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drink different

Le Bolle della Balena Blu e altre storie all'Enoteca De Pascale

Come mancare al consueto appuntamento di san Francesco all’Enoteca de Pascale, dove un  agguerrito gruppo di giovani sommeliers ed appassionati si riunisce tutti gli anni, in orario di chiusura, per festeggiare , con numerosi assaggi, il loro amico e ospite Francesco? Mi sono quindi ritrovato in un fine settimana che si annunciava piovoso e che tale è stato, per fortuna prevalentemente di notte, ad Avellino, dove , insieme con gli altri amici, l’una dopo l’altra, abbiamo bevuto (sì, bevuto, perché Francesco non ama i crachoirs) dieci bottiglie di vini diversi, come, di consueto, molto differenti tra di loro, e sadicamente proposti in blind tasting  , ad eccezione dei primi quattro (tre bianchi e uno spumante), come piace al nostro ospite.

In queste occasioni mi viene sempre in mente il bellissimo racconto del sulfureo Roald Dahl, scrittore umoristico inglese dal nome scandinavo, già autore di favole “scorrette” per bambini (quelle in cui gli orchi fanno la cacca e mangiano per davvero i bambini), e di storie irresistibili e davvero imprevedibili per un pubblico adulto che ama l’humour noir. Parlo di “Palato”, che introduce  le  “Storie impreviste e ancor più impreviste” (Einaudi editore), in cui un reputatissimo esperto di vini si aggiudica (slealmente) la posta di scommesse enoiche, sempre più difficili, semplicemente leggendo in anticipo  l’etichetta dei vini da degustare, ad insaputa dell’avversario. Passare da un Nebbiolo a un Sangiovese e poi, magari, a un Pinot nero costringe davvero a pericolose acrobazie palatali, che l’incremento graduale dell’alcol nelle vene dei partecipanti riesce a rendere davvero epiche.Come sempre, il mio rendiconto sarà episodico più che sistematico, partendo dalle bottiglie che più mi hanno impressionato.Come generalmente accade, sono i vini più “assestati”, ossia quelli che hanno avuto a disposizione più tempo per  affinarsi, quelli che più lasciano il segno. E di fatti anche questa volta è stato così. Il vino “migliore” nel senso che mi ha maggiormente soddisfatto è stato il Boca Le Piane 2005 (sesto vino, terzo rosso, della sequenza propostaci da Francesco), grande Nebbiolo novarese  con un saldo del 15% di Vespolina:colore granato, naso intenso ed articolato, frutti rossi di bosco, humus, chinotto, speziato e minerale, di grande armonia sul palato, ampio  ed avvolgente, davvero una bella bottiglia (95/100).

Nebbioli

 

Mi ha colpito più degli altri due Nebbioli, tutt’altro che dei comprimari, dacché si trattava di  due Barbareschi eccellenti, il Ronchi di Albino Rocca, vendemmia 2010, e quello di Gaja del 2008. Entrambi buoni-buonissimi, ma evidentemente ancora (specie il primo) bisognosi di tempo per poter essere apprezzati in tutto il loro valore. E poi la salsiccetta assassina di Calitri, satura di peperoncino, che, insieme con altri stuzzichini a base di formaggio (al tartufo, parmigiano) ed altri ancora ha accompagnato i nostri assaggi, ha messo i vini davvero a dura prova.

Nella foto di sopra: A Francesco piacciono gli "altri" Nebbioli (nella sua vetrina,accanto al Le Piane, Gattinara, Ghemme, Carema ed altri Nebbioli del Nord Piemonte)

Rocca (Albino, da non confondersi con Bruno, anche lui un grande, con il suo Rabajà) è un riferimento sicuro per il Barbaresco. Il Ronchi (quinto vino della degustazione) , diversamente dal Vigna Loreto di Ovello, fa una percentuale (limitata) di affinamento, oltre che in botte grande, in barrique francesi per circa due anni, e il legno piccolo, pur se non invasivo, si sente, almeno per ora. Il Ronchi viene  da una vigna di 4 ettari, di 50-70 anni, in comune di Barbaresco, con un suolo calcareo-argilloso,ottimamente  esposta a  SE, a poco meno di 250 mt. di altezza. E’ un Barbaresco pepato, di bella profondità e lungamente persistente (93/100). Francamente un po’ più sotto il Barbaresco Gaja (settimo vino della serata), che è apparso più evoluto, con lievi note grigliate che si sovrapponevano ad un bouquet floreale (rose e viole) di bella intensità, con toni di spezie e grafite.In ogni caso un grande vino, che, forse più di altri,  ha sofferto il fatto di essere assaggiato quasi subito dopo l’apertura della bottiglia (91/100).

AlcuniNella foto accanto: Alcuni dei partecipanti, a questo punto della degustazione

 

Una prova interessante anche quella dell’unico francese  rosso della serata, un Nuits-Saint-Georges village di Dominique Mugneret.Attenzione, anche lui del 2005, quindi anch’esso un vino che è oggi probabilmente al suo meglio. Quella del 2005 è stata davvero una grandissima annata per i rossi della Côte de Nuits, migliore delle pur eccellenti 2009 e 2010. I grand cru cominciano ora ad aprirsi ed avranno lunghissima vita:  i village sono più semplici, pur se spesso di qualità non trascurabile. L’aspettativa di vita per questi ultimi vini è normalmente di cinque-dieci anni, anche se ovviamente possono durare anche un po’ più a lungo. Il Nuits che abbiamo assaggiato (ottavo ed ultimo dei vini secchi, prima di quelli dolci, bevuti in chiusura) è un village  di Nuits-Saint-Georges (l’appellation spetta anche al comune di Prémaux-Prissey), il Les Fleurières. Questo lieu-dit confina con un ottimo premier cru, Les Pruliers, e si trova all’incirca al centro dell’appellation, a sinistra del Mezin, nella seconda zona da me descritta nella schematizzazione del territorio del Nuits-SaintGeorges  a cui avevo già  fatto ricorso nel mio Duet/Duel tra i cru Les Pruliers e  La Maréchale (per ritrovarlo, clicca qui). Dopo la prima zona, quella più vicina a Vosne-Romanée, di cui avverte la prossimità, e che  dà vini  generalmente più eleganti e leggeri, con tannini più morbidi, i vini della zona centrale corrispondono maggiormente al prototipo dei vini di Nuits:  potenti e selvatici, sono però  di grande profondità e spessore; mentre  quelli della terza zona (nel comune di Prémaux) sono molto fruttati, meno spigolosi dei Nuits della zona centrale, ma eleganti e non privi di profondità.Ovviamente si tratta anche di suoli  molto diversi: nella zona centrale  sono generalmente più ripidi e profondi di quelli delle altre due, hanno colore giallo-bruno, e sono più compositi, con sabbia mista a ghiaia e ciottoli , su una base rocciosa molto dura, prima che appaia il calcare rosa tipico di Comblanchien. Mugneret vinifica i grappoli interi e impiega fusti di legno nuovo mediamente per il 25% per i suoi village (il doppio per i premiers crus e il 75% per i grands crus). Il vino che abbiamo bevuto é un rosso vellutato, con un bouquet nel quale , oltre a frutti scuri, si colgono sfumature  di terra, un che di selvatico, e note piacevolmente speziate: ha una innervatura acida, sul palato è morbido, con un tocco minerale.Davvero di buon livello per la sua categoria (90/100). 

Nella foto sotto: Alcune delle bottiglie assaggiate

Bottiglie

 

L’ultimo rosso della serata, che non ho ancora descritto, è un Sangiovese, ma questa volta di Romagna, il Predappio di Predappio vigna dei Generali, la riserva 2009, di Casetto dei Mandorli: un ottimo vino, anche se tipologicamente non tra i miei preferiti, poderoso con il suo alcol esuberante, e pur tuttavia equilibrato, naso intenso di ciliegia e prugne scure, cacao e caffè, con note tostate e speziate che rivelano una lunga permanenza in legno (91/100) .

Veniamo ora ai bianchi: tre vini , due dei quali francesi, da vitigni che non erano mai stati proposti nelle precedenti degustazioni di San Francesco. Due novità importanti , quindi:  lo chenin blanc, degustato nelle versioni di  due differenti produttori dell’Anjou e del Saumurois , e un viognier toscano. Una graduatoria puramente personale, allinea , al primo posto, L’Insolite 2012 di Thierry Germain, un Saumur blanc fresco e delicato, di grande equilibrio,  il Giovin Re, viognier in purezza  di Michele Satta 2011, a mio giudizio forse ancora un po’ troppo marcato dal legno nuovo,  e il Rouchefer 2011 di René Mosse , uno  chenin dell’Anjou più carico, sorprendentemente etichettato come Vin de France.Del primo ho parlato in più occasioni: è una bella espressione del terroir di Saumur, vinificata con grande precisione e bella bevibilità, come tutti i vini di Germain, talentuoso winemaker di provenienza bordolese, che però in pochi anni è diventato un ottimo interprete del terroir di Saumur. (90/100). Il Rouchefer, anch’esso biodinamico, è un bianco più colorato, potente, capace di reggere la sfida di numerosi anni, di stile leggermente ossidativo, un  vino molto “gastronomico”, adatto ad accompagnare sia la cucina di pesce che saporosi formaggi  a crosta lavata: bene sul pecorino al tartufo (87/100). Viene da una piccola vigna di poco più di un ettaro e mezzo di una selezione massale di chenin blanc di quasi 40 anni, esposta a sud ovest.René Mosse produce anche un valido  bianco di Savennières e un interessante chenin liquoroso, molto adatto ai formaggi erborinati e alla cucina orientale molto speziata, Le Champ  Boucault. Il Giovin Re  è un elegante bianco di Castagneto Carducci , dal  colore dorato,un  naso nel quale note delicate e più fresche di acacia e agrumi sono un po’ velate da altre più dolci e mielate (il legno?) (89/100), che forse ha bisogno solo di qualche mese in più di vetro. Il Viognier è una varietà tipica della regione del Rodano settentrionale (Condrieu e  Ampuis innazitutto, con Georges Vernay grande interprete), ma presente anche in Italia, in Piemonte , nel Lazio e in Sicilia, e naturalmente in Maremma.

Nella foto sotto: Alla fine eccole le bolle della Balena Blu (che evavate pensato leggendo il titolo?)

blauwal ipgInfine, anche se in effetti si tratta del vino che ha aperto le danze, insieme con un risotto molto aromatico preparato dallo stesso Francesco, con zafferano e tarufo bianco, un interessante spumante trentino,un blanc de blanc metodo champenois 100% Chardonnay: il Blauwal dell’azienda dei fratelli  Cesconi di Lavis (TN).. Il Blauwal (una balena blu in etichetta)  proviene da uve  di   vigne di proprietà  a pergola  di 25-30 anni sulla collina di Pressano,a 300 mt. di altitudine: raccolte  a mano e poi sottoposte a pigiatura soffice, vengono messe a fermentare in barriques di terzo passaggio, dove effettuano anche la fermentazione malolattica, restandovi per otto mesi. Dopo l’imbottigliamento per la seconda fermentazione ( a 6 atmosfere) resta ad affinarsi sui lieviti per 40 mesi prima della sboccatura. Un bel Trento classico che ha saputo farsi apprezzare: fresco e sapido, al naso note di lieviti e biscotti,  delicatamente agrumate, ha nerbo ed eleganza (90/100).

Nella foto sotto: Altri partecipanti evidentemente soddisfatti

LibroIn chiusura, su uno dei famosi babà della pasticceria, un Moscadello passito di Montalcino e un Moscato naturale di Asti. Amando molto il Moscato, ho scelto quest’ultimo (anche ultimo assaggio prima del bicchiere della staffa, un vecchio cognac).

Si è trattato del La Caudrina dell’ultima vendemmia , dell’omonima azienda di Castiglione Tinella: agrumi, sfumature di erbe  aromatiche, pesca bianca, delicato e dolce come dev’essere un Moscato d’Asti (88/100) .

 

In piedi, nonostante tutto. Il passaggio in auto gentilmente offertomi dal solito amico è stato però egualmente gradito.

Enoteca De Pascale

c.so Vittorio Emanuele 205

83100 Avellino

www.depascale.it

(Pubblicato il 12.10.2013)

 




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