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Alla scoperta del Tokaji Aszù e del Pedro Ximenez al Merano Wine Festival

Szepsy e FrancesconiLe degustazioni guidate del Merano Wine Festival di quest’anno erano 11, per la maggior parte riguardanti vini di note case italiane in verticale (Allegrini, Kante, Isole e Olena, Mastroberardino , Pepe, San Michele Appiano) . Per quanto riguarda i vini esteri, questa volta non è stata, come negli altri anni, la Francia a fare la parte del leone: accanto allo Champagne Charles Hedsieck c’è stato, per la prima volta in questa manifestazione, l’ingresso di un vino spagnolo , il Montilla-Moriles Pedro Ximenez, e di uno ungherese, il Tokaji Aszú. Sono appunto queste ultime quelle che ho scelto di seguire, un po’ per curiosità, un po’ per l’eccezionalità della loro presenza in una manifestazione italiana. (Nella foto Istvan Szepsy-a destra-  e Mariano Francesconi alla verticale di Tokaji Aszù)

Si comincia dunque con il Tokaji Aszú, grande vino botritizzato (a quanto pare il primo, che ha preceduto i Sauternes e i grandi vini dolci d Reno e Mosella) della regione di Hegyalja, in Ungheria. A presentarlo, insieme con Mariano Francesconi, il titolare della celebre cantina che ha il suo nome, Istvan Szepsy,. Otto le annate degustate, dalla più recente, quella del 2007, alla più vecchia, del 1996.

Sono dei veri fuoriclasse gli Aszú di Szepsy. La sua famiglia coltivava la vigna nella regione di Hegyalja già alla fine del XVI secolo. Si dice che quel Lazslo Máté Szepsi, il pastore-vignaiolo che la leggenda vuole inventore di questo vino, quando si occupava delle vigne della tenuta Oremus di Susanna Lorántffy a Sátoraljújhely, fosse un suo antenato.

Proprietario di 52 ettari di vigna localizzati nelle zone di produzione più prestigiose del Tokaji, produce oggi anche alcuni eccellenti Tokaji Furmint secchi da singole vigne (come Uraya e Szent Tamás, tra i cru più prestigiosi e ricchi di storia di Mád ), simili a quelli della Rheingau,molto ricercati dai conoscitori.

Durante il periodo comunista, il padre di Istvan era riuscito a salvare dalla massificazione della produzione di stato una piccola vigna indipendente fino agli anni ’70. Qualche anno dopo piantò quattro ettari di vigna producendo vini di qualità eccezionale, che però non sembravano sufficientemente tipici ai comitati di degustazione ufficiali. Quando , nel 1990, cadde il regime comunista, Szepsy acquistò altre vigne nelle zone migliori di Hegyalja e poté finalmente produrre i suoi gioielli in proprio.

Egli riteneva che il carattere ossidato dei Tokaji vecchio stile velasse , rendendole meno riconoscibili, la purezza e la eccezionale mineralità dei terroirs più vocati, e fosse dunque un difetto da correggere: cominciò così ad adottare un metodo diverso, più moderno, di vinificazione, che assicurava una maggiore freschezza. Smise infatti di aggiungere, come si faceva normalmente, le uve già pressate al vino a fermentazione già avviata, sostituendole con uve fresche aggiunte sin dal momento di inizio della fermentazione.

La proprietà Szepsy comprende attualmente 21 vigne con le varietà Furmint, Hárslevelü e Sargamuskotály in sei comuni dell’area del Tokaji di eccezionale prestigio: Mád (dove è anche la nuova cantina), Tarcal, Ratka,Talya, Mezozombor e Bodrogkderesztúr, tutti nella sezione meridionale della regione storica di Hegyalja. Qui le parcelle identificate come premier cru, specie a Mád e Tarcal, sono numerose. Si tratta di un’area di origine vulcanica, i cui suoli sono molto compositi, principalmente argillosi (nyirok), ricchi di ferro e limo, loess o un misto di argilla e loess, come a Tarcal.

Va detto innanzitutto che gli Aszú di questa casa sono in pratica degli Aszú Eszencia (tipologia che non esiste più ufficialmente) , visto che hanno spesso valori di oltre 200gr./litro di zucchero (ad es. erano 221 nel vino del 1999 , addirittura 236 nel caldo 2003).

Szepsy 96 Il meno dolce tra i Tokaji degustati é quello del 1996 (l’ultimo nella degustazione, nella foto accanto): proveniente da un’annata molto problematica, specie per il Furmint, la varietà principale, con molta pioggia, con i suoi 11° è lievemente più alcolico delle altre annate (9-9,5 gradi) e con una minore concentrazione zuccherina (179g./l.), pur se comunque notevole. Ciò non ha impedito di diventare un eccellente Aszú, molto ricco e potente.   Osservando i vini tutti insieme colpisce subito il deciso stacco cromatico tra le annate più vecchie (di almeno dieci anni dalla vendemmia), nettamente più scure, e quelle più recenti. Il Tokaji è vino che migliora con gli anni , e di fatti le annate più vecchie rivelano maggiormente   le possibilità di espressione di questo grande vino. Fantastico il 1999 (quell’anno si fece anche una versione Icewine, ossia con uve raccolte ghiacciate). Invecchiato quattro anni in fusti di legno, ha colore ambrato scuro, all’olfatto rivela nocciole tostate, toffee,caramello, frutta candita,sul palato ha vibrante acidità,a bilanciare il residuo zuccherino imponente. Un grande vino che ha davanti a sé ancora moltissimi anni.

Szepsy 2002Eccellente pure il Tokaji del 2002 (nella foto), anch’esso di fatto un Aszú-Eszencia, con i suoi 222 gr./l. di zucchero, ma con un minore tenore di acidità, dorato scuro con riflessi ramati, al naso albicocca molto matura, agrumi canditi, nocciole tostate,suggestioni di brandy, sul palato è molto equilibrato, setoso, gradevolmente dolce.

I bicchieri del TokajiGiovanissimo, ma destinato a un futuro straordinario è il vino del 2006, l’annata perfetta. Di incredibile freschezza , con un naso di grande complessità con note di agrumi e spezie (dallo zafferano alla noce moscata), di notevole armonia ed eleganza, lunghissima chiusura. Occorrono però almeno altri dieci anni per scoprirne davvero le potenzialità. (Nella foto sopra a sin. gli otto Tokaji nei bicchieri)

L’altra degustazione a cui ho partecipato è stata quella del Montilla-Moriles Pedro Ximenez Toro Albalà: un vino “eccessivo” con un tenore zuccherino fuori portata persino per i più famosi Vins Doux naturels, con i suoi anche 400 e più grammi di zucchero per litro. Denso, quasi sciropposo, ai limiti del caramello, ovviamente dolcissimo e stucchevole, è tuttavia vino affascinante, anche se un po’ démodé, per veri amatori. Un vino dopo il quale, per intenderci, non è possibile assaggiare null’altro per alcune ore.

Sessione PXLa casa Toro Albalà fa parte del ristretto numero delle case di maggiore qualità produttrici di questo vino particolarissimo. Siamo nella parte più meridionale della Spagna, l’Andalusia, tra Cordoba e Malaga (Nella foto accanto, tutto é pronto per la degustazione del PX). Quella di Montilla-Moriles è una denominazione che comprende, oltre ai comuni di Montilla e di Moriles, da cui trae il nome, i territori di Doña Mencia, Montalban de Cordoba, Monturque, Nueva Carteya e Puente Genil, e, in parte, quelli di Aguilar de la Frontera, dove si trova la cantina Toro Albalà, e di altri nove comuni. Le zone migliori sono quelle più alte (400-480 metri s.l.m.) della Sierra de Montilla e di Los Moriles.In questa regione si producono principalmente vini dolci, da dessert, con tecniche del tutto similari a quelle dello Jerez , con le quali si ottengono vini di cinque diverse categorie del tutto similari : Fino, Amontillado, Oloroso, Palo Cortado e appunto Pedro Ximenez. E’ appunto la varietà Pedro Ximenez, impiegata anche nello Jerez, soprattutto quello di Montilla, la vera protagonista di questa regione , piuttosto che il Palomino . L’uva Pedro Ximenez è molto probabilmente originaria dell’Andalusia (era già citata a Malaga nel ‘600), imparentata con un’antica varietà di uva da tavola di origine arabica, lo Gibi: ha grandi grappoli , con acini di dimensioni disuguali, ricoperti da una buccia piuttosto spessa, In un clima come quello di Montilla-Moriles, di tipo semi-continentale con influenze mediterranee, con 3.000 ore di sole l’anno e una piovosità che varia da 550 (nelle zone più secche) a 900 litri (in quelle più umide) d’acqua l’anno, i vini di questa qualità raggiungono facilmente gradazioni alcoliche elevate senza dover essere fortificate. Le vigne si trovano ad altitudini che variano da 150 fino a 600 metri , e sono caratterizzate da suoli (fondamentalmente calcare e silice) ricchi di carbonato di calcio con un sottosuolo di argille tenere povere di sostanze organiche , poco fertili . I vini di Pedro Ximenez sono densi, molto concentrati, quasi sciropposi, estremamente dolci. Di colore molto scuro, specie quando sono assai vecchi, sono vini che si potrebbero definire anche un po’ decadenti, ma che vale la pena di conoscere .

Lungo e complesso il procedimento per la loro produzione, con i grappoli che sono messi ad appassire ad una temperatura di 50-55 gradi al sole e 35-42 all’ombra con livelli di umidità bassissimi. Quando l’uva è appassita da un lato, viene voltata perché appassisca completamente, anche dall’altro lato. Completato l’appassimento (nel frattempo si sono raggiunti i 25° Beaumé dai 14-15 iniziali) si passa alla molienda (pigiatura). Con la prima spremitura, effettuata con presse orizzontali da 20 hl., con un’ampia superficie di sgrondo ed esercitando una scarsa pressione, si separa il mosto fiore (yema).La vinaccia ancora ricca di succo (el Muneco) viene sottoposta ad una seconda pressatura, La pressatura finale viene effettuata con presse idrauliche da 500 atmosfere. Il mosto viene arricchito di alcol derivante (el Orujo) dai residui dei grappoli dopo la pressatura. Il vino resta sei mesi a riposare per effettuare la decantazione e far scomparire i sentori dell’alcol aggiunto. Ogni anno parte del vino viene direttamente imbottigliata dalle vasche e parte è destinata all’invecchiamento in fusti di rovere americano. Una tecnica ancora per molti aspetti arcaica, che segue una tradizione antichissima.

L’azienda presentata nella degustazione, la Toro Albalà, ad Aguilar de la Frontera, è davvero singolare, dal momento che si trova in un’antica centrale elettrica: uno dei suoi vini più noti, si chiama appunto Electrico . Noi abbiamo assaggiato dieci vini diversi, a partire da quelli di annate più recenti, la 2012 e la 2010, per poi passare alle vecchie riserve: nell’ordine 1983, 1986, 1972, 1962, 1949, 1958,1945 fino all’incredibile 1910 . Naturalmente lo stacco delle annate più vecchie da quelle più recenti è enorme, a partire da quello cromatico (il vino da ambrato diventa color mogano scuro), agli aromi, a cui dalle evocazioni di uva appassita, miele e cioccolato, si aggungono tabacco, caramello, sentori affumicati.

PX 1972Affascinanti la Gran Riserva del 1983, molto cremosa (340 g./l di zucchero), al naso tabacco, olive nere, caffè, note affumicate, e quella del 1972,nella foto (imbottigliata nel 1996): lievemente più dolce (380g./l. di zucchero) e meno acida , ha naso opulento, nel quale si stagliano sentori di crema caffè. Splendidi il 1949 , liquoroso, dall’aroma decisamente affumicato, con un finale molto dolce , e il 1958, che abbiamo assaggiato caraffato: curiosamente con un inizio amaro, molto salato, é dolce invece nel finale. 1910Commovente il Ginés Liébana 1910 (Nella foto a sin.), un vino che ha passato il secolo di vita, davvero un vino senza tempo, da due antiche botti recuperate e imbottigliato nel 2006: di una densità pazzesca, terra, cioccolato nero, tintura di iodio, liquirizia, note di affumicatura e quasi animali. Chiude splendidamente una degustazione davvero particolare.

Le degustazioni sono state effettuate l’8 e il 9 novembre 2014. L’articolo esce con notevole ritardo a causa di un inconveniente tecnico (ripristino dun file che sembrava irrimediabilment danneggiato). Me ne scuso con gli appassionati che seguono questo blog.




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