanti nel Dipartimento dell’Aube,la zona meno nobile della Champagne, a circa 140 chilometri di distanza. Beaufort è un vero récoltant-manipulant, ma la sua azienda è registrata come NM (négociant-manipulant), perché ha creato una cooperativa familiare per mantenere l’integrità della proprietà : la legge francese diversamente gli imporrebbe di frazionarla tra i suoi 9 figli. Le uve dei due territori di proprietà sono vinificate separatamente.

Beaufort_Polisy_brutCominciamo quindi la nostra degustazione, nel corso della quale assaggeremo poco meno di una ventina di champagne diversi . Una magnifica progressione, dalle annate più recenti a quelle più vecchie, durante la quale abbiamo avuto modo di confrontare i due cru , assaggiandoli in parallelo.

Abbiamo cominciato con un brut réserve di Polisy (80% Pinot noir e 20% Chardonnay) proveniente dall’annata 2007, cui faranno seguito vini del 2006 e 2004. Tutti e tre questi champagnes, come quelli che berremo dopo, di Polisy, mostrano un profilo aromatico molto simile e distintivo, più dolce e speziato, con note caratteristiche di cedro, zenzero e champignon. Più fruttata la versione del 2007, più balsamico e quasi resinato il 2006, il 2004 appare il più equilibrato : in bocca è complesso, con una maggiore coerenza e delle componenti olfattive e gustative; insomma fa “più orchestra” delle versioni precedenti . Attualmente valuterei (con tutta la cautela che la situazione richiede, vista la numerosità degli assaggi) 82-84 il primo, 84-86 il 2006 e 87-89 il 2004.

Beaufort_AmbonnayIn successione degustiamo poi due millesimati di Ambonnay grand cru, delle annate 2005 e 2003. Qui siamo su un registro diverso, più elegante ed austero. Due magnifici champagnes di annate diverse, pur se, per motivi differenti , non facilissime. Eleganti e complessi, hanno ampiezza e profondità, ed evolveranno ulteriormente nei prossimi anni. Lieve preferenza per il 2005:  olfattivamente intenso e balsamico , con note di macchia mediterranea e finemente speziate, sul palato è sapido, molto lungo (91-93 per l’annata 2005, un punto di meno, 90-92 per l’annata 2003).

Ricominciamo con tre annate più vecchie di Polisy, 1999, 1996 e 2002. Tre eccellenti bottiglie, davvero sorprendenti per dei vini dell’Aube, territorio assai meno blasonato. Dei vini complessi, dall’incredibile ventaglio aromatico,che, alle attese note di frutta secca e candita, danno seguito altre più floreali e speziate. In bocca perfetto l’equilibrio tra dolcezza ed acidità, che conferisce all’assaggio una grande morbidezza e una persistenza che di rado si trova anche in champagne provenienti da zone più nobili. Metto in testa i vini delle annata 2002 e 1999 (con una lieve preferenza , per il primo, ancora incredibilmente giovanile) e appena  un soffio dopo, l’annata 1996: in cifre 92-94 per l’annata 2002; 91-93 per l’annata 1999 e 90-92 per la 1996.

E’ora il turno di un Ambonnay grand cru del 1996, a mio giudizio il vertice tra i vini “secchi” assaggiati. Un grande champagne, incredibilmente armonico nonostante le molte sfaccettature. Già a livello olfattivo è un rincorrersi di suggestioni iodate, humus, erbe officinali e spezie (pepe bianco e zenzero). Sul palato è intenso e minerale, di sorprendente freschezza, con tocchi affumicati di grande eleganza. 93-95/100.

Un rosé di Polisy del 2003, prima di passare ai fantastici champagnes demi-sec e dolci di Beaufort.Un bel rosé fresco e sapido, dal naso fruttato con evocazioni di fragole e ciliegie selvatiche, sul palato è fresco e morbidamente speziato.89-91/100.

Beaufort_demi.secVeniamo ora agli champagne “dolci”, partendo da un magnifico demi-sec di Polisy del 2004 , al quale seguirà poi quello del 1996. Incredibile la complessità olfattiva di questi vini: l’impatto è quasi sauterneggiante, con note che evocano la botrytis, poi zenzero, champignons, e poi ancora richiami terrosi, di humus, cedro e mela cotogna; sul palato sono dolci, ma non stucchevoli , di estrema seduzione.91-93 al Polisy 2004 e 92-94 al 1996.

Chiudiamo con altri tre Ambonnay grand cru “dolci”: due demi-sec , del 2005 e del del 1996, e un doux del 1992. L’annata 2005 appare al momento un po’ meno coerente rispetto ai vini demi-sec di Polisy che abbiamo assaggiato prima : il naso è infatti più dry, meno moelleux, e contrasta un po’ con l’impatto assai più dolce e morbido sul palato. Probabilmente è solo questione di tempo. Diverso invece l’Ambonnay del 1996, assai più amalgamato, di grande complessità. Notevolmente ricco il ventaglio aromatico di questo champagne, che evoca mela cotogna, erbe aromatiche, spezie dolci, insieme a note di miele e camomilla. Sul palato la dolcezza è ben assorbita dall’acidità, evitando ogni stucchevolezza all’assaggio. Le mie valutazioni personali: 88-90 al vino del 2005,e 92-94 a quello del 1996.

Chiudiamo con un’altra sorpresa: un Ambonnay rosé doux del 1992. Avvio quasi da Rosenmuskat, con soffi rosacei, a cui seguono altre note più fruttate di ciliegia e melograno. In bocca è decisamente dolce, appena stemperata dalla mineralità di questo vino di grande fascino. 92-94/100.

Siamo arrivati al termine di questa degustazione, che non esito a definire magnifica, dalla quale, oltre alla conferma, ove fosse stato necessaria, della eccezionalità del territorio di Ambonnay, emerge , netta e davvero sorprendente, la performance complessiva dei vini di Polisy, un territorio praticamente ancora sconosciuto della Champagne. Va aggiunta la notevole coerenza di tutti i vini che Jacques Beaufort ci ha fatto assaggiare, anche quelli che ci sono piaciuti di meno, che hanno il solo difetto di dover essere attesi ancora qualche anno per dare il meglio di sé.Questo vale soprattutto per le annate più recenti, che, oltre alla maggiore giovinezza, scontano probabilmente anche il confronto con quelle che probabilmente sono state le migliori annate degli ultimi quindici anni nella Champagne, la 1996 e la 2002.Vini, tutti, molto personali, che riflettono un po’ anche la personalità di chi li produce, e che li rendono diversi da tutti quelli che abbiamo assaggiato.

Lasciamo a malincuore il nostro ospite, dal quale dovremo però ritornare tra qualche ora: non ha infatti presso di sé tutte le bottiglie che vorremmo portare con noi, e noi stessi abbiamo bisogno di rifornirci di contante al bancomat. Torniamo quindi provvisoriamente a Reims sotto la pioggia battente per essere di nuovo ad Ambonnay tre ore dopo a ritirare le nostre bottiglie. Esaurite le formalità, restiamo ancora un po’ a chiacchierare con Jacques, che ci parla  delle sue battaglie per l'ambiente e anche delle sue esperienze italiane, riuscendo a stupirmi, parlandomi di un vitivinicoltore pugliese (praticamente a casa mia) che ha cominciato a utilizzare le anfore nella produzione di vino.

Sempre sotto la pioggia torniamo in città, dove preleviamo il nostro amico astemio (finalmente appagato da una giornata lontano da flûtes e cantine) e il nostro cameraman, che era rimasto in albergo a sistemare le riprese fatte in questi giorni: l’idea è di farne un documentario sulla Champagne e il suo immenso patrimonio vitivinicolo e ambientale.

E’ una serata molto fredda e siamo stanchi. Decisamente questa volta abbiamo sbagliato ristorante. L’abbiamo trovato su una delle tante guide ai ristoranti di Reims che avevamo con noi . Non che ciò che abbiamo mangiato fosse ignobile, ma semplicemente avevamo della aspettative migliori per la nostra ultima sera a Reims. Anche il vino non era decisamente all’altezza del nostro standard: un Riesling alsaziano del 2011, francamente modesto e alquanto diluito, del quale non vale riportare alcuna scheda.

L’indomani si riparte: abbiamo una quantità epocale di bagagli da caricare a bordo, poi un lungo viaggio fino a Barolo, dove abbiamo deciso di fare la nostra tappa serale. Una sola tappa intermedia, una deviazione nelle verdi campagne del Maconnais, per vedere ciò che resta (per la verità assai poco) della grande cattedrale di Cluny. Poi a casa.

Finito di pubblicare il 17.5.2012

 

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