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Al Merano Wine Festival 2013: il diario

Arrivato a Merano nel pomeriggio di venerdì dopo un viaggio un po’ più avventuroso del solito (in treno, da Napoli), anziché, come d'abitudine, in aereo fino a Verona ), dopo un rapido passaggio in albergo per lasciare i bagagli, sono subito all’ufficio stampa, allocato, come sempre, al Palazzo Forst, per ritirare il mio badge.

E’ troppo tardi anche solo per affacciarsi a Bio & Dynamica, iniziato la mattina , perché tra poco ci sarà la presentazione del libro di Farinetti (“Storie di coraggio”) all’Hotel delle Terme: perciò non resta che fare un salto alla libreria Alte Muhle, che sta proprio lì davanti, per vedere se trovo un romanzo interessante per il viaggio di ritorno. Purtroppo è sempre così: datemi un viaggio in treno che superi le 4-5 ore e nessun libro è in grado di resistermi, e dunque ho bisogno di un nuovo romanzo, oltre a quello ormai finito, per il viaggio di ritorno.  Quando ci arrivo, la saletta dove avverrà la presentazione del libro di Farinetti è già gremita. Prendo una copia del libro e cerco un posto accettabile. Purtroppo fa un caldo cane. FarinettiVenendo da fuori, dove la temperatura è rigida, pure se non polare, non è possibile resistere con il giaccone. Finalmente ci siamo. Ci sono , con Farinetti, quattro produttori : Angelo Gaja, una delle figlie di   Lungarotti, Costantino Charrère,e Walter Massa. E poi c’è lui, il solito Vespa, che non batte ciglio e non  mostra alcun imbarazzo nel passare dalla presentazione di un libro di (o su) Berlusconi a quello di Farinetti.(Nella foto accanto, una immagine della presentazione del libro. Farinetti é il terzo da destra, tra Vespa e Kocher)

E’ Vespa che organizza i turni di parola, Farinetti sembra un gattone soddisfatto che ha appena mangiato un grosso topo. Lo rivedo al momento dell’aperitivo, alla Kurhaus. E’ con il figlio Andrea e lo provoco chiedendogli se quello di cui si parla nel suo libro è proprio coraggio e non piuttosto orgoglio: l’orgoglio buono, quello che deriva dalla consapevolezza di una meta da raggiungere, e non quello cattivo, arrogante, la hybris di cui parlavano gli antichi greci. Lui mi risponde che no, si tratta proprio di coraggio, ma un coraggio “etico”, che nasce dalla consapevolezza del bene , del giusto e del solidale. Bene, leggerò il libro : le sue trecento pagine non mi spaventano, avendo davanti a me almeno cinque ore di treno, e poi sembra interessante, già solo a considerare i personaggi di cui si parla.

la sala del dinnerSi son fatte le sette, l’ora  alla quale siamo stati convocati per il Gala Dinner, che si farà alla Kurhaus.(Nella foto a lato un colpo d'occhio della sala preparata per il Gala Dinner). Quando entro c’è già una discreta folla, che, alla fine, risulterà di alcune centinaia di persone.Vengo accolto con un piattino di colorati appetizer da accompagnare all’aperitivo, da scegliersi tra i numerosi Trento classico serviti ai banchetti dai solerti giovani sommeliers collocati in posizioni strategiche. Prendo una flute di Martis brut, e la grana sottile di bollicine mi mette già allegria.Finalmente si scende nell’ampia sala, elegantemente addobbata per accogliere un numero impressionante di grandi tavoli rotondi da 8-10 posti, dai quali potremo seguire un breve concerto della cantante Paola Sanguinetti, preceduto dal saluto degli organizzatori e dalla presentazione della nuova edizione del Merano Wine Festival da parte di Helmuth Kōcher.

 (Nella foto di sotto, un'immagine del concerto)

concerto 2La cantante è brava, il menu, tutto campano (chef, materie prime e vini)  molto buono, come i vini: si comincia con zuppa  di  zucca  piena di napoli piccante con seppie e cipolla caramellata (interessante) , preparata dallo chef Alfonso Caputo  del Ristorante Taverna del Capitano, a Massalubrense. Ad accompagnarla uno spumante Dubl Falanghina metodo classico di Feudi di San Gregorio . Seguirà , preparata dallo stesso chef, una pasta mischiata di Gragnano con patate, scamorza, salsiccia e alici di Cetara (un piatto di fantasia, ma con ingredienti classici della tradizione) . Insieme berremo un Exultet Fiano di Avellino di Quintodecimo 2009. Si cambia chef e viene il turno di Matteo Sangiovanni, del Ristorante Tre Olivi del Savoy Beach di Paestum, che ci condurrà fino al dessert. Ecco dunque uno stracotto di bufalino con ristretto all’Aglianico su tortino di scarloline, fungi e  zucca, con purea di castagne e mela annurca caramellata al macis (molto buono). A fargli compagnia, fasciato dalla bellissima etichetta disegnata da Gillo Dorfles, il Gillo , Cilento Aglianico riserva del 2010 (ancora giovane, con tannini un po’ marcati, ma si farà).Subito dopo ci viene proposto un assaggio di un nuovo vino della “veronese” Zymé, dal nome enigmatico , Atteindre l’excellence, 2009, un blend di Oseleta, 85%, Marzemino, 10% e Teroldego per il restante 5%, che rappresenterà il Merano Wine Festival: un vino molto buono, dal bellissimo colore, naso stordente e grande morbidezza. Certo, dopo il Gillo, di maggiore struttura , c’è voluta molta concentrazione per apprezzarlo.Ecco dunque il dessert, che assaggio appena : Perla di latte di bufala e fichi bianchi del Cilento glassata alla nocciola , ricotta e pera con composta di cachi, su cui sorseggiamo due vini dolci campani: una Falanghina passita di Villa Matilde, l’Eleusi,  e un Moscato di Benevento della Masseria Frattasi.Un caffè e via nell’aria fresca, ma che appare meno rigida, forse per l’alcol.

Quello che mi è piaciuto di più: l'Exultet Fiano di Avellino Quintodecimo 2009. Di quest’azienda conoscevo soprattutto i rossi, da uve Aglianico, il Taurasi e il Terra d’Eclano, che è tut’altro che un semplice Irpinia Aglianico. L’Exultet è un  Fiano di Lapio di grande intensità e potenza, con un ventaglio aromatico molto ricco e complesso, davvero interessante, anche se il prezzo di vendita è tutt’altro che esaltante (oltre 30 euro la bottiglia, in enoteca).

Sabato 9 novembre:

Al mattino dopo sono di buon’ora pronto per tuffarmi tra i banchi d’assaggio , prima della prima delle tre degustazioni guidate  a cui mi sono iscritto, quella dello Château Grand-Puy-Lacoste, fissata per le  tre del pomeriggio.

 (Nella foto di sotto, un particolare della sala del Pavillon des Fleurs, con l'Union des grands crus de Bordeaux)

PavillonComincio con i Grand cru di Bordeaux, anche per prepararmi il palato, cominciando con i Pessac bianchi, per proseguire  con i rossi della  rive droite, poi i Médocains, partendo da Margaux, per finire con i  Pauillac.  Ci sono diversi vini del 2010 (grandissima annata) e del 2011 : un’annata minore, forse troppo precocemente condannata da alcuni, ma con alcune belle riuscite e perciò interessante da provare. Poi qualche produttore ha portato qualche annata diversa (2002,2003, 2006, 2007 o 2008). La più vecchia, un 1996 di Léoville-Poyferré.Ho l’impressione che quest’anno ci siano un po’ meno espositori: ci sono sicuramente meno Châteaux del Sauternais, si avverte la mancanza di Angélus, Pontet-Canet e Léoville- Barton, presenti gli anni scorsi.C’è infine un solo Pomerol (Gazin), anche se non ne ho mai visti numerosi qui a Merano.

Tra i bianchi di Pessac-Léognan in bella evidenza il Domaine de Chevalier (con un eccellente 2011, di grande eleganza).e  Château Larrivet-Haut Brion (un bel 2009 e un 2011 molto fruttato ). Del Domaine de Chevalier c’è poco da aggiungere: è uno degli Châteaux  di maggior qualità della regione, sia in bianco che in rosso, secondo solo a Haut-Brion e a La Mission-Haut Brion.Il secondo Domaine ha le  vigne nella parte alta di Léognan, abbastanza vicino allo Château Haut-Bailly e allo Château Louvière. Ha acquisito recentemente altri 11 ettari dallo Château Haut-Lagrange ed ha introdotto dei fusti ovoidali  per la vinificazione: da alcuni anni produce ottimi vini ,soprattutto bianchi,  a prezzi ancora accessibili, con una bella regolarità.Ovviamente più semplici  i fratellini minori , l’Ésprit de Chevalier , presente con l’annata 2010 (nel blend una percentuale piùà alta di Sémillon, 35%, rispetto al grand vin), e Les Demoiselles de Larrivet-Haut Brion 2011 ( Sauvignon blanc 100%). Tra i Saint-Émilion grand cru presenti, mi sono piaciuti molto  Château Canon un premier cru classé B, presente, oltre che con il suo cadetto Clos Canon 2008, con le annate 2008 (bella profondità)  e un più maturo 2002 del grand vin, e il sempre più convincente Château Pavie-Macquin, con un  2006, di grande intensità, e un concentrato 2011.  Canon , di proprietà della famiglia Wertheimer (per intenderci, Chanel), che possiede anche Rauzan-Sègla a Margaux,  ha notevolmente migliorato il suo grand vin, aumentando la percentuale di Cabernet franc. Pavie-Macquin è uno dei maggiori valori sicuri dell’appellation: si sente la mano di Stéphane Dérenencourt, consulente dello Château, negli ultimi anni ha inanellato una serie impressionante di grandi millesimi.C’era un solo Pomerol, Château Gazin, che mi è sfuggito (il Pavillon des Fleurs si era intanto riempito per bene) . Tra i Margaux, mi sono piaciuti il 2009 di Chateau Durfort-Vivens (un second cru 1855) , di bella ampiezza, molto fine,il 2006 di Chateau Rauzan-Ségla (second cru) , elegante e carnoso  (un soffio di meno il vino dell’annata 2002), e di Château Giscours, troisième cru (bella struttura, comincia ora ad aprirsi). I vini di Giscours, dopo un periodo di appannamento, hanno mostrato una importante ascesa e regolarità in questi ultimi anni, e restano per me uno degli acquisti più interessanti nell’ambito dell’appellation Saint-Julien.  Buono anche il grand vin di Château Lascombes, anch’esso un second cru (il 2008 meglio del 2007), ma amo di meno la tipologia di Margaux a predominanza Merlot. Eccomi agli amati Saint-Julien. Dei tre Léoville, quest’anno c’è solo lo Château Léoville-Poyferré (second cru classé).Magnifico il suo 1996, un vino che  ha raggiunto il suo apogeo,  ma molto buono anche il suo 2008, una bella riuscita del millesimo, anche se non al livello dei vini delle annate 2009 e 2010, ma che testimonia i costanti progressi di questo magnifico Domaine, a torto considerato un fratellino minore degli altri Châteaux che facevano parte della proprietà Léoville.. Quella del  2009 è stata, con quelle del 2005  e  del 2010, una delle tre migliori del primo decennio di questo secolo, e difatti lo Château Branaire-Ducru  2009  è buonissimo, un Saint-Julien elegante e setoso sul palato (ovviamente buono, ma non altrettanto entusiasmante, il vino del 2006).Branaire-Ducru è un quatrième cru nella classificazione del 1855, uno degli Châteaux di questa appellation in costante ascesa nell’ultimo decennio: dà vini di grande finezza, che  non hanno la potenza e l’intensità di un Léoville-las.Cases , ma sono eccellenti senza averne peraltro il prezzo.Buone riuscite i vini del 2011 e del 2008 di Château Talbot (anch’esso un Saint-Julien quatrième cru). Mi ha entusiasmato di meno l’annata 2003, che , col tempo, sta mostrando le prime rughe. Arrivato finalmente ai Pauillac, cominciava a far tardi, per cui ho scelto di “saltare” temporanemente il Grand Puy-Lacoste (l’annata 2006 era comunque tra quelle previste per la verticale). Ho assaggiato allora il 2010 (magnifico) dello Château Pichon-Longueville Comtesse de Lalande (sia il grand vin che il “secondo” vino) e Lynch-Bages. Il primo è un second cru, mentre il secondo é “solo” un cinquième grand cru. Il rango ufficiale non inganni, però. Si pensi ad es. a Pontet-Canet, anch’esso un cinquième cru , che da diversi anni ha tirato fuori dei vini straordinari, in grado di competere con i grandi Premier cru. E difatti Lynch-Bages, dove  Jean-Charles Cazes  ha preso il comando nel 2007,al posto del padre Jean-Michel,  è sicuramente al livello dei second cru.Il 2001 di questo Chateau è una grande riuscita dell’annata nel Médoc. Un ultimo assaggio è per Chateau La Lagune, troisième cru dell’Haut-Médoc, avendolo sempre apprezzato  come un Bordeaux molto affidabile, di grande regolarità e prezzo accessibile (come tutti lo vorremmo) .  

(Nella foto di sotto, le bottiglie dello Chateau La Lagune)

La LaguneDi proprietà della famiglia Frey, si avvale  della consulenza di Denis  Dubourdieu, e, specie nelle ultime annate, ha mostrato significativi progressi di qualità. E di fatti il suo 2010 è forse il Bordeaux che mi è piaciuto di più, davvero una bella bottiglia. Quella del 2007 è una buona riuscita per l’annata, ma certo di minor spessore.

Prima di spostarmi all’Hotel delle Terme per la verticale di Chateau Grand Puy-Lacoste, faccio un salto “per dovere” al Consorzio del Valpolicella, dove mi ero prenotato per una delle loro degustazioni . Dico “per dovere” perché in realtà ero già piuttosto stanco e mi sono così privato anche della possibilità di fare un boccone, ma non mi sembrava giusto disertare del tutto queste degustazioni, soprattutto dopo essermi prenotato. Quattro assaggi di (buoni) vini di diverse tipologie, dal Valpolicella classico all’Amarone, passando per il Ripasso, fortunatamente accompagnati da qualche fetta di sopressa e qualche scaglia di parmigiano . Poco meno di un’ora passata piacevolmente a discutere , oltre che dei vini, delle caratteristiche delle diverse zone e delle ultime annate.

Eccomi finalmente alla mia verticale (Nella foto di sotto, da sinistra: Ian D'Agata, Panos Kakaviatos e  Amélie Borie) .

 

Degustazione Grand PuyChâteau Grand-Puy-Lacoste è un 5ème cru di Pauillac a partire dalla famosa classificazione del 1855, elaborata in occasione dell’Esposizione mondiale di Parigi. Furono allora in tutto 61 le proprietà del Médoc ad esservi incluse, 18 nell’ambito del solo comune di Pauillac, che ebbe anche tre dei cinque premier cru allora assegnati. La grande reputazione di questo Château, sul quale le prime testimonianze risalgono al XVII secolo,  è in ogni caso già antecedente a questo importante riconoscimento: quasi un secolo prima, infatti,nel 1776, l’intendente del Re in Aquitania, Dupré de Saint-Maur aveva riconosciuto lo stesso rango (il quinto) alla  proprietà, allora denominata Saint-Guirons et Lacoste. A quel tempo , quando l’eredità era trasmessa per via femminile, e la proprietà costituiva la dote di nozze, era normale che venisse aggiunto il nome del marito e quindi lo Château Grand-Puy Lacoste-aveva più volte cambiato nome. Oggi, grazie all’impegno della famiglia Borie, che ne divenne proprietaria nel 1978, acquistandola da Raymond Dupin ( un notabile di Bordeaux, che l’aveva a sua volta acquistata nel 1932) Grand-Puy-Lacoste è unanimemente valutata di qualità pari e talvolta superiore a quella di altri Châteaux aventi un rango più elevato nella classificazione del 1855. I Borie erano una famiglia di négociants allora già proprietari dello Château Batailley, anch’esso un 5ème cru di Pauillac, acquistato nel 1930, e dello Château Ducru-Beaucaillou, prestigioso second cru in Saint-Julien (dal 1942) . Quando nel 2003  la proprietà fu divisa, François Xavier Borie, l’attuale proprietario, ricevette Grand-Puy-Lacoste e Batailley, mentre Ducru-Beaucaillou fu attribuita al fratello.A Grand-Puy-Lacoste è da sempre riconosciuta una grande regolarità, ossia la capacità di mantenere uno standard qualitativo elevato anche nei millesimi più delicati. In più esso possiede una caratteristica molto importante: è di fatto l’unico cru classé del 1855 ad aver mantenuto integro, da quella data, il suo assetto senza modificarlo. Di fatti, dopo la grande classificazione del 1855, tutti gli Chateaux hanno, in misura più o meno importante, modificato i loro confini mediante cessioni o acquisti, che sono stati direttamente incorporati nella definizione del cru.Gli ettari di proprietà sono all’incirca 90, praticamente tutti intorno alla proprietà, posta sulla parte più alta del territorio di Pauillac (puy significa appunto collina , altura): 55 sono quelli in produzione, caratterizzati da un suolo molto ciottoloso,piuttosto profondo ( si tratta di uno strato di 10-15 metri) in pendenza e ben drenato. Le vigne, di età media di 38 anni,  sono mantenute basse sul suolo, per una migliore regolazione termica e per favorire la concentrazione dei nutrienti. La ripartizione tra le diverse varietà prevede una percentuale più importante di Cabernet Sauvignon (75%), con circa il 20% di Merlot e la restante parte di Cabernet franc. Il blend effettivo impiegato nella produzione del grand vin, risultante dagli assaggi fatti nel mese di gennaio, cambia comunque di anno in anno, secondo vendemmia.Ovviamente la spina dorsale di questo vino, come di tutti i grandi Pauillac, è il Cabernet Sauvignon, che cresce a meraviglia su questi suoli, e di fatti, anche nella degustazione di cui parlerò dopo non credo sia un caso che le annate di eccellenza siano state quelle con la precentuale maggiore di Cabernet Sauvignon (fino all’80%) .Parliamo ora dei vini assaggiati a Merano.

 

Presente Amélie Borie, in rappresentanza della famiglia Borie,  proprietaria dal 1978 dello Château Grand-Puy-Lacoste, che ha in breve (ma efficacemente) presentato la storia dell’azienda, la degustazione è stata condotta da Ian D’Agata e Panos Kakaviatos ,entrambi collaboratori della rivista Decanter. D’Agata è colui che ha coordinato (anche partecipandovi direttamente) le degustazioni guidate del Merano Wine Festival.Si è cominciato un po’ in ritardo, in una delle belle salette messe a disposizione dall’Hotel delle Terme: due fili di tavoli, ciascuno attrezzato con quattro postazioni con cinque bicchieri per partecipante e il crachoir. Non è bello, né elegante, sputare dopo l’assaggio, e spiace un po’, vista la qualità dei vini, ma é indispensabile e bisogna farsene una ragione. Assaggeremo dieci annate, partendo da quella del 2008, andando all’indietro, fino all’annata 1978. Non è del tutto chiaro il criterio di scelta delle annate. Sorprende un po’ che manchino i vini delle ultime quattro vendemmie e spiace che non ci siano 2009 e 2010. Ci sono comunque due delle grandi annate degli anni 2000 (la 2000, appunto, e la 2005), tre annate considerate generalmente buone, con sfumature (e preferenze) diverse (2008,2006 e 2001, quest’ultima probabilmente un po’ sottovalutata per il fatto di essere stata preceduta dalla vendemmia del 2000), tre annate degli anni ’90 (1995,1998 e 1999) e due della fine degli anni ’70 (1978 e 1979). Queste ultime saranno interessanti, oltre che per la loro vetustà e per il fatto che  gli anni ’80 hanno davvero profondamente mutato i vini di Bordeaux, perché si tratta delle  prime due vendemmie successive al  passaggio di proprietà ai Borie, avvenuto appunto nel 1978.Qui di seguito ecco le mie impressioni. Come dice D’Agata, quando i vini sono molto vecchi, il giudizio riguarda più le singole bottiglie che le annate, tra l’altro molto difficili da confrontare a stadi così diversi della loro evoluzione. Parlerò quindi dei vini che mi hanno maggiormente colpito, senza arrischiarmi in giudizi più generali del valore delle annate a Grand-Puy-Lacoste.

Il 2005In effetti  i vini che mi è sembrato avessero davvero una marcia in più sono stati (e non è una sorpresa) 2005 e 2000: il primo forse un po’ di più del secondo. Le grandi annate sono quelle che sono “grandi” per tutti i vini di un territorio, e non solo per questo o quell’altro Château, e Grand-Puy-Lacoste non fa eccezione.il vino del 2005 (nella foto di sopra) è un Pauillac molto classico,color porpora, con un bouquet elegante, con facili evocazioni di cassis e fiori, intenso e concentrato, ma di grande armonia ed eleganza, con tannini vellutati. Molto buono anche il vino dell’annata 2000, che “ porta”molto bene i suoi quasi tre lustri: un Pauillac di grande intensità e concentrazione, oggi all’apogeo. Come mi attendevo, il 2001 è molto fine ed equilibrato, anche se con meno potenza e concentrazione delle due annate di cui ho appena parlato. Mi ha però molto impressionato il vino dell’annata 1995, ancora con una freschezza incredibile (sono pur passati 18 anni dalla vendemmia) e molto elegante e lungo. (Nella foto di sotto: la sorpresa della degustazione, l'annata 1995).

Il 1995Un’annata, quella del 1995, che non è generalmente annoverata tra quelle più memorabili del Médoc, ma che ha avuto ottime riuscite nel Pauillac e questa indubbiamente lo é. E’ uno dei tre vini che mi sono piaciuti di più (insieme con 2005 e 2000). Tra 2006 e 2008 ho leggermente preferito quello del 2006, molto balsamico, intenso all’olfatto, un vino con una bella tensione, molto Pauillac.Il 2008 mi è comunque sembrato un buon vino, ma meno classico. Ovviamente molto più evolute, ma non spente, le due annate più vecchie, un 1979 con note affumicate e di champignon e 1978,fiori secchi e  moka. .

Le dieci annateBene anche le annate di fine millennio: ho lievemente preferito “in assoluto” il 1999 al 1998, che mi sono sembrati su livelli similari. Il 1998 mi è però sembrato un vino  perfettamente a punto e che avrei bevuto molto volentieri sulla cena (Nella foto accanto, i dieci vini degustati: la fila di dietro comincia da sinistra con il vino del 2008, e via di seguito: l'ultimo bicchiere a destra della seconda fila é il 1978). 

 

 

Finita la degustazione, non resta abbastanza tempo (e neppure abbastanza energie) per rituffarsi nella Kurhaus ai banchi di assaggio, e decido quindi di rinviare al mattino dopo gli assaggi dei vini toscani e piemontesi che avevo messo in agenda per oggi. Tornato in albergo ho  trascritto gli assaggi della giornata in forma sintetica, e poi a cena, in albergo, non avendo molta voglia di tentare la sorte in uno dei ristoranti di Merano, dove, nei giorni del Festival, se non hai prenotato, non hai speranze  di trovare posto. Per fortuna al Sittnerhof c’è una buona cucina e il menu del sabato sera è fin troppo abbondante. Un buon Lagrein riserva di Muri-Gries (finalmente un vino da non sputare, dopo tutti quelli, buonissimi, del mattino)  scovato nella carta dei vini accompagnerà più che degnamente la cena.

 

 Domenica 10 novembre:

 

All’indomani sono di nuovo ai banchi, dove incontro un amico enotecaro, col quale assaggerò alcuni rossi toscani, partendo dalle denominazioni classiche (Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, Chianti classico e Carmignano), per allargarci poi ad alcune aziende bolgheresi e della Maremma. Purtroppo non c’è il tempo e neppure la tranquillità necessaria , a causa della folla, che preme numerosa già di buon mattino, per approfondire come ci piacerebbe, ma riusciamo egualmente a scambiare qualche parola con alcuni produttori. Di questi e degli altri assaggi “liberi”  fatti nei tre giorni del Merano Wine Festival dirò comunque più avanti, dopo le altre due degustazioni guidate alle quali sono andato.

(Nella foto di sotto, Ernesto Abbona, della Marchesi di Barolo, al centro, e i due conduttori della degustazione, Alessandro Bocchetti e Paolo Trimani)

 

Marchesi 1La prima è stata quella dei Barolo riserva dei Marchesi di Barolo. Sono stato molto contento di averla scelta, resistendo alle sirene tentatrici di altre degustazioni, pure molto interessanti, in programma. Quest’anno erano infatti 14 (mai, da che io ricordi, così numerose) e tutte di grande interesse. Ma questa del Barolo si presentava ( e lo è stata) una degustazione davvero speciale, sia per il ventaglio delle annate in programma, che includeva alcuni millesimi davvero “storici”, sia per la qualità intrinseca dei vini assaggiati.

 

Dire che la Marchesi di Barolo rappresenti una fetta importante della storia del Barolo sarebbe una banalità. Il ruolo di questa proprietà nella nascita del Barolo così come lo conosciamo oggi è stato infatti determinante. Oggi tutti riconoscono che, più che Oudart, l’enologo che il conte di Cavour aveva chiamato per produrre vini moderni, alla francese, nelle sue tenute, siano state la determinazione e la passione della marchesa Giulia Colbert de Maulévrier, pronipote del famoso ministro del Re Sole, e vedova del marchese Tancredi , a portare il Barolo alla fama che gli compete . Fu lei infatti che prese a cuore questo vino, che già nel settecento era denominato Barol, dal nome del comune di provenienza, nella corrispondenza tra l’ambasciatore dei Savoia a Londra e alcuni mercanti inglesi, e a farne quello che sarebbe diventato “il re dei vini, il vino dei re”. La marchesa, rimasta vedova e unica erede di una immensa fortuna, da sempre impegnata in opere di beneficenza , fondò e finanziò una molteplicità di istituzioni benefiche , come ospedali, orfanotrofi ed educandati per giovani donne , tra cui il Collegio di Barolo, tutte poi confluite nell’Opera Pia Barolo.Le tenute dovettero essere  smembrate e in parte vendute all’inizio del ‘900, per far fronte alle crescenti spese  dell’Opera Pia, sicché, nel 1929, l’Agenzia delle Tenute Opera Pia Barolo, comprendente anche le antiche cantine dei Marchesi di Barolo, fu acquistata dalla famiglia Abbona: Pietro Emilio,già impegnato nella produzione di eccellenti Barolo nella cantina paterna con il marchio Cav. Felice Abbona & Figli, fondata nel 1861, le sorelle Celestina e Marina, e il fratello Ernesto.Pietro Emilio Abbona, terzo di ben nove fratelli, fu uno dei grandi personaggi del Barolo, come ricordano Petrini e coll. nel loro Atlante delle vigne di Langa. Alla sua attività e al fortunato innesto  delle storiche tenute dei Marchesi si deve il consolidamento e la definitiva consacrazione internazionale dei vini di Barolo. Oggi la Marchesi di Barolo è una delle aziende langhigiane più prestigiose e produce Baroli di stile moderno, ma con un cuore antico, di grandissima qualità, oltre ad un’ampia gamma di vini della tradizione delle Langhe.

 

Il tempo, nel breve intervallo di pranzo, di un robusto piatto di speck ed altri salumi e formaggi dell’Alto Adige nel vicino Pur, accompagnato da una classica Schiava di Gumphof, ed eccoci dunque ai nostri tavoli, con i bicchieri bene allineati davanti a noi. I vini da assaggiare sono dieci, a partire dall’annata più recente, il Barolo Cannubi dell’annata 2009: l’unico Barolo di selezione, e poi 9 riserve , di cui una soltanto degli anni 2000 (la 2005, un’annata controversa, e forse in parte sottovalutata per il fatto di essere stata preceduta da un eccezionale 2004) , due degli anni ’90 (1999 e 1990, entrambe straordinarie sulla carta),1985, 1979, 1974, 1964, 1958 e addirittura 1951, in partenza la più rischiosa (ma anche la più intrigante), sia perché ritenuta un’annata di qualità minore rispetto alle altre,  sia per i suoi 62 anni di età.

(Di sotto, la serie delle bottiglie assaggiate)

 

Tutta la serieDevo dire che di  rado mi è capitato di bere vini, come questi Barolo, di 50 anni e più , in così splendida forma, e non è stato davvero facile scegliere gli assaggi migliori in una serie che avrebbe meritato di essere premiata tutta.

 

Ancora troppo giovane il Cannubi 2009, l’unico frutto di una selezione di questo storico cru, un Barolo eccellente, di buona struttura, e tuttavia già abbastanza accessibile, grazie all’ annata favorevole e calda.Bel colore granato, naso floreale con eleganti note speziate, tannini robusti ma non eccessivamente ruvidi, di buona profondità. Evolverà molto bene , acquisendo maggiore equilibrio e complessità, come è naturale, nel corso di alcuni anni.  Già molto buono, ma oggi  ha difficoltà a reggere il passo dei suoi più maturi compagni di viaggio. Si ha l’impressione quasi di una ascesa, con una successione  di assaggi sempre più affascinanti.

 

Due grandissime annate sulla carta…e in bottiglia, quelle del 1999 e del 1990. Ancora giovane il 1999,un Barolo molto classico, di grande struttura, intenso al naso,  ampio e profondo  sul palato. Appena un po’ meno brillante il vino dell’annata 1990, comunque in ottima forma, di grande integrità e finezza , lungamente persistente.

 

1985Ma i vini che più mi hanno personalmente colpito sono, nell’ordine,uno straordinario 1985, il 1958, davvero stupefacente per i suoi 11 lustri di età, e il 1974: tre interpretazioni  molto diverse, ma davvero magistrali del Nebbiolo di Barolo. Cominciamo dal vino del 1985 (nella foto accanto): certo di un’ottima annata, ma non tra quelle poste nella primissima fascia, come l’82 e il 90, un Barolo intenso e potente,di grandissima armonia e persistenza. Non è da meno il vino del ‘58, sicuramente il migliore della serie dei Barolo più vecchi (dal 1979 in giù) e che mi ha lasciato incerto fino alla fine per la prima piazza dell’intera degustazione, contesa al suo inverso (l’85).Un Barolo incredibilmente fresco, intenso e di grandissima eleganza: un sorso di questo vino avrebbe ripagato da solo il costo dell’iscrizione alla degustazione. Molto brillante anche il vino del 1974, una buonissima annata : un grande Barolo di quasi 40 anni, nel quale non si avverte alcuna nota di decrepitezza, dalla struttura robusta, di grande profondità e persistenza.

(Nella foto sotto, il vecchietto della degustazione: il Barolo riserva del 1951)

 

1951Molto bene le altre annate :la ’64 conferma le doti di struttura, equilibrio acido-tannico , finezza che l’hanno fatta inserire nella rosa delle grandi annate; quello del  ’79 è un Barolo complesso, lievemente austero, molto classico; infine il vino del 2005 conferma la sua razza, con un bouquet intenso, nel quale si avvertono note  di rosa, sottobosco e spezie dolci, molto armonico e persistente.

 

Ultimo tra gli assaggi,  il 1951, un vino commovente, con i suoi 62 anni: sfigura un po’ dopo il ‘58, ma pur di un’annata più modesta,non mostra alcun affanno, ma una buona struttura e una apprezzabile armonia: un buon Barolo classico.

 

 

Sono piuttosto stanco e non ho voglia di altri assaggi.Ritorno in albergo e mi concedo una cena tranquilla. Un semplice, ma affidabile Ferrari brut riscatta il brutto esordio di un anonimo, acquoso  Prosecco di origine incerta, preso per aperitivo. E’ un peccato che molti ristoranti non sembrino prestare molta attenzione alle bollicine di benvenuto: sono gli ambasciatori del loro locale e un cattivo inizio dispone male il cliente. Per fortuna sia il menu propostoci, sia il Lagrein (ancora) che lo ha accompagnato erano adeguati alle nostre attese.

 

Al mattino sono di nuovo ai banchi d’assaggio per completare il mio giro tra i produttori. Non c’è abbastanza tempo per farlo con la sistematicità che occorrerebbe, perché l’ultima degustazione alla quale mi sono proposto di andare è  anticipata rispetto a quelle precedenti, e si svolge a fine mattinata, anziché al pomeriggio. Ad ogni modo qualche curiosità riesco a togliermela, e qualche produttore  amico si lascia convincere a farmi assaggiare in anticipo sull’orario stabilito qualcuna delle vecchie annate previste per il lunedì.

 

Eccomi dunque di nuovo all’Hotel delle Terme per l’ultima degustazione del mio programma, dedicata ai rossi di Georges Vernay. Questa volta non si tratta di una verticale in senso stretto, anche se avremo la possibilità di confrontare diverse annate (tre) per gli stessi vini, in quanto assaggeremo tre Syrah di Vernay, di due diverse  zone del Rodano settentrionale: due Côte-Rotie, tra cui la sua selezione più prestigiosa di Vernay, La Maison Rouge,  e un Saint-Joseph. Nel corridoio che porta alla sala incontro Christine Vernay, figlia di Georges, che sta controllando le bottiglie preparate per la degustazione, con la quale scambio qualche parola prima di entrare.

 

Table rondeQuesta volta si comincia puntualissimi. Accanto a Christine, oltre a Ian D’Agata, c’è il marito, Paul Ansellem (Nella foto a fianco, D'Agata é in piedi sulla sinistra , Christine Vernay-ovviamente- al centro e Paul Ansellem seduto a destra). La fama di questo Domaine, fondato nel 1953,  è soprattuto legata ai suoi deliziosi Condrieu, vini bianchi da uve viognier, letteralmente salvati dall’estinzione dal padre di Christine, Georges, che è stato un grande difensore di questo vitigno e di questa appellation. Negli anni ’50, infatti, la superficie vitata a Viognier nella regione di Condrieu, la più settentrionale, con quella della Côte-Rotie , del Rodano, era di soli 5 ettari, mentre oggi è quasi 30 volte superiore. I Viognier di Vernay, a partire dal più semplice Vin de Pays, fino ai tre crus, Les Terrasses de l’Empire, Les Chaillées de l’Enfer e il più costoso Coteau de Vernon, sono di inimitabile finezza, ma anche i rossi della proprietà sono di ottimo livello e possono essere annoverati tra i migliori della Côte-Rotie, insieme a quelli dello Château d’Ampuis di Marcel Guigal. I rossi Côte-Rotie e quelli di Saint-Joseph (Les Terres d’Encre e La Dame Brune, uno dei tre vini che assaggeremo) sono invece “figli” di Chrstine, che, abbandonato il suo incarico di insegnante di italiano a Parigi, li ha presi a cuore e portati all’attuale splendore. Attualmente é lei che si occupa del vigneto e della vinificazione nel Domaine Vernay, ed è anche un po’ l’ambasciatrice di questi vini nel mondo, mentre il marito si occupa della commercializzazione. Oggi il Domaine possiede circa 22 ettari di vigna, la metà di viognier e la metà di syrah, queste ultime distribuite tra la Côte-Rotie e Saint-Joseph, la più “lunga” appellation del Rodano (da nord verso sud), proprio sopra quelle di Crozes-Hermitage , Hermitage e infine Cornas, la più meridionale delle grandi appellation “rosse” del Nord.

 

Dunque assaggeremo 9 vini, tre annate di ciascun tipo. Nell’ordine, partendo dal Saint-Joseph La Dame Brune, poi due Côte-Rotie, La Blonde du Seigneur e La Maison Rouge.

 

La Dame Brune. Si comincia dall’annata più recente, che è la  2007. Seguiranno poi 2004 e 2001, la prima annata de La Dame Brune. Si tratta di un bel rosso dalla fine speziatura, che non possiede la classe dei migliori Côte-Rotie, ma è comunque una bella espressione di Syrah. La Dame Brune è infatti costituito al 100% da Syrah, cioè senza aggiunte di Viognier, come si usa talvolta nella Côte Rotie; proviene da una piccola vigna a terrazza bene esposta, impiantata negli anni ‘50, con un suolo granitico, e fa una macerazione prolungata , da 2 a 3 settimane, prima di affinarsi  in barriques fino a due anni, il 30% nuove.  L’annata 2007 è la migliore delle tre: un’annata classica, con note di prugna, molto speziato,con pepe e leggero fumé, di bella freschezza, deve probabilmente ancora rivelarsi appieno. L’annata 2001 è attualmente  quella che si apprezza di più: quella di quell’anno è stata una  vendemmia abbastanza favorevole, di tipo classico, e il vino è armonico, ancora molto fresco, con un bel frutto, molto fine, perfetto per la tavola. E’ forse un tocco sotto, nella mia personale gerarchia,  il vino del 2004: non ha il volume del 2007, al naso note di cannella, cuoio ed erbe medicinali; comunque un ottimo Saint-Joseph

(Nella foto di sotto, la caratteristica etichetta de La Dame Brune) .

 

Dame brunePassiamo ora ai due Côte-Rotie. La Côte-Rotie , a differenza della regione di Saint-Joseph, che, per la sua lunghezza, è molto differenziata dal punto di vista climatico, si avvale di un clima più omogeneamente temperato e più umido di quello cosiddetto mediterreneo, denominato anche “lionese”. Come è noto, all’altezza di Vienne, il Rodano cambia  decisamente direzione, andando verso sud-ovest, e non più verso nord-est, determinando con ciò un cambiamento dell’orientazione delle vigne , che possono approfittare di  una esposizione molto più  favorevole al soleggiamento. Questa è anche la ragione del nome Côte-Rotie, arrostita. Il forte calore del sole è tuttavia bilanciato  dall’influenza di un vento fresco settentrionale, la bise, molto utile per moderare le temperature eccessive dei suoli esposti a sud. L’uomo migliora poi ulteriormente la protezione  climatica delle vigne costruendo le  caratteristiche cabanes o chapelles, delle palizzate sovrapposte, che hanno lo scopo di proteggerle dai venti provenienti dal Mediterraneo. Dal punto di vista dei suoli, il terroir della Côte-Rotie proviene geologicamente da una faglia apertasi nel Massiccio Centrale, che ha permesso di far emergere il substrato  di rocce metamorfiche primarie molto fessurate, nelle quali le viti possono far penetrare  le loro radici nelle rocce in profondità per alimentarsi di acqua e minerali.Generalmente si distinguono, nella Côte-Rotie,due diversi terroir: la Cote Blonde e la  Cote Brune. Nella prima il suolo  è costituito soprattutto da gneiss ricchi  di silice, con sabbie argillose di colore chiaro e molto friabile, chiamate localmente arzels.I depositi calcarei eolici  che ricoprono la parte alta del coteau, detti loess,rendono i suoli più calcarei. Da questo caratteristico substrato vengono vini generalmente meno potenti e più fini di quelli della Côte Brune. Quest’ultima  ha suoli costituiti principalmente da micascisti, meno ricchi di silice e molto più di ferro, con la presenza di argille di colore più scuro. Di qui il carattere più virile che generalmente viene attribuito ai vini di questa seconda Côte.

 

Blonde du SeigneurCominciamo con  La Blonde du Seigneur ( A sinistra, nella foto, la bottiglia del 2006). Questo vino comprende una piccola percentuale di viognier e proviene da due vigne di 25 anni, di 2 ha. e mezzo: le uve vengono vinificate separatamente e poi assemblate, il vino effettua una lunga macerazione di tre settimane, e viene fatto affinare 18 mesi in barriques, di cui un quarto nuove. Assaggiamo le annate 2006, 2002 e 2000. In effetti il vino del 2006 è quello che viene da una vendemmia più favorevole rispetto alle  altre due e lo si riconosce  anche all’assaggio. Il colore è un rosso scuro, all’olfatto  frutti rossi, a cui seguono sentori più speziati, con una trama tannica molto fine ed elegante.

 

E’  però il vino dell’annata in partenza peggiore, la 2002, a stupire di più.Quella del 2002 è stata molto probabilmente la vendemmia più negativa del primo decennio di questo secolo nella parte settentrionale del Rodano, ma questo che abbiamo assaggiato è un ottimo Syrah e sicuramente uno dei migliori vini di quell’annata che abbia assaggiato in questa regione. La Blonde du Seigneur del 2002 appare un Côte-Rotie davvero buono, con un ottimo livello di maturità, molto armonico, con profumi netti e bene espressi; di volume non grandissimo, ma con un buon equilibrio, con un bel frutto e una fine speziatura. Più evoluto e meno brillante il vino dell’annata 2000, sulla carta migliore, pur se non certo tra quelle memorabili della Côte-Rotie: insomma un’annata “normale”, lievemente precoce. Si tratta di un vino di buon livello, di tipo classico, meno potente e intenso di quello del 2006.

 

Maison RougeEccoci infine al La Maison Rouge, l’ammiraglia tra i vini rossi del Domaine Vernay (Nella foto accanto, la bottiglia della vendemmia 2005). Questo vino, che prende il nome da una vicina costruzione , proviene da una vigna che si trova proprio tra le due parcelle della Blonde du Seigneur, nella parte meridionale dell’ appellation , nei  pressi di Tupin-et-Semons.  Si tratta di una parcella di poco meno di un ettaro, di una quarantina d’anni,  con  un suolo granitico-sabbioso, esposta  a sud-est.E’ un vino potente, che ha bisogno di un lungo affinamento. Prima dell’imbottigliamento resta per circa 20-22 mesi in piccoli fusti di legno nuovo al 15%.Abbiamo assaggiato anche di questo vino tre diversi millesimi:2005, 2003 e 2000. Se questa è stata la successione temporale, nella gerarchia qualitativa, al primo posto va posta sicuramente l’annata 2005, ma quanto al  secondo invertirei l’ordine tra le due altre annate. Il vino dell’annata 2005 è un vino intenso, denso , con molta razza, un modello di questa appellation; olfattivamente molto ricco, ha una splendida  tessitura tannica, è fine ed elegante, di notevole profondità e lunghezza.

(Nella foto di sotto, i bicchieri con i nove vini: quelli della fila indietro sono le tre annate de La Dame Brune, nella fila al centro sono quelle de La Blonde du Seigneur e in quella anteriore de La Maison rouge. In tutte  e tre le file il vino più giovane é a sinistra e il più vecchio a destra)

 

I nove bicchieriLa Maison Rouge 2000 appare in linea con le caratteristiche dell’annata: un vino classico, con un bel frutto e molto rotondo, ma meno intenso e meno lungo di quello del 2005.Il vino del 2003 riflette l’annata, estremamente calda e molto precoce (vendemmia il 28 agosto): confettura , molto cioccolato, note di tabacco , sentori grigliati caratteristici del vitigno.

 

Per concludere, riporto qui di seguito solo poche notazioni sugli assaggi “liberi”, ossia fatti al di fuori di degustazioni organizzate, che mi hanno colpito di più. Un’avvertenza: la mancata citazione di altri vini presenti al Merano Wine Festival non è in alcun modo indice di una valutazione non positiva, ma soltanto del fatto che non ho avuto la possibilità di assaggiarli (che è il caso di gran lunga più frequente) per limiti di tempo (e di palato) oppure che mi riservo di parlarne con maggiore approfondimento in altra occasione. Qui sono invece riportate solo alcune annotazioni necessariamente affrettate e molto soggettive.

 

Toscana. Dopo il come sempre ineccepibile Chianti classico 2011 di Felsina, è stato interessante riprovare insieme i suoi due cru di Sangiovese, Rancia e Fontalloro delle ultime annate disponibili, 2009 e 2010. E’ incredibile quanto possano essere diversi tra loro vini, della stessa proprietà, provenienti da vigne che si trovano a pochissima distanza l’una dall’altra, e ad appena qualche decina di metri di altitudine di differenza: due vini magnifici , con una mia lieve preferenza, nell’annata 2009, per il Fontalloro, a cui mi sembra abbia giovato l’anno di sosta, rispetto al pur ottimo Rancia, e invece per il Rancia, che si prospetta già magnifico, nell’annata 2010. Mi confermo nel proposito di confrontare diverse annate di questi vini in parallelo in una prossima degustazione, se riuscirò a reperire le bottiglie necessarie, che ormai cominciano a scarseggiare. Mi sorprende di nuovo il Fontalloro 2003, che avevo riassaggiato qualche mese fa: non avrei pensato potesse essere così buono a distanza di dieci anni dalla vendemmia un vino di un’annata caldissima come è stata quella del 2003. Tra i Chianti della zona classica, mi è sembrata molto riuscita la riserva 2009 di Vecchie Terre di Montefili,uno dei miei Chianti di Greve preferiti . Di ottimo livello anche l’Anfiteatro 2008, magnifico Sangiovese in purezza, e il Bruno di Rocca (classico supertuscan da uve Cabernet Sauvignon e Sangiovese) dello stesso anno .Sempre dal territorio di Greve assaggiamo i vini del Castello di Querceto: non ci sono in degustazione vini chiantigiani classici, ma solo i due supertuscan Querciolaia (blend di Cabernet Sauvignon e Sangiovese) e Cignale (da sole varietà bordolesi). Entrambi del 2008: due vini ben confezionati con un bel potenziale di crescita. Tra i due, in questo momento, preferisco leggermente il Cignale, fresco e balsamico, anche se penso che l’azienda avrebbe il potenziale per produrre un eccellente Chianti classico.

 

Il Castello di Rampolla è a Panzano. Anche qui, nel cuore del Chianti classico, si producono grandi supertuscan da varietà bordolesi o in blend con il Sangiovese. A Merano assaggiamo il Vigna d’Alceo 2009 e il Sammarco 2009, molto classici, e un discreto Chianti classico del 2011.Come sempre, Capezzana presidia il bel territorio di Carmignano, con i suoi rossi e il suo Vin Santo: ho apprezzato molto un sempre elegante Villa Capezzana dell’annata 2009 e il Ghiaie della Furba della stessa vendemmia, entrambi un po’ penalizzati nei profumi da una temperatura (difficile da controllare in occasione dei banchi d’assaggio) un po’ più fredda del desiderabile. Anche il Vinsanto, proposto nella versione del 2006, mi è sembrato molto classico , con caratteristiche note di frutta secca e legno bruciato.

 

Montepulciano è presente con i vini di Boscarelli e Poliziano. Del primo ho apprezzato, oltre al suo rosso più importante, il Nobile di Montepulciano Nocio 2009 (100% Sangiovese), un rosso di grande intensità e vigore, il Nobile “base” 2010, una espressione molto convincente di questo territorio, che ha forse bisogno solo di qualche mese in più per distendersi, e un piacevole, anche se più semplice, Prugnolo del 2012. Poliziano propone la sua ammiraglia, il Vigna Asinone 2010, ancora un po’ acerbo di gioventù, ma di eccellente materia, un affidabilissimo Vino Nobile 2010, già molto piacevole, e un ottimo Le Stanze 2010, balsamico e fruttato, che si conferma come miglior rosso da varietà bordolesi del suo territorio.Siamo ormai arrivati agli stand del Brunello. Qui sono presenti i vini dell’annata 2008 e del 2007. Finalmente si rivede il colore del Sangiovese: i Brunelli dark sono felicemente spariti dopo lo scandalo di qualche anno fa.I vini del 2008 mi sembrano tutti ancora piuttosto acerbi, e la temperatura, piuttosto bassa, smorza i profumi e accentua la durezza dei tannini. Oggi i vini del 2007 appaiono sicuramente migliori, ma forse è presto per dare una valutazione dell’ annata 2008.Mi hanno comunque lasciato buoni ricordi il Vigna Loreto di Mastrojanni, il Pian delle Vigne di Antinori (di anno in anno sempre più convincente) del 2008, e naturalmente i grandi Brunelli di Biondi Santi del 2008 e ancor più 2007. Sono vini, questi, che hanno bisogno di alcuni anni per rivelarsi appieno, ma non è difficile accorgersi del loro potenziale.

 

Tra i vini della Costa toscana, abbiamo tempo solo per pochi assaggi. Di buona fattura i tre vini della Tenuta Biserno, a partire dal più semplice Insoglio del cinghiale 2012. Molto bene anche Il Pino 2010 e il vino più importante della gamma, il Biserno 2010, denso e succoso, anche se avrà bisogno di qualche anno ancora per affinarsi. Al banco della Antinori abbiamo assaggiato anche il Guado al Tasso, il suo rosso bolgherese di punta, del 2010, ancora un po’ dominato da note tostate, ma che evolverà bene .

 

Piemonte. Presenti molte cantine, prevalentemente langhigiane, tra le quali naturalmente Barolo e Barbaresco fanno la parte del leone.Si presenta bene per il Barolo anche l’annata 2009, un’annata caratterizzata da un inverno nevoso, molta pioggia in primavera e un caldo canicolare nei mesi estivi sofferto meno del solito per le risorse idriche fortunatamente accumulate nei mesi precedenti. Le uve hanno raggiunto una buona maturazione fenolica, ciò che lascia ben sperare per l’evoluzione futura di un’annata che appare sulla scia di quella del 2007. Ottima impressione mi hanno fatto il Rocche del Falletto 2009, un Barolo, come sempre, molto elegante e di grande profondità, di Bruno Giacosa, di cui mi è molto piaciuto anche il Barbaresco Albesani di Santo Stefano 2011 presentato in anteprima. Molto bene i Baroli di Renato Ratti portati in degustazione, il sempre convincente Marcenasco 2009, e un ottimo Rocche, che ha solo bisogno di un po’ di tempo per distendersi. Di buon livello anche i Barolo Bussia Bofani e Corda della Briccalina del 2009 di Batasiolo, un’azienda che riesce a mantenere una qualità costante, pur con la produzione di volumi importanti. Di quest’ultimo cru ho avuto la possibilità di assaggiare anche le annate 2008 e, in anteprima, 2010, che mi sembrano però lievemente più indietro nell’affinamento e oggi meno accessibili .Borgogno proponeva all’assaggio l’annata 2008 del suo Liste e una riserva del 2006, entrambe molto buone (con una preferenza per il secondo, un po’ più assestato). Come sempre molto affidabili i Barolo e i Barbaresco dei Marchesi di Barolo. Molto bene l’imponente Sarmassa 2008 e un fine Barolo di Barolo della stessa annata. Di quest’ ultimo, è stato proposto all’assaggio anche il 1982, emozionante nella sua austera nobiltà. Una riuscita valida anche per la selezione Serragrilli di Barabaresco, proposta nella versione del 2009. Chiudiamo con i gioielli di Elio Grasso, due magnifiche riserve della vigna Runcot, del 2006 e 2007 . Difficile scegliere tra le due, anche se oggi ho una lieve preferenza per quello del 2006, superbo per intensità dei profumi e fusione dei tannini.

 

Tra i vini della altre regioni ho trovato molte belle conferme tra i Verdicchio marchigiani: Colonnara (con gli ottimi spumanti e una interessante miniverticale del suo Tufico) , Santa Barbara, Sartarelli e Tavignano, di cui mi riservo di parlare in altra occasione più approfonditamente. Bene anche la Campania, naturalmente con i bianchi e rossi irpini, ma con piacevoli novità nel Cilento con l’Aglianico dedicato a Gillo Dorfles 2010 e un profumatissimo Fiano Pian di Stio 2012 dell’azienda San Salvatore. Molto interessante anche il giro tra i pugliesi, dove era d’obbligo fermarsi allo stand di Polvanera,con i suoi Primitivo di Gioia del Colle (ma anche del suo 17, assaggiato in cinque diverse annate, parlerò più diffusamente in altro servizio).

 

Un ultimo, fugace accenno alla manifestazione del Club degli importatori, il Club excellence, presente quest’anno con sette grandi marchi. Molte belle etichette in degustazione: molta Borgogna e Champagne, con alcune presenze di prestigio di Alsazia, Loira, Rodano e Reno. Tra i molti bei vini assaggiati in questa occasione (tra cui un magnifico Gevrey-Chambertin 1er cru Combe aux Mointes 2009 del Domaine Faiveley, importato da Sagna) mi soffermo un attimo sui due Vosne-Romanée: un eccellente 1er cru Les Suchots 2009 del Domaine Arnoux-Lachaux, importato da Cuzziol , e un village, degno del rango di un premier cru, della stessa annata, del rinato Domaine Engel , oggi Domaine d’Eugénie, acquistato da François Pinault, già proprietario di Château Latour (importato da Heres) . Puro velluto il primo, un magnifico Pinot, dal naso intenso di frutti rossi e spezie, già perfetto adesso; molto classico e di bella profondità, inusuale per un village, il Vosne del Domaine d'Eugénie.




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