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Merano Wine Festival: il Diario della XXIII edizione

Montagne MeranoA causa del maltempo sono arrivato a Merano più tardi del previsto. C’è stato appena il tempo di passare all’albergo (il solito,affidabile Sittnerhof) per lasciare i bagagli e poi alla segreteria stampa, al Palazzo Forst, per ritirare il talloncino dell’accreditamento. Non restava che andare a cena e poi a letto non troppo tardi per trovarsi pronti per l’indomani. (Nella foto una immagine delle montagne innevate sopra Merano).

Il Merano Wine Festival è ormai molto più che i banchi di assaggio, con i suoi forse 500 espositori, tra Anteprime, Bio & Dynamica, Culinaria, le Degustazioni guidate , il Club Excellence, BeerPassion, le novità di quest’anno, Cult e il Wine World Economic Forum, e così via. Ciò nonostante non si può prescindere dai Banchi d’Assaggio: è faticoso, specie in alcuni momenti e bisogna programmare le proprie visite in modo quasi militare per cogliere i momenti migliori in cui c’è meno folla e ci si può intrattenere qualche minuto con gli espositori, com’è giusto. Per me non è utile (né civile) l’approccio “un bicchiere e via”. Ciò nonostante, pur restando per tutti i tre giorni del Festival e concedendomi molto poco al di fuori, non riesco mai a visitare tutti gli stand e debbo fare un campionamento empirico, che lascia sempre fuori molte cose interessanti.

Dunque a cena al Sigmund, proprio di fronte al Kurhaus. Appena rinnovato, è accogliente e luminoso. La carta non è amplissima, ma c’è abbastanza scelta. Mi concedo un piatto di speck (molto buono, affumicato come piace a me) e una eccellente zuppa di zucca con Camembert. Ma a splendere su tutto è stato il vino, un Pinot bianco dell’Alto Adige riserva Passion della cantina St. Pauls del 2009: al suo apogeo (anche se durerà ancora), di grande equilibrio e bevibilità, fine ed elegante, in matrimonio perfetto con la cena. Quella di St.Pauls è una bella, piccola realtà della cooperazione dell’Alto Adige: 175 ettari vitati, appartenenti a circa 200 soci, e poco più di un milione di bottiglie prodotte all’anno. La serie Passion è la sua carta più prestigiosa.Ma tutta la produzione è di buona qualità. Il Pinot bianco è il mio preferito. Da una vigna allevata a Guyot a pergola, con ceppi di oltre quarant’anni, fermenta e vene poi fatto affinare per 18 mesi in grandi botti da 55 hl. Molto fine e piacevole con le sue note di pesca gialla e mela in gioventù, di bella ma non invadente struttura, mostra appieno complessità ed eleganza dopo alcuni anni.

FilaAl mattino sono in lieve anticipo all’ingresso. Decido di togliermi subito la pratica Union des Grands Crus di Bordeaux . (Nella foto accanto: E' presto ma si fa subito fila davanti al Kurhaus).Qualche anno fa c’era solo l’ultimo giorno, il lunedì. Ora è invece presente per tutti e tre i giorni, c’è più respiro, e sul presto c’è poco affollamento. Certo il numero degli espositori è un po’ diminuito (siamo intorno alla ventina), specie per alcune appellations : quest’anno c’è un solo Pauillac, sia pure di peso, Lynch Bages, e solo due Sauternes. Negli anni passati c’erano molti Châteaux in più (da Suiduiraut a Coutet e Doisy-Daëne). Pochi i 2012 in degustazione. In maggioranza ci sono vini dell’annata 2011, poi una spruzzata di annate diverse, tra il 2006 e il 2010.Solo Gazin (Pomerol) e Léoville-Barton (St.-Julien) esibiscono un 1999, mentre Léoville-Poyferré (st.Julien) ha portato in assaggio il suo 2000. Nella confusione crescente mi è sfuggito qualche produttore che avrei voluto assaggiare (Chevalier, unico Pessac-Léognan presente, e La Lagune, un Haut-Médoc che mi è sempre piaciuto). Ecco dunque qualche nota al volo. A parte le annate più vecchie , ovviamente più assestate (Léoville Barton 1999 e Léoville Poyferré 2000) sopra tutti, tra i Saint-Julien mi sono piaciuti molto i vini proposti da Château Branaire-Ducru, un quatrième cru di buon valore e favorevole rapporto qualità- prezzo. Eccellente il grand vin del 2010, una versione molto ben riuscita , da tenere in cantina, ma anche il meno scintillante 2004 (da bere ora,) mi è sembrato di buon livello. Non hanno la potenza dei tre grandi cru di Léoville, ma hanno finezza da vendere Soprattutto il 2010 appare di un livello superiore, non lontano dai vertici dell’appellation.Molto buono anche il secondo vino, il Duluc de Branaire Ducru (un po’ meno Cabernet Sauvignon e più Merlot) , anche lui proposto nel bel millesimo del 2010, ma già godibile. Ovviamente al consueto livello i vini di Léoville-Barton (qui anche con il troisième cru Langoa-Barton) e Léoville Poyferré. Non ho invece condiviso (ma dovrò riprovarlo) l’entusiasmo che alcuni hanno avuto per il “secondo” La Réserve de Léoville Barton. Forse la bottiglia non era pronta o forse è stata schiacciata dal grand vin assaggiato subito dopo. Tra i Margaux la mia stella va imprevedibilmente allo Château du Tertre. Questo cinquième cru classé nella classificazion del 1855 è da tempo uno dei più affidabili vini del Médoc della sua fascia di prezzo, di grande regolarità. Mi è piaciuto molto il suo 2012, un’annata abbastanza opaca per il Médoc, mentre comincia a venir fuori il 2006, l’altra annata proposta in degustazione. Château Giscours (Margaux troisième cru) , proposto nelle stesse annate, ha certamente un maggior valore , ma appare ancora abbastanza chiuso, anche il 2006, ancora con tannini abbastanza serrati.

Lynch BagesUnico Pauillac, in solitudine, lo Château Lynch-Bages (Nella foto accanto le bottiglie portate in degustazione), un cinquième cru che, come lo Château Pontet-Canet, quest’anno assente, vale molto più della sua classificazione, ha proposto i vini delle sue due annate più calde (e non fra le più brillanti), 2003 e 2007.Due Pauillac densi come impone il terroir da cui provengono, già abbastanza maturi, ma con davanti a sé ancora diversi anni di vita (almeno l’annata più recente).Nella Rive Droite, tra i Pomerol, belle riuscite, in due annate difficili (2011 e 2012) di Cháteau Clinet. Il vino del 2011 ha un bel frutto e appare già apprezzabile. La sorpresa è il Clinet del 2012, di bella struttura, con dei tannini molto fini ed eleganti (Nella foto sotto: i vini di Clinet).

ClinetQuesta proprietà insiste proprio alla sommità del plateau di Pomerol, e le sue vigne sono piantate su un suolo molto graveleux, ricco di argille, da cui si traggono vini di grande finezza. Oggi è condotto da Ronan Laborde . A Saint-Émilion c’è Château Pavie- Macquin, un grand cru B, vicino di Troplong Mondot, un cru molto regolare in questi ultimi anni , di sicura personalità . A predominanza Merlot (siamo oltre l’80%), c’è all’incirca un 15% di Cabernet Franc, di cui si avverte la marcatura. L’annata 2011, ovviamente ancora troppo giovane, ha comunque una bella acidità che promette une evoluzione interessante. Molto bene il vino del 2006, potente e di sicura razza.

Ho poco tempo ancora, prima della indispensabile pausa pranzo e della prima delle due Degustazioni che ho scelto per questa edizione, quella dedicata al Tokaji Aszú di István Szepsy, di cui riferirò a parte (così come per l’altra, anch’essa dedicata a un vino dolce, anzi dolcissimo, il Pedro Ximenez Montilla-Moriles). Trovandomi nel Pavillon des Fleurs, e approfittando del fatto che la folla maggiore si era ormai addensata attorno ai tavoli dei francesi, ne ho approfittato per fare qualche assaggio di qualche campano, collocati non so perché nella stessa sala : sono vini che conosco bene e bevo spesso, ma mi sembra doveroso verso produttori . Tra i banchi mi sono piaciuti il Greco di Tufo Cutizzi 2013 di Feudi di San Gregorio e ancora di più l’opulento Giallo d’Arles di Quintodecimo. Pur di annate non esaltanti, sono sempre loro il Radici di Mastroberardino 2008, di impressionante continuità qualitativa, e il Terra d’Eclano di Quintodecimo 2011, che evidentemente ha bisogno di tempo per assorbire la barrique e di distendere la sua impressionante materia. Un Aglianico del tutto diverso (e non solo per la percentuale di Piedirosso presente nel blend) è il Terra di lavoro di Galardi 2012, anch’esso bisognoso di tempo, ma di cui si intravedono già le grandi potenzialità.

Vado dunque in pausa. La degustazione di Tokaji è alle 13.30 e c'é il tempo per uno spuntino. Il bistrot di Selbstock sotto i portici fa al caso nostro. A pochi passi, ci arriviamo appena prima che arrivi la folla. Si va nella cantina interrata, dove ci fanno compagnia gli speck appesi a stagionare. L’ambiente è “cavernoso” ma accogliente. Impossibile evitare lo speck, a cui danno seguito le classiche mezzelune alla ricotta (discrete). Ad accompagnarli, un bicchiere di spumante rosé Haderburg e una Schiava di Girlan (per la verità un po’ troppo calda).

Sono di nuovo al Kurhaus e mi dirigo verso l’Hotel delle Terme, dove mi aspetta una bella serie di otto annate di Tokaji Aszú 6 puttonyos. Ma di questa si parlerà in un servizio diverso dedicato alle MasterClasses del MWF.

 

Dopo la degustazione, ovviamente ho il palato letteralmente saturato dagli assaggi. Sono stati necessari diversi bicchieri di acqua minerale e del pane un po’ sciapo per tornare alla (quasi) normalità. Ritorno dunque al Kurhaus per un supplemento di visite agli stand: qualche spumante e qualche rosso toscano. Un passaggio dallo stand di Ferrari è d’obbligo. Ci sono le nuove cuvée, il Perlé 2007, il Perlé Nero della stessa annata e la nuova Riserva Lunelli 2006. Molto buono il Perlé bianco: i 60 mesi sui lieviti gli hanno conferito una notevole complessità aromatica, di grande finezza sul palato : magnifico il perlage, di incredibile fittezza e persistenza. Un bellissimo spumante metodo classico, che conferma la grande vocazione della Ferrari per i blanc de blancs. Molto buono anche il Perlé Nero, uno spumante ricco e intenso, dalla spuma cremosa, dai toni golosamente fruttati e dalle eleganti sfumature minerali, ma stavolta a colpirmi è stata soprattutto la Riserva Lunelli 2006, a mia memoria, mai così buona. Davvero una versione molto convincente della riserva del fondatore: non ancora come l’altra, inarrivabile riserva Giulio Einaudi, ma assai più vicina .

 

Poco distante è lo stand di Maso Martis, che produce alcuni dei miei spumanti preferiti. L’altezza dei vigneti ( 450 metri) e le conseguenti, elevate escursioni termiche assicurano a questi spumanti una freschezza e una finezza non comuni. In mancanza, quest’anno, del Madame Martis, è il Dosaggiozero 2009 (70% Chardonnay e 30% Pinot nero) a darmi le migliori sensazioni, Un ottimo Trento classico, elegante e nervoso, molto seduttivo e appagante. Di ottimo livello, ma più semplice e immediato, il Trento brut 2011.

 

Ancora qualche assaggio e poi, prima di uscire, allo stand di Capezzana. Un po’ esausto per la verticale di Tokaji fatta appena un paio di ore prima, punto sui rossi, sacrificando (ed è un peccato) il suo Vinsanto.C’è il Ghiaie della Furba, nella versione 2010, ovviamente ancora un po’ acerbo, ma una bella espressione del Cabernet di Carmignano (il Cabernet Sauvignon è al 60%, con l’aggiunta di un 30% di Merlot e il restante 10% di Syrah). Il vino prende il nome dal fatto che il vecchio vigneto che forniva le uve negli anni ’80 si trovava su un terrno molto ghaioso sul torrente Furba. Ora , da quando , agli inizi degli anni ’90, è entrata in produzione la nuova vigna S.Alessandro (100% Cabernet Sauvignon), nell’uvaggio è stato sacrificato il Cabernet Franc e sostituito con il Syrah.Un bel vino da uve francesi, molto ricco, anche se di minore volume e potenza dei bordolesi maremmani, che , con la sostituzione del Cabernet franc con il Syrah è diventato ancora più opulento. Il rosso che ho preferito, sia pure di poco, è stato ancora una volta il classico Villa di Capezzana, il vino attraverso cui, quarant’anni fa, ho conosciuto per la prima volta il Carmignano.

villa-di-capezzanaOggi è per 4/5 Sangiovese e la restante parte Cabernet. Il Capezzana non era in degustazione, ma cortesemente mi è stato fatto assaggiare il vino del 2009 (Nella foto accanto: il Villa di Capezzana). Molto buono, anche se, provenendo da un’annata calda, con un tenore alcolico sostenuto (siamo sui 14°5). Certo i cambiamenti climatici costituiscono un problema per i vignaioli e per questi vini che in principio possono puntare sulla finezza, più che sull’opulenza. Infine ho assaggiato il Villa di Trefiano della stessa annata.: da una vigna che sta appena un po’ più in alto e con un po’ di Canaiolo nell’uvaggio, una bella espressione del territorio e dello stile di questa classica cantina.

 

Dopo una bella passeggiata (fortunatamente senza pioggia) nel viale alberato di via Verdi, che mi porterà all’Hotel Sittnerhof, c’è il tempo per ritemprarsi e gustare una cena leggera e un bicchiere di vino prima di ritornare in Centro per andare al Teatro comunale Puccini (un grazioso gioiellino Liberty costruito il 1900) e concedersi l’operetta (La principessa della Czardas di Lehar) messa in scena per iniziativa del Merano Wine Festival (Nella foto sotto: un particolare del Teatro).

Teatro PucciniAttori e cantanti bravi, spettacolo molto gradevole, in un ambiente raccolto e accogliente. Però, mi sia consentito dire: che gentile l’organizzatore, il sig. Cavini. Gli avevo scritto una Mail per chiedergli se e come fosse possibile prenotarsi e acquistare i biglietti telematicamente e si è offerto di farmeli trovare direttamente prima dello spettacolo. Sua anche la presentazione, molto garbata, dello spettacolo. Al termine (sono passate da poco le 23) ancora non piove e l’aria e mite, per cui rinunciamo al taxi e prendiamo la strada del ritorno a piedi.

 

La domenica mattina sono di nuovo al Kurhaus. Volevo affacciarmi allo stand di Scala Fenicia, una piccola cantina di Capri , di cui mi avevano parlato molto bene,ed ero curioso di verificare, visto che due anni prima avevo scritto in un mio libro che non avevo memoria di alcun vino dell’isola degno di essere ricordato. Al banchetto ho trovato il giovane titolare, Andrea Koch, che mi ha dato le informazioni necessarie .L’azienda si trova in uno dei più incredibili e panoramici luoghi di Capri: sopra l’antica Scala Fenicia, una lunga e ripida scala in pietra attraverso la quale è possibile raggiungere, dal porto di Marina Piccola a Capri, la città di Anacapri. E’ detta così perché un tempo si riteneva scavata dai Fenici, mentre è molto probabilmente stata tracciata dai coloni greci: Per moltissimo tempo è stata l’unica via che permettesse di trasportare acqua e merci , naturalmente a braccia, fino ad Anacapri. La vigna, appena 4000 metri quadrati, è stata impiantata nel 1968, è allevata a pergola e contende lo spazio ai limoni e alla macchia mediterranea sulle caratteristiche terrazze protette da muretti rigorosamente a secco. Le uve , in prevalenza Greco , qui noto come Ciunchese, e per il resto Falanghina e Biancolella, vinificate in una piccola, incredibile cantina di appena 40 mq. di origine ottocentesca, ricavata da antiche cisterne per l’acqua di epoca romana, permettono di produrre un solo vino, bianco,un Capri bianco doc: un vino praticamente scomparso, e miracolosamente riportato in vita dal giovane Andrea, strana figura di laureato in filosofia e musicista.

Scala FeniciaE il vino? Il vino naturalmente è buono, davvero piacevole: non un grande vino, ma quello che era il vino di Capri per chi un po’ se lo ricorda: un vino delicato, fresco e agrumato, di struttura leggera, fragrante di toni fruttati e floreali (Nella foto a lato. la bottiglia dello Scala Fenicia). D facile e immediato approccio, ma non banale: un vino da bere, come facevo molti anni fa, su una sdraio sulla scogliera, leggendo un buon libro. Compiuta la mia missione, e ripromettendomi di visitare di persona la vigna di Scala Fenicia,decido di restare nel Kursaal, dove era anche ospitata la sezione Extremis, per assaggiare qualche vino, bianco e rosso, del Nord Est (Trentino-Alto Adige e Friuli), prima di andare alla degustazione di Montilla-Moriles, alle 12.

E’ stato un giro molto piacevole e rilassante: ottimi vini, atmosfera abbastanza tranquilla, produttori rilassati, è stato persino possibile scambiare qualche impressione. Ovviamente i bianchi hanno fatto la parte del leone, con molti bei vini, in prevalenza da una singola varietà, con qualche blend, come si usa in Friuli e alcuni cominciano a fare anche in Alto Adige.

 

Tra i blend, bella conferma (ma non è una sorpresa) del Vintage Tunina di Jermann, uno dei vini apripista di questo approccio. Da uve Sauvignon e Chardonnay, con aggiunte di Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit, raccolte tardivamente, è un vero e proprio uvaggio (le uve vengono vinificate insieme). Il Vintage Tunina (Tunina, Antonia, era il nome della proprietaria del vigneto originario, oltre che di un’amante di Giacomo Casanova) è stato prodotto per la prima volta ormai quasi 40 anni fa, nel 1975, ma i primi tentativi di vinificazione risalivano a due anni prima. Ora è prodotto con le uve di una vigna di 16 ha. sul Ronco del Fortino, esposta a sud-ovest, nord-est con un suolo marnoso-sabbioso di età eocenica, caratteristico del Collio.

 

Il vino del 2012 ha uno spettro olfattivo ricco e articolato, che riassumono in modo unico e originale le note caratteristiche delle varietà concorrenti; sul palato è vibrante, di bella tensione e persistenza .Un bianco di grande finezza ed eleganza.

 

Tra i bianchi monovarietali, spicca come sempre lo Chardonnay Löwegang di Alois Lageder, proposto in degustazione nella versione del 2011. Da uve Chardonnay 100% della tenuta Löwegang a Magré, caratterizzata da suoli sabbioso-ghiaiosi molto calcarei, e da un microclima caldo ma con forti escursioni termiche giorno-notte, questo vino mostra, anno dopo anno, una impressionante regolarità: si tratta di un bianco di struttura salda, ma non opulento, un po’ di stile borgognone, che ha non ha timore del legno, anche nuovo, che è comunque ben assimilato, per nulla prevaricante. Ha bouquet complesso, è fresco e appagante sul palato, con piacevole chiusura ammandorlata: uno dei gioielli di questa magnifica cantina, portabandiera della vitivinicoltura biodinamica nell’Alto Adige, sapido, molto fine e persistente.

 

Tra gli Chardonnay mi è piaciuto anche il Linticlarus di Tiefenbrunner 2011, anch’esso ormai un classico : é un bianco caldo, potente e di sostenuto valore alcolico (14°), fermentato in barriques di rovere francese (per il 40% nuove), nelle quali compie anche la fermentazione malolattica. Proviene da un vigneto esposto a sud-sudest a 250 -300 metri a Niclara, su un suolo ghiaioso-calcinoso, ricco di sedimenti morenici. Al naso propone toni di nocciola fresca, frutta tropicale matura e di tostatura . E’ un vino strutturato e molto armonico, che ha resistenza e appare in grado di accompagnare ottimamente risotti autunnali e anche carni bianche.

 

Tra i vini da Pinot bianco, una varietà dalla quale si traggono alcuni dei migliori (e tra i più “gastronomici”, cioè adatti ad accompagnare la tavola) vini bianchi dell’Alto Adige, ma che è spesso offuscata, presso il grande pubblico, dalla potenza aromatica del Traminer aromatico e del Sauvignon, mi ha ancora una volta colpito molto favorevolmente la riserva Passion della Cantina St.Pauls, di cui ho avuto modo di apprezzare la versione del 2011: una magnifica espressione della varietà e del territorio, di grande pulizia e precisione (Nella foto sotto, a sinistra: la bottiglia del Passion riserva Pinot bianco).

img-st-pauls-passion-2011-weissb-riserva-240-500Da una vigna di 40 anni, sita nel comune di Appiano Monte, a 600 mt. di altitudine, con esposizione sud est, su un suolo calcareo, molto ciottoloso, é un bianco elegante e di bella struttura, agrumato all’olfatto, arricchito da sentori molto fini di frutta bianca (pesca e limoncella), sapido, equilibrato e persistente sul palato.

 

Capitolo Sauvignon: sono sempre di più numerosi i vini proposti da questa varietà, con registri anche molto diversi tra loro. Tra i molti assaggiati, tutti di buon livello, ne segnalo uno davvero particolare. Non è certo un vino che passa inosservato il Segré 2011 del Castello di Spessa: un Sauvignon del Collio, un vino molto ricco e concentrato, da uve non diraspate, di grande potenza e dal bouquet esplosivo, e tuttavia equilibrato nonostante l’elevato tenore di alcol.

 

Tra gli altri bianchi da singola varietà, è ancora una volta molto convincente Feldmarschall di Tiefenbrunner. Questo vino viene da una varietà che non ha la nobiltà di un Riesling, il Muller-Thurgau, ma da un microsito di eccezione, quello dell’altipiano di Favogna, a oltre mille metri di altitudine, ben protetto dai venti gelidi provenienti da Nord, e quindi con un microclima davvero particolare. Conosco questo vino da oltre vent’anni e non ha mai tradito le mie aspettative. Anche questo del 2012: vibrante e minerale, promette persino meglio, forse, di quello della vendemmia precedente. Un fuoriclasse tra quelli prodotti con questa varietà.

 

Eccoci ai rossi . Tra i vini della varietà Lagrein (in versione scura), tra le più caratteristiche dell’Alto Adige, quello che più mi ha soddisfatto per completezza ed equilibrio è stato ( e non è la prima volta) la Riserva Taber della Cantina di Bolzano, proposto a Merano nella versione del 2012. Un bel Lagrein molto balsamico, frutti neri , more e confettura di mirtilli al naso, fresco e molto armonico.

 

Tra i vini da Pinot nero non mi è riuscito questa volta di riassaggiare il Barthenau Vigna Sant’Urbano di Hofstätter, presente a Merano con il 2011 (quando sono passato allo stand c’era folla, dopo non sono riuscito a tornare). Mi sono consolato (si fa per dire, dal momento che non si tratta certo di una seconda scelta) con il Krafuss 2010 della già citata Cantina Legeder. Davvero un ottimo Pinot nero di questa regione, forse quello che maggiormente mi ha evocato lo stile della Côte de Beaune.

krafuss ojzIl Krafuss (Nella foto a sinistra l'etichetta) proviene da una vigna con lo stesso nome, posta sulla collina di Appiano/Montagna all’altezza di 400-450 metri, esposta a sud est, con un clima molto fresco, reimpiantata ad alta densità con nuovi cloni di Pinot nero nel 1991. Il suolo è argilloso-calcareo, con calcari di origine morenica. Dal 2013 a conduzione biodinamica (nel 2009 non lo era ancora), dopo la malolattica (in acciaio) ha compiuto il suo affinamento per 12 mesi in barriques di legno nuove per un terzo. Granato con sfumature rubino, al naso piccoli frutti rossi , ciliegie scure, pepe bianco, è setoso e insinuante sul palato, di bella ampiezza e persistenza.

 

Mi è tutt’altro che dispiaciuto anche il Pinot nero riserva Passion 2010 della Cantina di St.Pauls. Proviene dalla vigna Unterhausen, esposta a sud est sotto Castel Appiano, ai piedi del gruppo montuoso della Mendola. Ha 18 anni di età ed è piantata su un terreno di origine morenica, con scheletro calcareo e ricco di argille rosse molto fini. Vinificato in acciaio, affina lungamente (per 18 mesi) in barriques Ha colore granato, bel naso di ciliegia ed amarena, con evocazioni di frutti di bosco e spezie; sul palato ha profondità e molta finezza.

 

Nessun dubbio per quanto riguarda i vini da varietà bordolese: lo scettro spetta ancora una volta al trentino San Leonardo. La degustazione delle annate 2008, 2007 e di un formidabile 2000 del vino bandiera della cantina è stata preceduta da quella degli altri due rossi aziendali, il Terre di San Leonardo (da uve Cabernet- Merlot, ma con un’aggiunta di Carmenère) del 2011 e Villa Gresti (Merlot con saldo del 10% di Carmenère) 2008, entrambi in versioni molto riuscite. Il San Leonardo è un vinaggio (le uve Cabernet Sauvignon e Franc, Merlot e Carmenère, da viti di 20-50 anni, sono infatti vinificate separatamente e poi assemblate).

san-leonardo-2007-075-lIl 2007 viene da un’annata molto calda e secca, nella quale la ripresa vegetativa e la fioritura sono state molto precoci. Più ricco e concentrato di altre annate, il 2007 è ovviamente ancora lontano dal suo apogeo, ma già apprezzabile, con note vegetali e di confettura di frutti rossi, caldo e di bell’impatto sul palato, con una trama tannica molto fine. Il 2008 è ancora un po’ acerbo, ma ha bel colore e un naso fruttato intrigante, con lievi sfumature erbacee: lascia comunque intravedere un buon San Leonardo di tipo classico, di minore potenza di quello del 2007, ma molto fine e di buona profondità. (Nella foto sopra,a sinistra, la bottiglia del San Leonardo) Ovviamente il discorso è tutto diverso per il vino del 2000, che a mio giudizio è ora al suo apogeo. Forse non pari al 1990 e al 1999 (forse il top di questo stupendo vino), ma comunque molto vicino: una eccellente riuscita, molto classico.

 

Tra i friulani da varietà bordolesi, merita la segnalazione il Monsclapade (Merlot 60% + i due Cabernet in ugual proporzione per la parte residua) , anch’esso una vecchia conoscenza per gli appassionati, assaggiato in tre annate: 2010, 2009 e 2004. Potente ed esuberante di alcol, è lungamente affinato (24 mesi) in legni piccoli, in parte nuovi e in parte di secondo e terzo passaggio: E’ un vino di grande seduzione e impatto, proveniente da uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, ha colore rubino con riflessi granata, ha naso intenso di frutti rossi,cuoio e tabacco, sul palato è morbido , con tannini molto fini, con note di liquirizia e cacao.

 

Una menzione meritano infine i vini di Renato Keber, che, oltre a un Merlot del Collio in purezza (La Riserva Grici 2007), molto piacevole e balsamico, ha proposto all’assaggio due bianchi monovarietali molto ben fatti: un Friulano riserva Zio Romi (vendemmia 2011), franco e sapido, e un Sauvignon (la riserva Grici, di cui ho assaggiato i vini del 2010 e del 2009, di sicura personalità e con un bouquet ricco e articolato, senza gli eccessi vegetali che spesso ritrovo nei vini da questo vitigno. Tutti vini molto validi, di carattere deciso,sapidi, tutt’altro che privi di finezza, che esprimono la personalità del  produttore, vignaiolo appassionato e di estrema cortesia nel contatto e nel fornire le informazioni.

 

Dopo la verticale di Pedro Ximenez, si va a pranzo: quello che ci vuole per rigenerare le mie papille letteralmente anestetizzate dallo zucchero residuo (parliamo di 300 e più grammi /litro) . Questa volta scegliamo un altro bistrot sotto i portici: proprio di fronte al Seibstock è il Sieben, un locale moderno, ma abbastanza accogliente. Ci lasciamo tentare dalla zuppa di zucca al tartufo nero (molto buona) e da uno spezzatino di cervo (accompagnato dagli inevitabili Spätzlen, gli inquietanti gnocchetti verdi tirolesi che da queste parti non mancano mai con le preparazioni di selvaggina in umido). Per accompagnarli un bicchiere di Pinot bianco dell’Alto Adige (ancora il Passion della Cantina di St.Pauls) e uno di Pinot nero di Colterenzio.

 

Sono incuriosito dalla sezione dedicata ai vini rumeni. Non mi è riuscito di andare alla presentazione del libro di Marinela Ardelean, ma una selezione d vini di 14 aziende è nella Czerny Saal per tutti e tre i giorni del Merano Wine Festival, e decido di farci un salto. Prima di andarci, rientrando verso il Kurhaus, devio in direzione dell’ Hotel delle Terme, per assaggiare qualcuno dei vini proposti dal Club degli importatori, il Club Excellence. Anche quest’anno c’è una bella presenza di importatori di prestigio (in ordine alfabetico) Balan, Cuzziol, Heres, Meregalli , Pellegrini, Sagna, Sarzi Amadé, Vino & Design. Naturalmente, tra i vini proposti all’assaggio, è la Francia a fare la parte del leone, e, tra le varie regioni, Champagne e Borgogna sopra tutte, poi Alsazia. Assaggio due bei Champagnes di Jacquesson e una selezione di borgognoni rossi. Due le etichette che mi hanno più colpito: lo Champagne Avize Grand cru Champ Cain di Jacquesson tra gli Champagnes e lo Charmes-Chambertin grand cru del Domaine Perrot-Minot. Su di essi spendo qualche parola in più perché probabilmente un po’ meno noti dei prodotti nazionali.

 

Jacquesson (i suoi Champagnes sono importati da Pellegrini) è tra le case più antiche della Champagne, essendo stata fondata da Memmie Jacquesson nel 1798. Si trova a Dizy , appena a nord di Épernay, e produce 300-400 mila  bottiglie l’anno, esclusivamente da grands e premiers crus. Agli inizi dell’800 la protezione dell’imperatore Napoleone gli valse una posizione di preminenza sul mercato. Il figlio del fondatore, Adolphe, contribuì a perfezionare i metodi produttivi dello Champagne, e a renderne più sicuro il trasporto con alcune importanti innovazioni da lui introdotte : l’impiego della cosiddetta “Réduction François”, con la quale riuscì a ridurre sensibilmente (fino a solo il 4%) la percentuale di esplosioni delle bottiglie, nonché del classico muselet, la gabbietta metallica che (ancora oggi) ferma i tappi. Attualmente appartiene alla famiglia Chiquet, che la acquistò nel 1974. Motto dei fratelli Chiquet è “ preferire l’eccellenza alla costanza”: certo è che la qualità dei loro Champagnes non ha mostrato alcuna flessione in questi anni. Questa casa assegna grande valore alla trasparenza dell’informazione, avendo la consuetudine di rendere noti al consumatore tutti i dettagli relativi alla produzione delle loro cuvées non millesimate, su cui i produttori spesso conservano un eccessivo riserbo: le cuvées sono identificate ciascuna da un numero (a Merano abbiamo assaggiato   la cuvée 737), mentre tutte le informazioni rilevanti (annata di provenienza, percentuale di vini di riserva impiegata, percentuale delle uve costituenti il blend, data della sboccatura e dosaggio) sono puntualmente descritte nella retroetichetta dosaggio. Oltre alle cuvée non millesimate, l’azienda produce però da alcuni anni anche alcuni Champagnes con uve di una singola vigna.

JacquessonLo Champ Cain (Nella foto a fianco la bottiglia) è uno di essi, e proviene dalla vigna omonima di Avize, uno dei migliori terroir per lo Chardonnay. In passato le uve di Champ Cain, che si trova nella parte più bassa di Avize, dove il suolo è ricco, oltre che di gesso, di argilla (ciò che gli consente di sviluppare una struttura potente e una grande intensità), venivano assemblate con quelle di altre due vigne , anch’esse di Avize: La Fosse e Nemery. La prima versione come single Vineyard Champagne è quella del 2002. Ne deriva uno Champagne davvero particolare, con una forte , inconfondibile, identità. Si tratta di uno Champagne diverso da altri del terroir di Avize che abbiamo assaggiato, che risultano da un blend di parcelle diverse. Forse meno bilanciato della precedente versione in assemblaggio, é intenso, potente, uno champagne che esalta la mineralità, di grande personalità. Gli altri Champagnes grand cru prodotti da questa Casa (non però presenti al Merano Wine Excellence, peccato) sono un formidabile Blanc de Noir (100% Pinot nero) di Ay, il Vauzelle;   un altro blanc de blancs, il Corne Bautrey, da una vigna di Dizy, e un interessante Rosé di saignée da una vigna che confina con Hautvillers .

Lo Charmes-Chambertin del Domaine Perrot-Minot assaggiato, della vendemmia 2011, è importato dalla Balan. Quella del 2011, in Borgogna, è stata un’annata medio-buona: simile per certi aspetti alla 2007, di cui ha la ricchezza di frutto, ma con meno volume della 2009, le altre annate calde di questi ultimi anni: inferiore probabilmente alla 2012, ma con belle riuscite da parte dei produttori che hanno saputo interpretare l’annata e le sue bizzarrie. Il Domaine Perrot-Minot si trova a Morey-Saint-Denis, dove possiede una parcella di   mezzo ettaro nel premier cru La Riotte: esso ha possedimenti anche nella vicina Chambolle-Musigny, tutti in climats premier cru, a Vosne-Romanée (Les Beaux-Monts, 1er cru, e nel lieu-dit Les Champs Perdrix, un village) e a Nuits-Saint-Georges (due ettari a La Richemone, e qualche migliaio di metri quadrati a Les Cras e Les Murgers, anch’essi premier cru), ma i pezzi più pregiati sono a Gevrey-Chambertin, dove Christophe Perrot-Minot possiede due belle parcelle di un ettaro ciascuna nei grand cru Mazoyères-Chambertin e Charmes-Chambertin. L’AOC permetterebbe curiosamente di imbottigliare il Mazoyères distintamente o con l’appellation Charmes-Chambertin (ma non il contrario): tuttavia Perrot-Minot preferisce produrli con etichette distinte, anche per valorizzarne la diversità.

label-charmes-highCharmes è solitamente più accattivante di Mazoyères, che invece è più austero e bisognoso di tempo. Questo Charmes del 2011 (Nella foto a fianco, l'etichetta) è una versione molto ben riuscita, nonostante un’annata complicata, che ha evidenziato non poche difficoltà sin dalla fioritura, piuttosto scarsa. Il vino, benché molto giovane, è, come è spesso il Pinot nero di questo terroir , già godibile, con un bel naso di frutti di bosco e humus; sul palato mostra profondità e concentrazione , ottima persistenza e lunga chiusura.

 

 

 

 

 

 

Sono infine pronto per i vini rumeni. Sono curioso perché ne ho bevuti pochissimi in passato e soprattutto di un passato che non esiste più. Caduto il regime di Ceasusescu, infatti, è cambiato tutto. Non che non mi sia capitato anche allora di assaggiare qualche rosso discreto (soprattutto da uve Merlot e Cabernet), ma piuttosto rustico e non certo paragonabile a un bordolese e neppure a un nostro maremmano. La Romania è una regione che non è affatto nuova alla produzione di vino: è invece molto adatta alla coltivazione della vite (le condizioni climatiche sono molto favorevoli), e di fatti lì il vino si è cominciato a produrre già in epoche lontane, prima dei romani, raggiungendo anche una buona fama alla metà dell’ottocento. Dopo l’invasione della fillossera, che ha portato alla scomparsa di molte varietà native, il regime di Ceasusescu aveva imposto standard solo quantitativi, per rispondere alle richieste del mercato sovietico, e gran parte di quella che era la grande tradizione locale era andata perduta.

I produttori presenti sono 14, anche se due di essi (Crama Girboiu e Crama Oliver Bauer) , per una evidente svista del correttore di bozze, sul catalogo sono etichettati come campani. Ho assaggiato i vini di nove produttori, cominciando dai bianchi, prevalentemente da vitigni internazionali (soprattutto Sauvignon blanc).

Molto ben confezionati tecnicamente, gradevoli, fatti per piacere a un pubblico internazionale : tra questi un piacevolissimo Riesling Renano del 2012 dell’azienda Nachbil,di Beltiug, in Transilvania, e un buon Pinot gris 2013 della Amb Liliac (Liliac significa pipistrello, un nome significativo nella terra di Dracula).Ma a interessarmi di più sono stati quelli prodotti con le varietà autoctone, la Fetească Alba e la Fetească Regală. Molto buoni, comunque, i Sauvignon della Serve (Società Euro Romena di Vini Eccezionali), un’azienda fondata nel 1994 per iniziativa di Guy Tirel de Poix, figlio dell’ ex-proprietario della Maison Piper-Hedsieck), e di Vitis Metamorfosis: c’è molta Italia in quest’ultima cantina, che vede la compartecipazione di Antinori. La Cuvée Amaury 2012 di Serve non è un Sauvignon in purezza: bensì un uvaggio a maggioranza Sauvignon, ma con il 31% di Riesling e il 13% di Chardonnay. Un bianco di stile Pessac-Léognan, di buona complessità, non privo di eleganza.

Veniamo ora agli autoctoni. La Fetească Albă (il nome significa giovane donna bianca)è una varietà di origine moldava, simile alla Leányka ungherese, con la quale è stata talvolta confusa, ma geneticamente diversa: dà vini di buon corpo molto profumati, con note di agrumi e frutta gialla (soprattutto pesca e albicocca). La Fetească Regală è, come suggerisce anche il nome, geneticamente vicina alla Feteasca Albă: da questa varietà si ricavano vini secchi e di buona freschezza, con un bouquet floreale e di frutta tropicale.A me sono piaciuti il Diamant Selection (un blend delle due varietà) di Villa Vinea, e il Fetească Regală in purezza della Prince Stirby di Dragasani.

Villa Vinea è una cantina nuova (è stata fondata nel 2008) nella valle della Ternava, in Transilvania. Anche in questa c’è un po’ d’Italia, con l’enologo Celestino Lucin (enologo dell’anno nel 2009), che lavora in stretto contatto con il team rumeno. Ha invece origini antiche la Prince Stirbey.per quanto fondata ( o meglio rifondata) solo nel 2001 dalla Baronessa Ileana Costinescu, erede del principe Barbu Stirbey, e dal marito, Jacob Kripp, un barone sudtirolese, la cui famiglia aveva una tradizione nel mondo del vino. La proprietà Stirbey è documentata dal XVII secolo: le vigne furono piantata tra il 1873 e il 1946 dal principe Barbu. Ereditate dalla figlia Maria, nel 1946, furono poi espropriate dal regime di Ceasusescu, per poi essere riacquistate , appunto, nel 2001 dalla nipote di Maria. La proprietà comprende circa 30 ettari di vigna: le uve sono vinificate in una cantina costruita negli anni ’20 dal principe Stirby. L’enologo è tedesco, Oliver Bauer. L’azienda è fortemente impegnata nella valorizzazione delle varietà autoctone, come la Feteasca Alba e Regala, la Tămâioasa Româească e il Crâmpoşie (da cui ricavano uno spumante metodo classico) e il Negru de Drăgăsani.a bacca rossa. I vini assaggiati sono tutti di buon livello, con una menzione per il Negru de Drăgăşani, a Merano proposto nella versione del 2011.

Negru-de-Dragasani4 StirbeySono ancora pochi gli ettari piantati con questa varietà, in Romania (nel 2008 erano solo 6 ettari), ma in crescita, perché sembra avere un potenziale migliore del Novac, tra cui la Prince Stirbey sembra sia il principale produttore.Insieme con la Fetească Neagră è la varietà indigena a bacca rossa forse più interessante della Romania. Quello della Prince Stirbey, del 2011, è un bel rosso, caldo e molto corposo, ma con bei tannini,per nulla graffianti, con un naso di frutti di bosco rossi e scuri , al palato note cioccolatose non stucchevoli, di buona persistenza.

Di Fetească Neagră mi sono piaciuti i rossi di due aziende “italiane”. Uno è quello di Vitis Metamorfosis, a cui ho già annunciato, Cantus Primus Dealu Mare del 2012 (nella foto sotto).

Feteasca Naegra Cantus PrimusSi tratta di un Fetească Neagră in purezza, un bel rosso corposo, prugna e ciliegia scura al naso, una buona polpa, ricco,ma non debordante di alcol. E’ invece un uvaggio di Fetească Neagră e Negru de Drăgăşani e Novac, i tre autoctoni a bacca rossa di questa zona , un terzo ciascuno, il Needea Mehedinti 2011 di Vinarte. Interessante anche il Prince Matei 2009 (100% Merlot) di questa casa, uno dei più riusciti nella sua categoria: frutti di bosco, note d’erba, spezie in questo Merlot robusto e alcolico (oltre 14° ), ma per nulla rustico.Vinarte é tra le cantine più antiche (si fa per dire, parliamo del 1998) della Romania,fondata da Sergio Faleschini, che ne è il Presidente, e dalla famiglia Albisetti, produttore di vino in Toscana, insieme con altri imprenditori. Tra i migliori rossi assaggiati è il Rubin Selection 2012 di Villa Vinea, col quale chiudo la degustazione: un insolito uvaggio di Merlot e Zweigelt (un’uva rossa molto diffusa in Austria, nata dall’incrocio di Blaufrankish e Sankt Laurent) in parti uguali: fine e molto armonico, con tannini morbidi , di buona freschezza.

Resterebbe molto ancora da dire (e assaggiare), ma tanto può bastare per ora, per motivarmi all’acquisto del libro di Marinela Ardelean, del quale riferirò in una delle prossime recensioni. Chiudo la giornata tornando all’albergo , pregustando la cena: la domenica c’è un menu più ricco e lo chef si è dato da fare.

 

 

Lo chef si è davvero dato da fare, e nonostante la stanchezza inducesse alla sobrietà, abbiamo mangiato più di quanto avremmo forse voluto. Peccato per i vini, per la carta in verità un po’ ristretta. Restiamo però sull’Alto Adige: prima un Pinot bianco Schultauser di San Michele Appiano e, sulla carne, un Merlot Praedium 2011 di Colterenzio, che hanno fatto la loro parte. Davvero piacevole il dessert di castagna accompagnato da una salsa di cachi.

 

Al mattino del lunedì siamo di nuovo pronti per tornare ai banchi di assaggio. Ci sono le vecchie annate, ma non potrò trattenermi oltre l’una, per cui non potrò assaggiarne molte. La sera dobbiamo essere di nuovo a Bologna e le possibilità di viaggio non sono tantissime a meno di arrivare di notte. Ho appuntamento con amici del luogo alle 11 nella sala del Piemonte per assaggiare insieme qualche Barolo e qualche Barbaresco.

 

Sono in anticipo e ne approfitto per assaggiare qualche Brunello. Prima di scendere nella sala Kursaal mi fermo qualche minuto (per fortuna non c’è tantissima folla), allo stand di Biondi Santi nella Rotunde: una tappa obbligata.

brunello-fronteCi sono le annate 2008 e 2009. Sono entrambe ancora un po’ crude, ancora un po’ troppo giovani, ma non tanto da non far intravedere il loro potenziale. Molto buono il Brunello del 2009, a partire dal bouquet, ricco di evocazioni di frutti rossi e floreali, molto balsamico e minerale, unisce struttura a finezza; ma davvero affascinante quello del 2008: frutti di bosco, viole appassite, humus, corteccia, sul palato spezie finissime, tannini potenti ma per nulla rudi, grande persistenza gusto-olfattiva. Da aspettare ancora qualche anno perché si distenda appieno. Purtroppo non ci sono le Riserve.

 

Assaggio ora i Brunelli di un’altra zona classica, Sant’Angelo. Quelli di Lisini sono non da oggi tra i miei preferiti. Sono dsponibili il Brunello del 2009 e l’Ugolaia del 2008.

ugolaia genericaGrande l’Ugolaia , da una vigna di un ettaro e mezzo , sito tra le frazioni di Sant’Angelo in colle e Castelnuovo dell’Abate, a sud di Montalcino, ad un’altitudine di 320 metri, viene prodotto solo nelle annate migliori. Un Brunello concentrato, ma non eccessivamente opulento, all’olfatto ciliegie, visciole e prugne nere, tannini potenti, acidità vibrante. Tra qualche anno sarà una splendida bottiglia.

 

Non ho più molto tempo prima del mio appuntamento, ma mi imbatto nello stand di Lionel Cousin, “il francese” di Montalcino, e non posso non fermarmi. I suoi vini diventano di anno in anno più interessanti, ed inoltre riflettono un approccio molto personale. Mi piace la sua assenza di dogmatismo, anche nel modo di intendere la biodinamica, molto fattuale: un soffio di Borgogna (Lionel si considera un allievo di Jayer) in una regione che negli anni passati aveva guardato soprattutto a Bordeaux. Qualche anno fa mi aveva già colpito il suo 2002, l’annus terribilis della vitivinicoltura italiana: certo non un grandissimo Brunello, ma un ottimo vino, che col tempo ha mostrato una bella qualità. Approdato a Montalcino negli anni ’70, oggi Lionel ha la sua fattoria su una collina sassosa sopra l’Ombrone. Con questo nome produce un Sant’Antimo potente e alcolico, un blend di composizione variabile, secondo annata, principalmente costituito da uve Cabernet Sauvignon e Merlot, ma nel quale non di rado entra anche il Sangiovese : nel 2004 era il 25% e nel 2006 addirittura il 50%; in altre annate (come la 2005 e la 2007) non c’era per nulla; nelle annate 2008 e 2009, che ho assaggiato a Merano, il 15% (50% Cabernet Sauvignon e il resto Merlot). Caldo e balsamico, frutti rossi e note floreali al naso, molto morbido sul palato, un bel rosso toscano più che bordolese, nonostante l’uvaggio.

cupanoPotenti e concentrati, di grande opulenza, i Brunelli di Lionel. Ho potuto assaggiare insieme, in una vera e propria miniverticale, i Brunelli di cinque annate: 2004, 2005, 2007, 2008 e 2009. Il Brunello del 2009 lascia intravedere una grande materia, che ovviamente ha bisogno di tempo per dispiegarsi appieno, davvero notevole il 2008, forse più dinamico, grassi ed opulenti 2006 e 2007; il vino del 2005 , da un’annata forse meno favorevole,è molto equilibrato e , al confronto, delicato. La palma va comunque al Brunello del 2004, che ha potuto avvantaggiarsi anche di un congruo numero di anni per affinarsi: rubino-granato impenetrabile, ha bouquet complesso ed elegante, nel quale l’apporto di legno è ormai assorbito, sul palato è vellutato, di notevole persistenza. Mi è spiaciuto non aver potuto attendere la riserva 2008, che avrebbe dovuto arrivare di lì a poco, perché mi è sembrato che Lionel abbia grandi aspettative su quel vino. Mi riservo di assaggiarlo comunque quanto prima.

 

Scendo al Kursaal: all’ingresso trovo i miei amici e possiamo così goderci un po’ di Piemonte. Di solito me lo riservo l’ultimo giorno: c’è meno folla, ci sono meno interferenze di degustazioni ed altri eventi. Non posso rendere conto di tutti gli assaggi. Accennerò solo ad alcuni che mi è sembrato introducessero delle novità. Tra queste sicuramente sono compresi i nuovi Barolo di Ceretto e Prunotto, nei quali il cambiamento di stile è nettamente avvertibile. Il Barolo Bussia e il Bussia Vigna Colonnello riserva 2009 di Prunotto sono ben diversi dai vini di appena qualche anno fa. In degustazione era anche il Bussia 2004 e , sia pure con un vino più vecchio di cinque anni ( e di una grande vendemmia) fa, è stato possibile fare un confronto, sa pure approssimativo. Tre Baroli di impeccabile esecuzione, ancora in divenire, non più coperti da sensazioni legnose e di tostatura.

villa colonnello 2008Soprattutto il Vigna Colonnello mostra una grande materia, intenso e balsamico, evolverà splendidamente per moltissimi anni. Un cambiamento deciso è avvertibile anche nelle annate più recenti del Barolo Brunate di Ceretto (erano in degustazione 2005, 2006 e 2010).L’apporto delle barriques è stato molto ridimensionato : solo il 20% di legno nuovo, poi ancora 15 mesi in botti grandi, e si avverte subito: grande finezza, tannini morbidi ed eleganti, lunghissima persistenza. Un vino, quello del 2010, certamente da aspettare, ma già sorprendentemente godibile. Tra gli altri Barolo di Cannubi merita una menzione quello, davvero esemplare, di Damilano, di cui ho apprezzato anche l’ottimo Cerequio, di grande potenza (entrambi del 2010).Tra i Baroli di Serralunga, mi sono piaciuti molto quelli di Schiavenza. Erano disponibili il le riserve Broglio 2004 e 2008 e il Prapò 2007, tutti vini di annate molto favorevoli,Si tratta di Barolii con una grande capacità di esprimere il territorio dalla grande persistenza, molto intensi ed appaganti.

 

Infine un cenno ai Barbareschi di Albino Rocca. Sono in degustazione due cru dell’annata 2011,l’Ovello vigna Loreto, e il Ronchi.Molto bello il vigna Loreto, una piccola vigna, di appena mezzo ettaro, di 35 anni in media, a 240 metri di altitudine, esposta a sud est, molto elegante, con una bella freschezza,naso floreale, una struttura tannica già molto fine. Ronchi (da una vigna ancora più vecchia, con ceppi tra i 50 e i 75 anni) ha più struttura, una bella profondità e lunga persistenza.

 

Resta appena il tempo per uno spuntino a base di speck e formaggi locali prima di prendere il trenino per Bolzano. Arrivati a destinazione Troviamo già pronto al binario il treno per Bologna . Tutto procede liscio fino all’albergo. Non resta che la cena: decidiamo di tornare al vicino, sempre piacevole, ristorante di Franco Rossi. A tavola, inaspettatamente, berremo irpino. Prima un elegante Fiano Campore e poi un sorprendente Taurasi Fatica Contadina del 1998 in grande forma, grazie alla presenza, nel ristorante, del titolare di Terredora, col quale ci fermiamo a fare quattro chiacchiere per fargli i complimenti.

 

 

 

(Pubblicato  a puntate dal 17.11.2014)




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