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drink different

Dodici vini per un compleanno

Francesco_1Ci siamo riuniti, come è diventata ormai abitudine, dopo l’orario di chiusura, nella saletta di degustazione dell’enoteca di Francesco De Pascale per festeggiare il suo compleanno e per bere dei vini all’altezza dell’evento (nella foto, alcuni di noi). Non sempre ho la possibilità di trovarmici, ma, quando mi riesce, cerco di non mancare, sia per la gradevolezza della compagnia, che per la qualità dei vini.

 

Francesco, che è un bravissimo sommelier e un “vero” enotecario ( per intenderci, non di quelli che, per fare le proprie scelte, si limitano a leggere il numero di bicchieri o di grappoli sulle guide, ma gira per il mondo a fare le sue scoperte), è, in questo, una garanzia: non ho difficoltà ad affermare che, da lui, mi è capitato, non di rado, di assaggiare dei vini che non conoscevo o di cui avevo solo sentito parlare. Come scrive Matt Kramer, in una delle sue pagine su Wine Spectator, il mondo vinicolo , già così vasto e complesso, si è ormai talmente allargato nella sua nuova dimensione globale, che sarebbe impossibile per chiunque padroneggiare tutti i vini del globo terracqueo, sicché diventa indispensabile appoggiarsi anche a reti di ogni tipo di professionista (enologo, importatore, enotecario, ristoratore), che abbiano saputo conquistare la nostra fiducia con i loro giudizi: ciascuno di essi , nell’ambito della sua attività, è entrato in contatto con una parte di mondo che noi non abbiamo ancora sfiorato, per quanto vasta possa esserlo (e nel mondo del vino non lo è mai abbastanza) la nostra conoscenza.

Siamo dunque qui insieme, una dozzina o forse qualcuno in più , ciascuno con il suo bicchiere e, davanti, una serie di assaggini sfiziosi da spiluccare :l’ora è tarda, e dopo non ci sarà la possibilità di cenare. Dodici i vini assaggiati. Sempre più difficile fare a meno del crachoir, ma qui Francesco fa finta di non sentire. Ecco le mie riflessioni. Non seguirò la successione cronologica, ma piuttosto un criterio di organizzazione tematica, difficile da costruire, perché, tra l’altro, Francesco ama pervicacemente le degustazioni “cieche” , e il senso bisogna costruirselo.

 

Il principe

Il principe della serata è stato senza ombra di dubbio uno straordinario magnum di Pergole Torte 2001, quarto assaggio della serie. Un vino che ha ormai raggiunto il suo apogeo, ma che potrà (o meglio “avrebbe potuto”) reggere ottimamente ancora per alcuni anni. Un Sangiovese AAA, di un territorio tra i migliori del Chianti classico (Radda in Chianti), eppure etichettato come un semplice Rosso della Toscana igt. E’ espressione di una vendemmia indubbiamente tra le più felici del primo decennio di questo secolo ,forse la migliore insieme con quella del 2007, ma interpretata alla perfezione da Manetti e dal suo enologo. Una perfetta  maturazione fenolica delle uve, ma senza ombra di sovramaturazione, è il “segreto” alla base di un vino intenso, di grande profondità e persistenza. Bellissimo già dal colore rubino, con riflessi granata, un bouquet complesso,molto balsamico, nel quale,  a note di ciliegia scura, tabacco e ginepro, danno seguito sentori più speziati di moka, tabacco e pepe nero . Un grande vino rosso che vale 96 punti . Ahimé , come risponde Francesco alla domanda di alcuni di noi, un’UB (ultima bottiglia).

Da un territorio non lontano ma di pari nobiltà , Castel Berardenga, viene l’altro vino chiantigiano della serata, quinto della degustazione: questa volta è un Chianti classico DOCG, ben diverso però da quelli che, in questi giorni, si vedono tristemente proposti sugli scaffali di alcuni ipermercati a 2 euro e 99 la bottiglia. Si tratta della riserva di Castell’invilla del 2004, anche questa una bella annata in questa regione. I Chianti di Castell’invilla sono sempre , soprattutto in gioventù, un po’ austeri. Non sono mai appariscenti nel colore e all’olfatto, ma sono piuttosto dei vini diesel, che vengono alla distanza. Se li si coglie al momento giusto, alla temperatura ottimale (non beveteli troppo freddi), e ancor meglio con un accompagnamento appropriato, non cedono il passo a nessun altro Chianti ( e non soltanto). Non sono vini per chi cerca i Chianti superfruttati e merlottosi, a cui ci hanno abituato negli anni recenti: quelli di Castell’invilla sono vini inizialmente riservati, ma di grande eleganza ed equilibrio, sempre tra i migliori che io ricordi ( il primo di questa azienda l’ho bevuto alla fine degli anni ’70), e, tra l’altro tra i più longevi. Anche questo del 2004 è un gran bel Chianti , dal bouquet complesso, nel quale ,a sentori di terra umida e sottobosco, si affiancano sfumature aromatiche di alloro e foglie secche; al palato è intenso ed elegante, un vino polputo, con un bell’ equilibrio tra tannini e acidità, lungo come deve esserlo un grande Chianti (92/100).

E’stata una degustazione con molta Toscana, presente con ben quattro vini . Oltre al magnifico terroir chiantigiano, ci sono stati proposti vini di altri due terroir tra i più nobili ddella regione.

Il primo è quello di Montalcino.Il vino assaggiato è un Brunello biodinamico proveniente dalla parte più settentrionale di Montalcino, il Paradiso di Manfredi, settimo vino della degustazione, proposto nella versione del 2005, una vendemmia in verità piuttosto difficile. Le vigne di proprietà si trovano intorno a 350 metri di altitudine e sono condotte in modo poco interventista, niente concimi, solo lieviti indigeni. Francamente è quello che mi è piaciuto di meno tra i quattro: ha una bella materia, ma non mi è sembrato perfettamente armonico, sbilanciato anche da una componente alcolica che appare esuberante , complice forse anche la temperatura di servizio un po’ bassa (90)..

L’altro terroir proposto è quello di Bolgheri, rappresentato al massimo livello: c’è infatti ancora  lui, il Sassicaia, un po’ una costante nelle ultime degustazioni di Francesco, ed è comprensibile, perché rappresenta un punto di riferimento fondamentale per comprendere l’enologia toscana.   Ci è stato proposto nella versione del 2007, un’ altra grande annata in Toscana, anche se Bolgheri, climaticamente, fa un po’ storia a sé. Un vino che mi è sembrato ancora in ascesa (sarà al top tra un paio di anni), ma già magnifico . Si sente, anche se minoritario nel blend, il cabernet franc . Cassis , grafite, spezie orientali , note di macchia mediterranea rendono questo vino intrigante all’olfatto; al palato è intenso, minerale, lungo (94/100).

Appena prima avevamo bevuto un Poliphemo di Luigi Tecce (che era con noi), ultima bottiglia di quel 2005, che già ci aveva sorpreso nella degustazione dello scorso anno. Puoi leggere il resoconto cliccando qui: http://www.worldwineweb.org/index.php?option=com_content&view=article&id=161:festa-di-compleanno&catid=5:grandidegistazioni&Itemid=7

Allora , da “estraneo” in una serie di grandi cabernet d’Italia e di Francia, fece ottima figura. Questa volta ha davuto confrontarsi con la potenza alcolica del Brunello del Paradiso di Manfredi, al quale ha fatto immediatamente seguito.Il Poliphemo non è meno potente, né certo povero di alcol, ma mai “bruciante”, di una ricchezza non debordante. Un grande Taurasi di uno dei terroir più vocati per l’Aglianico, quello di Paternopoli e di Castelfranci (92).

 

Bottiglie

Alcuni dei vini assaggiati durante la serata

 

La Francia

La Francia , naturalmente, è stata ben presente, nella degustazione. Anche su questo fronte abbiamo infatti assaggiato quattro vini eccellenti , alcuni dei quali non facilmente reperibili nelle enoteche italiane, ma che questa volta hanno trovato pane per i loro denti nei rossi nazionali, tra i quali sono i due che hanno spuntato i punteggi più alti della degustazione.Questa volta niente Bordeaux: é stato così il turno del Pinot noir della Côte de Nuits, e di interpreti certo non di seconda fila. Due dei vini, infatti, sono firmati nientemeno che da Lalou Bize Leroy, la regina della Borgogna. Chi sia Lalou Bize Leroy è ben noto agli specialisti e a tutti coloro che amano la Borgogna. Condirettrice del mitico Domaine de la Romanée Conti (DRC) fino a venti anni fa, poi da lei lasciato polemicamente, conduce due tra le maggiori tenute della Côte de Nuits (il Domaine Leroy, a Vosne-Romanée, che riunisce le antiche proprietà Noëllat e Rémy) e della Côte de Beaune (il Domaine d’Auvenay, a Meursault). Proprietaria di suoli nei cru più prestigiosi - ben nove grand cru e e sette premier cru-, oltre ad alcune parcelle di appellation village, M.me Leroy è nota come uno dei palati più raffinati di Francia e come una produttrice rigorosissima (le sue selezioni in vigna sono drastiche, con “rese” davvero bassissime), dotata di uno stile inconfondibile. Nessuna come lei sa interpretare ai massimi livelli i più grandi terroirs della Côte de Nuits, dallo Chambertin al sublime Musigny.Biodinamica “laica” , nel senso di intuitiva ed originale, piuttosto che confessionale, i suoi vini sono, insieme con quelli del DRC, i più costosi della Borgogna. Tale è il prestigio di questa grande signora del vino, che può permettersi di declassare senza battere ciglio, nelle annate meno soddisfacenti, anche grandissimi cru, spuntando comunque prezzi altissimi .

Consideriamo il primo dei suoi due vini che abbiamo assaggiato, quello con l’appellazione che, secondo il sistema gerarchico della Borgogna, corrisponde al livello più basico della classificazione, la regionale: Bourgogne Pinot noir. Generalmente i Bourgogne Pinot noir sono vini molto piacevoli , ma abbastanza semplici, un blend di uve provenienti da climats non classificati (village); dei vini freschi e fruttati, spesso molto buoni, da bere entro i cinque anni dalla vendemmia, come vino per tutti i giorni. Il Bourgogne Pinot noir di M.me Leroy del 2009, che abbiamo assaggiato domenica, non potrebbe essere più lontano da tutto questo. Va detto infatti che, dietro questa semplice etichetta, si nascondono spesso uve provenienti dai migliori climats . Nel 2004, ad esempio, oltre al Pinot noir dei climat Vignots (succulento village di Pommard) e di Narbantons , a Savigny-lès-Beaune, entrarono nel blend Pinot noir di Santenots (premier cru a Volnay), e niente meno che di tre grand cru (Corton Renardes a Pernand-Vergelesses, Clos de la Roche a Morey-Saint-Denis , e Clos de Vougeot). Come dire: un blend di vini di alcuni dei migliori territori della Côte de Nuits e della Côte de Beaune. Questo accadeva in una annata non felicissima per i rossi borgognoni, quella del 2004. Ben diversa è naturalmente la situazione dei vini del 2009, annata magnifica, anche se non pari a quella del 2005. In annate come questa anche uve provenienti da climats meno prestigiosi possono dare risultati straordinari (ne abbiamo visto un esempio magnifico nel Gevrey-Chambertin di Humbert frères che abbiamo bevuto subito dopo). Questo Bourgogne Pinot noir del 2009 è sicuramente un vino eccellente, anche se poco prototipico della categoria nella quale è classificato: un vino ancora in divenire (sarà al meglio tra due-tre anni), molto più complesso di un vino ad appellazione regionale, a partire dal naso inizialmente un po’ ritroso -è stato il primo vino rosso assaggiato, il secondo della intera serie-, che poi si è progressivamente aperto rivelando lamponi, violetta, note terrose; al palato una tessitura molto fine , la mineralità e l’eleganza di un premier cru (91).

Ancora in divenire anche l’altro vino della Leroy, un Pommard premier cru   del 2005.Quello di Pommard è un territorio molto particolare della Côte de Beaune, nel quale si trovano, insolitamente per questa parte della Borgogna, nota soprattutto per i suoi grandi bianchi, solo vini rossi. Dei rossi potenti, di grande struttura, talvolta un po’ più rustici dei migliori della Côte de Nuits, ma , specie in alcuni climats (come Rugiens) di grandissima qualità. Quello che abbiamo bevuto è un Pommard che nasconde i suoi muscoli sotto una grande finezza, davvero non comune nei vini di questa appellazione. Io ho avuto l’impressione che cominciasse appena ad aprirsi: differentemente dai villages, i premiers crus e i grands crus di un’annata eccezionale come quella del 2005 possono notevolmente avvantaggiarsi di una attesa più lunga.Un Pommard inusualmente elegante, che evoca quasi un vino di Vosne Romanée (frutti scuri, viole, grande mineralità,intenso e profondo) 93/100.

Eccoci al terzo borgognone. Un vino di un grande terroir, quello di Gevrey-Chambertin, ma con la semplice denominazione “comunale” : ci sarebbe da chiedersi quanto gioverebbe a taluni dei nostri vini più grandi, penso al Brunello di Montalcino, ormai arrivato ai 2.000 ettari di superficie vitata, poter distinguere, come in Borgogna, i migliori climats dai vini più comuni che pure provengono da suoli meno vocati compresi nelgli stessi confini del territorio comunale.Quello che abbiamo bevuto (in un bel magnum borgognotto) è un Gevrey-Chambertin village di Humbert frères, un Domaine meno noto di quelli dei cugini Dugat , ma condotto con la stessa filosofia (in gamma anche un ottimo Charmes-Chambertin grand cru, anche se il suo punto di forza sono i suoi validissimi premiers crus). Davvero solare, questo village: ha bel colore, un rubino luminoso, un naso molto seduttivo, con note di frutti rossi e neri, ed altre floreali e speziate (pepe nero e anice), fresco e balsamico; al palato offre un frutto croccante, con una tessitura fine , una bella lunghezza, non frequente in un village. Il vino adatto per comprendere come, nelle grandi annate, anche terroirs relativamente più semplici possano dare vini sorprendenti (91).

 

Bollicine

L’ultimo francese (ma il primo che abbiamo bevuto) è uno Champagne di Paul Bara, 11 ettari di proprietà, in prevalenza Pinot noir a Bouzy, ed è comprensibile perché si tratta di un grand cru che si distingue per la generosità nell’espressione dei frutti rossi. Avevo avuto modo di apprezzarne recentemente tutta la gamma, proprio con Francesco, alla grande degustazione di Champagne del Bureau Champagne a Roma,in ottobre (su questo blog, puoi leggerlo cliccando su: http://www.worldwineweb.org/index.php?option=com_content&view=article&id=210:grande-degustazione-di-champagne-a-roma&catid=3:reports&Itemid=5

I vini di Bara , stranamente un po’ snobbati da alcune Guide, sono di grande affidabilità. A Roma mi era piaciuto molto il Grand Rosé de Bouzy grand cru 2004, che mi era parso tra i migliori rosé in degustazione. Da Francesco abbiamo bevuto un Brut grand cru in magnum del 2003, un’annata non straordinaria, nella Champagne, che non tutti hanno millesimato.Un buono Champagne , nel quale si avverte appena una nota di calore, ma di grande pulizia, che  ha adempiuto ottimamente alla funzione di aprirci il palato. E’stato infatti il primo vino assaggiato (89).

L’ultimo è stato un’altra bollicina, questa volta dell’Oltrepò pavese, il Nature di Monsupello, un buono spumante (perlage fine, toni fruttati, gradevolmente agrumato) , ma un po’ standard, che ha avuto il solo torto di chiudere una serie di vini di primissimo rango, e questo l’ha un po’ penalizzato (84). In ogni caso un vino ben confezionato e sicuro, da un territorio forse ancora sottovalutato per la sua vocazione spumantistica, “oscurato” dalla Franciacorta.

 

Il tedesco

Nelle degustazioni di Francesco non manca mai un Riesling . Col tempo si è raccolto intorno a lui un piccolo gruppo di clienti che apprezza questa tipologia di vini e sa di trovare nella sua enoteca uno dei riferimenti più affidabili . Qui è infatti possibile trovare non solo una valida selezione di Riesling della Mosella (sentite un po’: Doctor Loosen, Egon Műller-Scharzhof , Markus Molitor , Willi Schaefer, Maximin Grunhaus von Schubert, mica male per una piccola, pur se “puntuta” enoteca) e di altre regioni del Reno, ma anche i Sylvaner della Franconia nelle loro caratteristiche bocksbeutel e addirittura qualche interessante rosso Spätburgunder del Baden. Il “tedesco” di questa degustazione era un Kabinett di Schloss Johannisberg della vendemmia 2008.I Kabinett (forse è utile richiamarlo) costituiscono il primo livello dei vini “con predicato”, che,  oltre a possedere tutti i requisiti di un QbA (Qualitätswein bestimmter Anbaugebiet), devono rispettare la tipicità della categoria a cui apparengono in base all’uva utillizzata e alla zona di produzione. L’uva utilizzata deve contenere un grado Oechsle minimo di 70/80 a seconda della zona e della varietà , mentre non è definita la gradazione alcolica. Ai livelli superiori sono poi gli Spätlese (da vendemmia tardiva), con una gradazione Oechsle 80-90, gli Auslese , da vendemmia selezionata manualmente, 90-110 di grado Oechsle, i Beerenauslese e i Trockenbeerenauslese, da vendemmia selezionata di acini,con gradazioni ancora superiori (rispettivamente 125-150 e oltre, con almeno 5°5 di alcol. Ora anche in Germania i criteri di ordinamento su base zuccherina dei vini, finora in vigore, stanno cambiando, adeguandosi a quelli dei cru francesi, con i Grosses Gewächs.

Schloss Johannisberg è una proprietà favolosa, densa di storia, nel Rheingau, che indica le vigne che si trovano a destra del fiume Reno, per lo più esposte a sud, sopra le regioni di Nahe e Rheinhessen.

 Che dire di più di questa tenuta di 35 ettari, di cui una ventina riconosciuti Erstes Gewächs (premier cru) , dal caratteristico suolo argilloso- sabbioso, ricco di detriti eolici, su base della caratteristica quarzite del Taunus, che appartenne all’imperatore d’Austria e fu poi donata al principe di Metternich (sì, il grande negoziatore del Congresso di Vienna) nel 1816, come riconoscimento dei suoi servigi? Fu la prima nel mondo ad essere piantata esclusivamente a Riesling ormai quasi tre secoli fa, nel 1720, e a fregiarsi della denominazione di Spätlese (vendemmia tardiva) nel 1775 (dodici anni dopo venne il primo Auslese ); nella sua incredibile Bibliotheca subterranea, costruita nel 1721, giace un autentico tesoro di bottiglie che risalgono fino al 1748 (ricordo un magnifico 1971 assaggiato tre anni fa in una degustazione di Resling di vecchie annate). Le vigne hanno un’età media di 20 anni, ma le più antiche raggiungono i 60. La vinificazione è di tipo moderno, il mosto fermenta a temperatura controllata in vasi vinari in acciaio e poi si affina in ampie botti vecchie. Quella del 2008 è stata una vendemmia difficile: fioritura precoce, poi una estate fresca, un settembre freddo, con conseguente rallentamento delle maturazioni , ma mantenimento di alti livelli di acidità, poi un ottobre molto piovoso. Una annata non idonea per le denominazioni più elevate di Prädikat. I Kabinett e gli Spatlese sono stati invece di buon livello.Quello che abbiamo bevuto è un ottimo Kabinett, con una buona struttura, fresco e molto minerale, con una acidità un po’ piccante, caratteristica del cru (90).

 

E ora il dessert

Francesco_e_la_Francesco_e_la__tortaSui dolci abbiamo bevuto il Tordiruta, vendemmia tardiva 2006, un buonissimo Verdicchio dei castelli di Jesi passito , di una bella azienda cooperativa marchigiana, la Terre Cortesi Moncaro, a Montecarotto (Ancona),che propone una bella gamma di vini bianchi e rossi , tra cui spicca il suo Verdicchio riserva, Vigna Novali . Nulla da dire, era quello che ci voleva per fronteggiare la sontuosa cassata siciliana che Francesco mostra nella foto qui accanto. Dolce, concentrato, ricco di suggestioni di frutta candita, dall’albicocca all’arancia, e di torrone , voluttuoso (91). Nulla aveva potuto, sulla cassata, il pur buonissimo Riesling di Schloss Johannisberg, di cui abbiamo appena parlato, che aveva giustamente ceduto immediatamente le armi senza combattere.

Francesco2Si son fatte le due. Il tempo di salutarsi, poi qualche passo all’aria fresca prima di raggiungere l’auto di Pietro, che molto cortesemente mi accompagna anche questa volta. E’ andata bene, ma se riguardo le foto di gruppo della festa, mi viene da pensare che ho corso un bel rischio.

 

(Pubblicato il 30.12.2012. La degustazione é avvenuta il 23.12)

 




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